Santa Cristina Gela (Sëndahstina in arbëresh) è un comune italiano di abitanti della città metropolitana di Palermo in Sicilia. Sorge su un colle a 674 metri s.l.m., a 25 km da Palermo, nelle vicinanze del lago di Piana degli Albanesi.

Il comune, insieme a Contessa Entellina e Piana degli Albanesi, fa parte delle comunità albanesi di Sicilia (arbëreshët e Siçilisë) dove ancora si parla l'albanese (arbëreshe), distinguendosi per l'identità culturale, i costumi e le tradizioni patrie. È il più piccolo e il più recente centro albanese dell'isola, fondato sul finire del XVII secolo da coloni provenienti dalla vicina Piana degli Albanesi (Hora), da cui dista circa 4 km e con cui ha in comune la lingua, la tradizione religiosa e i costumi. Dal punto di vista religioso, appartiene all’Eparchia di Piana degli Albanesi, seppure il rito bizantino è osservato solo in alcune occasioni. I suoi abitanti chiamano se stessi arbëreshë, ossia italo-albanesi.

L'amministrazione comunale utilizza nei documenti ufficiali e nella segnaletica stradale anche la lingua albanese, ai sensi della vigente legislazione che tutela le minoranze etno-linguistiche. Il piccolo comune montano appartiene all'Unione dei Comuni Albanesi di Sicilia "Besa" (Lidhja e Bashkivet "Besa"). Le attività economiche prevalenti sono il terziario, l'agricoltura e la pastorizia.

Geografia fisica Santa Cristina Gela è edificata sopra un colle, in un contesto paesaggistico di pregio, fra 655 e 674 m. s. m., da cui domina il vallone di Malanoce, la parte più bassa di una piccola e caratteristica conca. È a 4 km. da Piana degli Albanesi.

Orografia È circondata da una corona di vette di notevole altitudine. Partendo da occidente e proseguendo verso est, nella zona di Piana degli Albanesi, troviamo il monte Pizzuta (1333 m), il monte Kumeta (1233 m) ed il monte Maganoce (alb. Maghanuçi), dalla caratteristica forma arrotondata. A seguire, troviamo il monte Giuhà (Xhuhà), il monte Leardo (1016 m), il massiccio della Rossella (1064 m) e di Turdiepi ed infine il Pizzo Parrino / Maja e Priftit (977 m). A nord del comune, invece, vi sono dei rilievi di modesta altitudine (800 m), che si saldano poi con i monti di Palermo. Il paesaggio che ne risulta è di tipo appenninico, ricco di castagneti e boschi di querce, lecci e sugheri.

Le principali cime del territorio di Santa Cristina Gela sono: Sbanduti (861 m) Guri i Busheshit / Cozzo Buscesci (827 m) Rahji i Çarameles (806 m) Rahji i Boshit (741 m) Karriu (724 m) Guri i Korbit / Rocca del Corvo (689m m) Skupiteri (619 m) Mali i Qanetit / Montagna di Pianetto Mali i Durdjepit / Montagna di Turdiepi Voshku i Fifiut Rahji i Shportes / Poggio della Sporta o di Shporta

Idrografia Nel territorio i corsi d'acqua presentano carattere torrentizio con grosse portate d'inverno, modeste in primavera, nulle in estate. Essenzialmente si tratta del torrente Gropa e Mollës (Zotta (valle) del Pomo)/Mazzola, tributario dell'Eleuterio, del torrente Maganoce, e del Belice Destro. Quest'ultimo negli anni venti del XX secolo è stato sbarrato con una diga artificiale, alla gola tra i monti Kumeta e Maganoce, dalla tipica forma ad imbuto da cui prende il nome albanese/arbërisht Honi (abisso, imbuto). Lo sbarramento ha generato il bacino montano di Piana degli Albanesi, il cui impluvio ricade, in parte, nel territorio di Santa Cristina Gela. Oltre la funzione idroelettrica iniziale, attualmente il lago contribuisce a rendere suggestiva l'oasi naturalistica locale del WWF.

Origini del nome Denominata solamente Santa Cristina, dall'omonimo feudo in cui essa sorse, per evitare omonimie le venne aggiunto nel 1818 — quando divenne comune — l'appellativo di "Gela", collegato alla famiglia dei Naselli, duchi di Gela, che ne ebbero in enfiteusi il territorio nel 1747 e ottennero la licenza di popolare sfruttando la "paolina" ecclesiastica.

