The Dry Salvages composto e pubblicato nel 1941, è il terzo dei Quattro quartetti, opera del poeta e critico statunitense T. S. Eliot. Venne successivamente ripubblicato nel 1943, insieme ad altre tre analoghe composizioni create dal 1935 al 1942 (Burnt Norton, East Coker, Little Gidding), in un unico libro.
Con questa poesia Eliot iniziò a progettare consapevolmente la raccolta dei Quartetti come un tutto unico. Essa venne scritta durante i raid aerei tedeschi sulla Gran Bretagna successivi al sostanziale fallimento della Battaglia d'Inghilterra e del tentativo di invasione tedesca del Regno Unito. Eliot visse pertanto sotto la costante minaccia dei bombardamenti, mentre componeva e teneva lezioni e conferenze nella zona.
Il tema della poesia è il tempo e quale posto occupi l'umanità nel tempo. La vita viene metaforicamente descritta come un viaggio su una barca; Eliot afferma anche che la fissazione dell'umanità per la scienza e per i profitti distoglie i viaggiatori dal raggiungere la loro vera destinazione. Nel poema viene evocata l'immagine di Krishna per mettere in evidenza la necessità di seguire la volontà divina anziché perseguire solo dei vantaggi personali.
Introduzione
Eliot iniziò a lavorare alla composizione di The Dry Salvages verso la fine del 1940, durante la Seconda guerra mondiale, nel periodo successivo alla Battaglia d'Inghilterra in cui Londra era sottoposta a frequenti bombardamenti da parte dell'aviazione tedesca. In quel periodo egli si spostava di frequente trascorrendo il tempo a scrivere lezioni o conferenze da tenere nella zona. Tuttavia, riuscì a trovare il tempo di scrivere il terzo poema che sarebbe in seguito divenuto parte dei Quattro quartetti:Pinion 1986 p. 48 Eliot previde che Burnt Norton, East Coker, The Dry Salvages e un quarto poema non ancora creato avrebbero dovuto essere riuniti in un'unica raccolta. La scrittura della poesia fu rapida ed Eliot inviò la prima bozza a John Hayward il 1º gennaio 1941. Dopo che Hayward ebbe ricevuto la bozza, iniziò una corrispondenza con Eliot relativamente alle correzioni e alle modifiche da apportare. Anche Geoffrey Faber prese parte alla revisione e presto la poesia venne completata. Fu pubblicata nell'edizione di febbraio 1941 del New English Weekly.Ackroyd 1984 p. 262
Questo quartetto è ambientato in quella regione geografica degli Stati Uniti che si chiama Nuova Inghilterra, dove Eliot, che era nato a St. Louis, Missouri, sul fiume Mississippi, passò gli anni dell'infanzia e della sua prima formazione. Il titolo della composizione, che tradotto letteralmente significa "asciutti salvataggi", è il nome di un piccolo gruppo di scogli, con un faro, al largo della costa nordorientale di Cape Ann, nel Massachusetts dove la famiglia del poeta era solita passare le vacanze. Eliot stesso spiega in una nota all'inizio del poemetto che il nome è presumibilmente una traduzione "fonetica" dal francese "les trois sauvages".
Nel significato del titolo è presente implicitamente l'idea del tirare in secco e salvare qualcuno da un naufragio.T. S. Eliot, Quattro quartetti, Milano, Garzanti, 1994, note di Attilio Brilli p. 99 In effetti, in questo quartetto è costantemente presente il tema dell'acqua, che Eliot aveva già più volte affrontato in passato; in particolare si sente risuonare quella "morte per acqua" che è uno dei temi e punti centrali e nodali della Terra desolata. Qui si manifesta tuttavia la possibilità reale di un salvataggio, di una salvezza da un naufragio che nel precedente poema era vista ancora come impossibile, o comunque irraggiungibile con le sole forze umane.
