Sotto il titolo complessivo di De lege agraria sono raccolte delle orazioni politiche pronunciate da Cicerone contro la proposta di redistribuzione delle terre avanzata dal tribuno della plebe Publio Servilio Rullo (63 a.C.).Plutarco, Cicerone, 12,2

Delle quattro orazioni originarie, a noi sono giunte la I (mutila dell'inizio), la II e la III (integre), mentre nulla è sopravvissuto della IV.

Introduzione Nell'anno 63 a.C. il tribuno Rullo, con la sua Lex agraria, cercò di ripulire Roma dalle masse di cittadini poveri che si erano riversate nella città, allo scopo di liberarla da un popolo che era pericoloso per la sua tranquillità. A quanto è dato di intendere la rogatio proponeva la creazione, in zone diverse d'Italia, di una massa di nuovi coloni ai quali sarebbero state assegnate terre acquistate da privati che fossero volontariamente disposti a cederle, o da possessores dell'agro pubblico da allontanare dietro compenso. Tutta l'operazione era finanziata grazie alla vendita o alla tassazione di diversi possedimenti statali, in Italia e nelle province. L'applicazione della legge era affidata a una commissione di decemviri, affiancati da numerosi esperti, destinata a restare in carica per cinque anni. Al fine di assicurare il finanziamento della legge, agli stessi erano concessi ampi poteri di vendita delle proprietà pubbliche, di impostazione di nuove tasse sulle province, di prelievo pressoché integrale delle eccedenze dei bottini di guerra dei generali romani. Com'era prevedibile, la legge di Rullo incontrò una forte ostilità. Mentre il popolo nullatenente crede che siano in gioco i suoi interessi, senza avere presente nei dettagli le conseguenze, gli ottimati si vedono messi in situazione delicata: da una parte possono solo vedere di buon occhio che il popolo perennemente scontento venga tranquillizzato e che una parte di esso venga allontanata da Roma; d'altra parte devono opporsi con la più grande diffidenza ad una concentrazione di poteri quale la legge presumibilmente prevede. La preoccupazione maggiore degli optimates fu probabilmente causata dalla perdita delle rendite provenienti dalle terre messe in vendita e dalla sottrazione dei bottini di guerra. Altra fonte di gravissima preoccupazione era la clausola che prevedeva la divisione in lotti, da assegnare ai coloni, dell'ager publicus della Campania, della vicina piana di Stella e la conseguente perdita delle rendite che queste regioni fornivano allo Stato. Infine, il grande potere concesso ai decemviri minava il tradizionale controllo delle finanze pubbliche e della politica estera da parte del senato. Deciso a stroncare la proposta di Rullo, il 1º gennaio del 63 Cicerone attaccò di fronte al senato, riunito nel tempio di Giove Capitolino, la proposta del tribuno e il 2 gennaio rivolse lo stesso attacco di fronte al popolo. Un terzo e un quarto discorso – di cui resta solo testimonianza – furono pronunciati qualche giorno dopo sempre di fronte all'assemblea popolare per rintuzzare un violento e personale attacco di Rullo.

Struttura e contenuto Oratio prima Manca la parte iniziale delloratio prima, che conteneva lexordium e la propositio.

Argumentatio: (1-22) Il disegno di legge presentato dal tribuno della plebe Publio Servilio Rullo, seppur in apparenza ultra-democratico, risultava in realtà lesivo degli interessi generali dello Stato poiché tendeva ad istituire una vera dittatura economico finanziaria sfuggente a qualunque controllo. Cicerone dunque adduce alcune argomentazioni riguardanti i poteri speciali conferiti al collegio dei decemviri i quali, per cinque anni, avrebbero avuto facoltà di acquistare latifondi in Italia per stabilirvi coloni: tali magistrati saranno autorizzati a comprare nuove terre dove vorranno e al prezzo che vorranno:

«Quorum cum adventus graves, cum fasces formidolosi, tum vero iudicium ac potestas erit non ferenda; licebit enim, quod videbitur, publicum iudicare, quod iudicarint, vendere» (De Leg. agr., I, 3).

potranno inoltre fondare nuovi insediamenti coloniali dove lo riterranno opportuno e in modo particolare a Capua, che meditano di rivolgere contro Roma.

La critica rivolta da Cicerone poggia dunque sulla vituperatio di Rullo il quale, alla ricerca di denaro pronto e costante, dissiperebbe il patrimonio della res publica, privando l'erario di molte sue entrate:

«Videte nunc, proximo capite ut impurus helluo turbet rem publicam, ut a maioribus nostris possessiones relictas disperdat ac dissipet, ut sit non minus in populi Romani patrimonio nepos quam in suo. Perscribit in sua lege vectigalia, quae decemviri vendant, hoc est, proscribit auctionem publicorum bonorum. Agros emi volt, qui dividantur; quadri pecuniam. Vide licet excogitabit aliquid atque adferet» (De Leg. agr., I, 2).

L'oratore precisa al suo uditorio la consistenza e l'entità di tali vendite (parte dalla menzione di una non ben identificata silva Scanti), soffermandosi a ricordare come questi territori siano il frutto delle gesta eroiche dei padri e come dunque sia necessario opporsi ad una sconsiderata e pericolosa politica di largitiones.

