A Vicenza il brefotrofio, cioè l'istituto che accoglieva e allevava i neonati e gli infanti definitivamente o temporaneamente abbandonati, fu dal XV a tutto il XVII secolo presso l'Ospedale di San Marcello e dal XIX alla seconda metà del XX secolo presso l'ex monastero di San Rocco.

Gli orfanotrofi invece, cioè le strutture di accoglienza degli orfani e di altri minori senza famiglia, furono diversi e cambiarono di sede nel tempo.

Il brefotrofio

Come dappertutto, anche nel territorio vicentino il problema degli infanti abbandonati, o perché non voluti o perché chi li aveva messi al mondo non era in grado di mantenerli, è da sempre esistito; la risposta al problema fu, per secoli, la loro soppressione o il commercio o la carità individuale di qualcuno disposto ad accoglierli.

A Vicenza, per trovare qualche soluzione a questa piaga sociale bisogna attendere l'età moderna, durante l'età della Repubblica di Venezia, un periodo caratterizzato da relative stabilità e pace sociale e da un certo benessere, almeno per la città e per l'aristocrazia che la governava. Nonostante questi aspetti positivi, il fenomeno dell'abbandono non diminuì ed anzi, nel tempo, sembrò aumentare. Per quanto riguarda le famiglie nobili, l'abbandono degli illegittimi - e dei numerosi figli nati a causa delle avventure con la servitù - fu un elemento essenziale per conservare il decoro e il patrimonio familiare. Per quanto riguarda invece le classi più umili, le cause dell'affidamento, definitivo o temporaneo, alla pubblica carità furono la povertà, le carestie e le epidemie: era preferibile la tenue speranza di una sopravvivenza in istituto, rispetto alla drammatica certezza di una morte in famiglia.

La Casa degli Esposti a San Marcello durante la Repubblica Veneta

A Vicenza, presso l'ospedale di San Marcello - sostenuto con notevoli elargizioni dalla famiglia Porto che ne aveva il giuspatronato e gestito dalla fraglia dei Battuti - fin dalla metà del XV secolo si ha notizia che venivano accolti numerosi infanti abbandonati. Nel 1466 ammontavano a circa un centinaio, di cui quaranta presso l'ospedale e una sessantina presso nutrici esterne; due anni dopo papa Paolo II concedeva una speciale indulgenza a tutti coloro che avessero aiutato uno dei neonati accolti e nutriti in questo ospedale, che ormai era diventato in partibus illis celebre et famosum.

Il problema, oltre che sociale, era economico perché, nonostante le donazioni e i numerosi lasciti da parte delle famiglie nobili - molti dei quali probabilmente intesi a tacitare colpevoli coscienzeAnche i testamenti dell'epoca offrono il modo di rendersi conto di questo facile costume; era un fatto quasi normale, specialmente tra i nobili, l'avero uno o più figli spuri: , - i costi di gestione erano ingenti. Nel 1484 gli amministratori dell'ospedale erano allarmati per la moltitudine degli fantolini là expositi, dato che la spesa per il loro sostentamento sopravanza l'intrà per la metà. Diverse erano le cause di queste difficoltà economiche: soprattutto il fatto che chi amministrava i beni immobili dell'istituto risultava speso moroso nel versamento delle rendite..

A partire dal 1530 l'ospedale di San Marcello si era specializzato nell'accoglienza solo di bambini esposti o illegittimi, assumendo la denominazione di Casa degli Esposti, cioè dei figli spurii affine di evitare gli infanticidi che a quanto sembra eransi moltiplicati. Oltre ai figli illegittimi dei nobili venivano affidati all'ospedale anche figli legittimi di famiglie estremamente povere che speravano di poterseli riprendere in tempi un po' più favorevoli; fu creato un apposito registro segreto nel quale venivano descritti i segni di riconoscimento e il luogo in cui venivano dati a balia: la restituzione poteva avvenire soltanto dopo aver pagato le spese per il mantenimento..