Struttura
The Dry Salvages viene descritto come un poema dell'acqua e della speranza.Kirk 2008 p. 254 Esso inizia con delle immagini del mare, dell'acqua e del passato di Eliot; quest'acqua diventa in seguito una metafora della vita e delle azioni umane.
I tempo
Il quartetto inizia con l'immagine del grande fiume alle cui rive il poeta ha trascorso i primi anni della vita (il Mississippi); esso viene personificato con un misto di venerazione e di nostalgia: "un forte dio bruno", e ne vengono descritti gli atteggiamenti, le abitudini, le qualità: "scontroso, indomito e irascibile, paziente fino a un certo punto".Helen Gardner, The Art of T. S. Eliot, The Cresset Press, London, 1949 p. 34 nota che qui Eliot usa come metro lo stesso esametro dattilico usato da Henry Wadsworth Longfellow nel poema epico Evangeline per dare un ritmo fluente e sonoro, quasi epico, all'evocazione del fiume e del mare. Appare qui un accenno al mito della "frontiera" che tanta importanza ha avuto nello sviluppo degli Stati Uniti, (il fiume fu per un certo tempo il confine tra le terre abitate dai coloni europei e le "terre selvagge”, abitate dai popoli indigeni). La storia del grande fiume viene conclusa giungendo ai nostri giorni, quando ormai esso non è altro che "un problema per il costruttore di ponti" e il poeta chiude malinconicamente con l'oblio in cui è caduta l'antica venerazione: “una volta risolto il problema, il dio bruno è quasi dimenticato”. Ma in realtà, il fiume non ha cessato di vivere; anche se gli abitanti delle città che sorgono sulle sue rive e "gli adoratori della macchina” preferiscono dimenticarne l'esistenza, egli resta fedele alla sua natura, e ricorda loro quanto possa ancora essere distruttivo (in effetti le piene del Mississippi sono a volte devastanti).Pinion 1986 pp. 226–228
Appaiono alcune immagini dell'infanzia del poeta, in cui la presenza del fiume era silenziosa, ma profonda, intensa, pulsante: “il suo ritmo era presente”. A queste immagini si sovrappone improvvisamente la visione del mare: “Il fiume è dentro di noi, il mare tutto intorno a noi; / il mare è anche l'orlo della terra, il granito / entro il quale si addentra, le spiagge dove scaglia / le sue testimonianze di una creazione diversa e più antica”. Il fluire del fiume evoca qui il pulsare del sangue dentro di noi e lo scorrere del tempo, mentre il mare che circonda ovunque la terra richiama l'eternità che circonda il tempo.Brilli, 1994 p. 100
Il potere del mare è infinitamente incommensurabile rispetto a quello del fiume: "scaglia ciò che noi perdiamo, la rete lacerata, / la trappola per le aragoste fracassata, il ramo spezzato, / gli arnesi di stranieri morti. Il mare ha molte voci, / molti dei e molte voci.".Brilli, 1994 p. 100 confronta questo passo con Ossi di seppia, Mediterraneo, II, 19 di Eugenio Montale: "Come tu fai che sbatti sulle sponde / tra sugheri alghe asterie / le inutili macerie del tuo abisso".John Hayward, in T. S. Eliot, Quatre Quatuors, Les Editions du Seuil, Paris, 1950 p. 139 vede in questi versi il fatto che la presenza del mare si fa sentire anche sulla terra. Vengono passate in rassegna le molte voci di questo immenso mondo d'acqua: lululato, il guaìto, "il pianto del cordame, / la minaccia e carezza dell'onda", "il brontolio lontano", "il monito lamentoso del promontorio che si avvicina", "il fischio della boa sballottata / doppiata nel viaggio di ritorno, e il gabbiano".