Peroratio: (23-27) In tale circostanza Cicerone, anticipando quanto sosterrà nell'exordium del discorso al popolo, si presenta al Senato come un console dedito alla causa popolare, ponendo particolare cura nel definire il proprio personaggio: moderazione, ragionevolezza, fermezza e rigore si configurano come i principi fondamentali che guidano il suo operato politico. Nella parte conclusiva Cicerone esorta Rullo e i suoi complici a rinunciare al loro progetto, nella speranza che l'ordine senatorio possa riacquistare l'autorità ed il prestigio di un tempo:

«Quod si vos vestrum mihi studium, patres conscripti, ad comune dignitatem defendendam profitemini, perfidia profecto, id quod maxime res publica desiderat, ut huius ordinis auctoritas, quae apud maiores nostros fuit, eadem nunc longo intervallo rei publicae restituta esse videatur» (De leg. agr., I, 9).

Oratio secunda

Exordium: (1-10)

Cicerone mostra un'alta stima di sé e della propria affermazione elettorale, considerata quale evento politico rivoluzionario dal momento che, non potendo contare sul prestigio derivante dalla nobiltà dei suoi antenati in quanto homo novus, deve la carica che ora riveste principalmente alla scelta unanime del popolo, il quale ha saputo riconoscere la sua virtus. Insistendo con forza su un punto già toccato nel discorso in senato, l'oratore si presenta al popolo come il vero popularis, come colui che intende assicurare alla collettività pax e otium, parole d'ordine che caratterizzano l'intero suo consolato. Cicerone al contrario nega la stessa qualifica a coloro che perseguono meri fini di interesse personale, dipingendo perciò i decemviri come degli aspiranti alla tirannide e contrapponendo loro i Gracchi, dei quali tesse un ampio elogio:

«Venit enim mihi in mentem duos clarissimos, ingeniosissimos, amantissimos plebei Romanae viros, Tiberium et Gaium Gracchos, plebem in agris publicis constituisse, qui agri a privatis antea possidebantur» (De leg. agr., II, 5).

Propositio: (11-16)

Cicerone espone all'uditorio, con dovizia di particolari, la modalità attraverso la quale fu preparato e depositato il progetto di legge da Rullo, facendo riferimento alle possibili implicazioni di una sua entrata in vigore. Gli effetti sarebbero stati pericolosissimi per l'ordine pubblico in quanto il ricavato della vendita all'asta dei territori demaniali avrebbe alimentato una cassa autonoma amministrata esclusivamente dai decemviri:

«Itaque hoc animo legem sumpsi in manu, ut eam cuperem esse aptam vestris commodis et eius modi, quam consul re, non oratione popularis et honeste et libenter posset defendere. Atque ego a primo capite legis usque ad extremum reperio, Quirites, nihil aliud cogitatum, nihil aliud susceptum, nihil aliud actum, nisi uti X reges aerari, vectigalium, provinciarum omnium, totius rei publicae, regnorum, liberorum populorum, orbis denique terrarum domini constituerentur legis agrariae simulazione atque nomine» (De leg. agr., II, 6).

Argumentatio: (16-97)

Cicerone contesta la validità della procedura di elezione dei decemviri, designati a semplice maggioranza da sole 17 delle 35 tribù romane. Non sarà dunque la totalità del popolo romano ad avere un ruolo protagonistico, ma allo stesso Rullo spetterà presiedere i comizi elettorali ed estrarre a sorte le tribù chiamate a votare:

«Quaeret quispiam in tanta iniuria tantaque impudentia quid spectarit. Non defuit consilium; fides erga plebem Romanam, Quirites, aequitas in vos libertatem que vestram vehementer defuit» (De leg. agr., II, 8).

Il meccanismo della legge ne risultava insidioso: infatti Rullo aveva ordinato che a presiedere le operazioni elettorali fosse lo stesso presentatore della legge, il quale avrebbe potuto facilmente manipolare la commissione decemvirale ed i commissari avrebbero in sostanza avuto il potere di render legale qualunque arbitrio. Cicerone dedica la parte finale dell'argumentatio ad una questione particolarmente complessa, ovvero la fondazione di nuovi insediamenti coloniali. L'attenzione è rivolta soprattutto alle terre della Campania: si trattava di un punto delicato, la cui ben nota fertilità poteva renderlo appetibile agli occhi dei potenziali coloni che costituivano parte dell'uditorio di Cicerone. L'oratore decise di opporsi alla frammentazione delle terre campane che avrebbe notevolmente ridotto le rendite che esse fornivano alla collettività del popolo romano.

Peroratio: (98-103)

Cicerone esorta Rullo a rinunciare al suo progetto di riforma agraria e ribadisce la propria sensibilità alla causa popolare, promettendo di proteggere lo Stato ed il popolo dalle minacce avanzate dal tribuno della plebe e dai suoi complici.

Oratio tertia Exordium: (1-2)

È probabile che Rullo abbia attaccato Cicerone nell'assemblea popolare subito dopo che il console ebbe pronunciata la sua orazione. Dunque con questo terzo discorso, tenuto a breve distanza dal secondo, l'oratore contrattacca cercando di confutare le argomentazioni del tribuno:

«Completi sunt animi auresque vestrae, Quirites, me gratificantem Septimiis, Turraniis ceterisque Sullanarum adsignatio num possessori bus agrariae legi et commodis vestris obsistere» (De leg. agr., III, 1).

Propositio: (3)

Cicerone si difende dall'accusa di essere il difensore degli interessi dei possessori dei beni assegnati da Silla.

Argumentatio: (4-16)

L'oratore cerca di convincere l'uditorio che, in realtà, è Rullo a difendere gli interessi dei sillani: come nei precedenti discorsi cerca dunque di conferire obiettività al suo argomentare mediante la citazione di un articolo della legge e il ricorso ad un exemplum storico, la lex Valeria legibus scribundis et rei publicae constituendae.

Differenze tra la prima e la seconda orazione