Nella seconda metà del Cinquecento, quello economico era divenuto il problema principale e assillante; nella Casa degli Esposti veniva accolta una media di 250 infanti ogni anno. Le balie contadine, cui essi venivano affidati, erano pagate troppo poco e cercavano quindi di ottenere più bambini di quanti potessero allattare, con la conseguenza che aumentava notevolmente la mortalità per denutrizione. Durante la sua visita pastorale a Vicenza nel 1584, il cardinale Agostino Valier sollecitava a proveder in qualche modo che li poveri orfanelli lattanti non muorano da fame come fanno continuamente. D'altronde all'abbattimento del numero degli assistiti, interni ed esterni, provvedevano le frequenti epidemie, l'ultima delle quali - la peste del 1630 - lo azzerò quasi del tutto. Ma anche in tempi normali la mortalità era altissima: dagli archivi comunali risulta che nel triennio 1666-68, essa variò dal 92,5% e il 97,7%; e questo spiega perché all'interno dell'istituto vi fossero solo 20-30 bambini e all'esterno poco più di un centinaio..

Solo nella seconda metà del Seicento i magistrati della Repubblica di Venezia - I sindaci e gli inquisitori di terraferma vedendo, in causa di inconvenienti gravissimi, convertirsi l'ospitale di San Marcello in loco di sagrificio di innocenti anziché ricovero di fanciulli, essendo di duemila e più creature capitate in esso nei decorsi nove o dieci anni appena sette sopravvissute ed allevate, infelicemente perite l'altre - che fino a quel momento si erano limitati a concedere soltanto esoneri da imposte sulle proprietà immobiliari dell'istituto, intervennero per tentare di migliorarne l'amministrazione e di racimolare maggiori entrate.

La mortalità però restò altissima anche nel Settecento, intorno a una media dell'83% sul totale dei bambini accolti, rispetto al 30% circa della mortalità infantile di quel tempo. e questi interventi delle autorità sia veneziane che locali, sia di controllo che di contribuzione, si moltiplicarono. Nel 1716 furono istituiti i verbali delle esposizioni o libri Ruota; essi prendevano il nome della ruota degli esposti, che consisteva in un cilindro di legno con una cavità, nella quale chi intendeva abbandonare il neonato lo poteva lasciare senza essere visto; poi, ruotando su di un perno, il cilindro faceva entrare l'infante all'interno dell'istituto. A San Marcello, oltre alla ruota vi erano altri due punti di accesso, la porta dei carri e la porta del campanello, dove la consegna del bambino non era coperta dall'anonimato.

L'ospedale non poteva accettare infanti provenienti da località al di fuori del territorio vicentino, oppure quelli che presentavano già i dentini; nel registro venivano accuratamente descritti anche tutti quei segni, come bigliettini o vestiario, che avrebbero potuto portare in seguito all'identificazione del bambino. Veniva data importanza anche all'attestazione dell'avvenuto battesimo, che altrimenti veniva somministrato nella chiesa cattedrale. Nel registro, accanto a queste indicazioni, venivano registrati anche i fatti successivi: l'affidamento a balia esterna, oppure la consegna "da pane" cioè l'affidamento di un bambino più grandicello ad una famiglia contadina che lo accoglieva "a pensione" o, infine il segno della croce per indicarne il decesso..

Se nel corso della prima metà del Settecento il numero di bambini esposti sembrò diminuire (la media annua dei 130-140 degli anni venti quasi si era dimezzata verso il 1750), durante la seconda metà riprese gradualmente e costantemente a salire, portandosi verso la fine del secolo intorno alle 200 accoglienze annue..

Nel 1806, durante il regno d'Italia sotto l'impero francese, un decreto riformò il sistema assistenziale, riunendo tutti gli ospedali e gli istituti della città nella Congregazione di Carità; tra essi era compreso il brefotrofio, che fu trasferito negli ambienti del monastero di san Rocco, appena svuotato dalle teresine, le carmelitane calzate che vivevano lì da oltre un secolo.