La boa è il primo richiamo al piccolo faro presente sugli scogli che danno il titolo al poemetto,T. S. Eliot, La terra desolata - Quattro quartetti, Universale Economica Feltrinelli, 1998, note di Angelo Tonelli p. 169 cit. la nota di Eliot che descrive "the heaving groaner" come una boa che emette un fischio. che prosegue con l'immagine di una "campana che rintocca / misura di un tempo che non è il nostro", un tempo "che è più vecchio del tempo dei cronometri", un tempo che è più vecchio di quello contato dalle donne che attendono nell'ansia insonne il ritorno degli uomini che sono sul mare di notte, e nell'attesa cercano di "disfare, sdipanare, districare / e rappezzare insieme il passato e il futuro". Quest'ultima immagine richiama la figura di Penelope, che tesseva e disfaceva la tela nell'attesa del ritorno di Ulisse.
La riflessione sul potere del mare non è altro in realtà che una meditazione sul potere del tempo che sovrasta l'essere umano, e su come il tempo, ancora una volta, non possa essere interamente compreso da noi, trovandosi fuori dal nostro controllo (la campana che rintocca "misura un tempo che non è il nostro"). Il destino non è nelle nostre mani.
Il primo tempo si conclude richiamando i temi della luce e dell'oscurità: "Tra la mezzanotte e l'alba",Tonelli, 1998 p. 169 vede un riferimento al Salmo 130 (De profundis): "A custodia matutina usque ad noctem" ("Dalla veglia del mattino sino a notte"). del passato e del futuro: "quando il passato è tutto inganno / e il futuro non ha futuro", del tempo e del principio, fusi insieme nell'immagine della campana: "quando il tempo si ferma e il tempo non ha fine; e alla risacca, che è e che era nel principio,Brilli, 1994 p. 100 vede un'eco di un'altra sequenza liturgica: "Sicut erat in principio". / rintocca / la campana.".
II tempo
Il secondo tempo inizia con una sestina petrarchesca, trattata con una certa libertà (con la rima tra le strofe, non all'interno di esse), che riflette con un tono lamentoso e a tratti sconsolato sul destino degli uomini che si avventurano nell'oceano e delle donne che aspettano il loro ritorno e temono l'annuncio della catastrofe:Brilli, 1994 p. 101 “Non avrà fine il viaggio dei rottami alla deriva, / la preghiera delle ossa sulla spiaggia, preghiera che non si può recitare al terribile annuncio?” Il destino dell'uomo sul mare è in sostanza il destino di ogni essere umano, che lotta e vive sempre con dolore, accorgendosi alla fine di aver vissuto “tra le rovine / di ciò in cui si credeva come più certo / e dunque meglio si presta ad essere ripudiato.”.
Il risultato di questa consapevolezza finale è che "viene meno l'orgoglio / o il risentimento per il mancare delle forze, / la devozione senza attaccamento che potrebbe sembrare mancanza di devozione" e la vita intera appare ora come quando si è "in barca alla deriva che a poco a poco fa acqua, / il tacito ascoltare l'innegabile / clamore della campana dell'ultima annunciazione", che altro non è che l'annuncio del naufragio e della morte.Brilli, 1994 p. 101 rileva che il tema dell'impotenza della vecchiaia verrà svolto ampiamente nella seconda parte di Little Gidding.
Appare adesso una riflessione sul tempo, in rapporto con l'oceano: “Non possiamo pensare a un tempo che sia senza oceano, / a un oceano che non sia cosparso di rottami / a un futuro che non sia capace / di essere, come il passato, senza destinazione.”.
L'ultima strofa della sestina è intessuta sul motivo della fine e del principio: nelle prime due strofe è presente la parola “fine”, e alla conclusione della strofa appare il termine Annunciazione (che prende l'iniziale maiuscola e si carica di un significato spirituale) che simboleggia il “principio”.Gardner, 1949 p. 53 La strofa riassume, trasfigurandoli in una visione universale, il dolore e la deriva della vita: “Non vi è fine in esso, nel lamento senza voce, / non vi è fine nell'appassire dei fiori appassiti, / nel moto del dolore che è senza dolore ed immobile, / nella deriva del mare e nei rottami alla deriva, / nella preghiera delle ossa alla Morte, loro Dio. Soltanto la preghiera, che a stento si può appena implorare, / dell'unica Annunciazione.”.