L'Ospizio degli Infanti Abbandonati a San Rocco nell'Ottocento

Il trasferimento a San Rocco fu determinato dall'esigenza di avere spazi più ampi e confortevoli, visto che si era consolidato l'aumento del numero degli infanti abbandonati, ma anche dal fatto che l'ex-monastero era posto nel borgo di Porta Nova, una parte della città meno in vista, che consentiva così una maggior libertà di portare alla ruota, in condizioni di anonimato, un bambino indesiderato per affidarlo alla "civica pietà"Nel 1783 il podestà di Vicenza aveva dovuto emanare un'ordinanza per vietare nelle ore notturne gli assembramenti - e cioè la curiosità - degli abitanti delle case lungo la strada che dall'ospedale di San Marcello portava al 'ponte delle bele', ossia delle balie..

Con il passaggio sotto il Regno Lombardo Veneto la Casa degli Esposti ricevette una nuova regolamentazione: era una delle quattro case centrali del Veneto e ad essa confluivano le ricevitorie di Bassano, Schio e Orgiano; la competenza sull'amministrazione di queste case - e sul ripianamento del deficit di bilancio - passò dapprima al governo del Regno e poi, nel 1854, alla Congregazione centrale veneta. Nel 1836 la Casa si era data un primo statuto che prevedeva, tra l'altro, la direzione di un dottore in medicina. Verso la metà del secolo vi entrarono in servizio le suore dorotee, per svolgere funzioni di assistenza, educazione e istruzione.

Sull'amministrazione del "luogo pio" gravavano imponenti problemi per garantire, o quanto meno tentare di garantire, la sopravvivenza dei neonati. Per questo, oltre agli appelli delle pubbliche autorità e del vescovo alle donne di Vicenza perché si rendessero disponibili ad allattare i bambini abbandonati, si incrementò la soluzione del baliatico, cioè l'affidamento dei bambini a famiglie disponibili a nutrirli e ad accudirli dietro modico compenso, detto "bollettone" per la balia e "pensione" per la famiglia che continuava ad accogliere il bambino ormai svezzato; sistema questo che abbassò di molto la mortalità degli infanti dati all'esterno rispetto a quelli che rimanevano all'interno dell'istitutoAncora nell'ultimo decennio dell'Ottocento, morivano nel primo anno di vita tra il 40% e il 50% dei neonati, anche se frequentissimi erano gli incidenti che, per trascuratezza, portavano a morte presso la famiglia affidataria...

Un problema da risolvere era anche quello dell'identità dei bambini abbandonati. Sia il codice napoleonico che quello austriaco vietavano espressamente le indagini sulla paternità e anche in seguito il codice civile del Regno d'Italia, seppure un po' più possibilista, si tenne sulla stessa linea. Così era l'ufficiale di stato civile ad inventare per il bambino un nome e cognome, evitando quelli che ne lasciassero sospettare l'origine.

Con l'annessione al regno d'Italia mutò anche la struttura amministrativa e l'istituto ottenne i sussidi dell'Amministrazione provinciale; nel 1867, con l'entrata in vigore del nuovo statuto, la Casa mutò il nome in quello di Ospizio degli Infanti Abbandonati. Seguì un periodo in cui si evidenziarono ancora una volta sia problemi economici che di carattere sanitario per cui, verso la fine del secolo, l'orientamento fu quello di "ridurre i locali del brefotrofio a puro asilo di cura o ricovero dei bambini che non possono per alcune speciali ragioni esitarsi all'esterno", come pure quello di aumentare i sussidi alle madri che tenevano il bambino a domicilio e di ricorrere sempre di più al baliatico esterno..

I tentativi di reinserimento nella società L'istituto si faceva carico degli esposti, se maschi fino al compimento del 12º anno di età, se femmine del 14°; gli inabili al lavoro per deformità croniche potevano rimanere rispettivamente fino a 16 e 18 anni. Diverse relazioni sanitarie riferiscono comunque della frequente presenza di deficienze fisiche, nervose e psichiche, oltre che di scarso rendimento negli studi e nei mestieri e talora della necessità di ricovero in ospedale o in altri istituti di cura o di custodia..

Il Conservatorio Checozzi