Nel 1990, su delibera consiliare, a seguito ed esempio dei comuni albanesi di Calabria, si è proposto di cambiare il nome comunale in un più appropriato "Santa Cristina Albanese". In lingua albanese (arbërisht) è denominata Sëndahstinë/Sëndahstina.

Storia

Santa Cristina sorse il 31 maggio 1691, data in cui il feudo omonimo fu concesso in enfiteusi a 82 agricoltori arbëreshë provenienti da Piana degli Albanesi che, onde evitare i continui spostamenti per i lavori dei campi, decisero di colonizzare la zona, già di loro influenza. Si trattava di un insediamento a carattere stagionale, che assegnava ai contadini albanesi le terre del fondaco, ivi compresa una chiesetta in cui officiare il proprio rito bizantino.

Il feudo di Santa Cristina, nuovo nome della più antica "Terra di Costantino" menzionata nel Rollo di Monreale (1182), fu donato dal Conte Ruggero dei Normanni all'Arcivescovo di Palermo, a cui gli albanesi dovettero rivolgersi. Essi si stabilirono su un insediamento rurale (masseria o bicocca) preesistente, tipica del periodo medievale e probabile della dominazione araba in Sicilia. Tale nucleo originario, l'antico baglio, con successivi apporti, è ancora leggibile in piazza Umberto I, mentre l'adiacente piazza Mariano Polizzi, attuale piazza principale, in antico costituiva il màrcato, lo stazzo per gli armenti.

Tuttavia la reale fondazione di Santa Cristina, dell'Erranteria del Salice e del Pianetto, va ricondotta al 1747, anno da cui si ha documentata traccia della effettiva presenza e del consolidamento del nucleo abitativo arbëresh e di una nuova concessione enfiteutica accorpata a favore dei Naselli, Duchi di Gela, che vi esercitarono la signoria baronale sino all'abolizione del sistema feudale in Sicilia (1812).

Gli abitanti di Santa Cristina portarono con sé la lingua, gli usi ed i costumi dei propri avi albanesi stanziatisi in Piana degli Albanesi, nonché il rito bizantino-greco gelosamente conservato della comunità arbëreshe.

Con la riforma borbonica del 1817 cessa la signoria dei Gela e nasce il Comune (1 gennaio 1818). Nel 1818, con Legge Organica del Regno delle Due Sicilie estesa ai domini borbonici "ultra Farum", da "frazione" di Piana degli Albanesi diviene a tutti gli effetti Comune, e continua a denominarsi Santa Cristina. Il nome odierno "Santa Cristina Gela", richiamando l'eponimo dei Naselli fondatori, viene sanzionato dopo l'unità d'Italia al fine di evitare le molte omonimie riscontrate nel territorio del nuovo Regno d'Italia.

L'atto di concessione enfiteutica ai Gela, per le particolari clausole in esso contenute, costituiva "licenzia populandi", talché seguirono i "bandi di popolazione", cui risposero gli abitanti delle terre viciniori: Piana degli Albanesi in particolare e in parte Altofonte, questi in buona parte integrati al contesto locale. Ne risultò una comunità mistilingue e mistireligiosa, dove in ogni modo prevalse la parlata albanese e si conservò per oltre un secolo il "rito greco" della maggioranza, oltre a usi e costumi degli avi albanesi. Essi continuano così a mantenere la loro particolarità etnico-linguistica e religiosa, quest'ultima fino alla seconda metà del XIX secolo.

Fino al 1840, come risulta dai registri parrocchiali, la maggior parte dei fedeli di Santa Cristina seguiva il "rito greco"; i pochi latini forestieri erano assistiti da un loro cappellano che vi si recava saltuariamente, servendosi dell’unica chiesa officiata dai greciLa compresenza nella stessa chiesa parrocchiale della liturgia greca (bizantina) che di quella romana (latina) continuò a mantenersi fino alla seconda metà del XIX secolo, quando la tradizione della messa "arbërisht" (in albanese) cedette a quella "litisht" (in latino), come risulta dai registri parrocchiali consultati dallo studioso Giuseppe Chiaramonte Musacchia.. In quel tempo, però, l’arciprete Papàs Gaetano Arcoleo, padre del celebre oftalmologo Giuseppe Arcoleo il cui ricordo è affidato ad una lapide marmorea all'interno della chiesa Madre, per motivi di carattere strettamente personale (si narra di un mancato supporto agli studi del figlio del papàs da parte del clero per entrare nel Seminario Italo-Albanese di Palermo), passò volutamente al rito latino. Con lui, gradualmente, alcune famiglie di Santa Cristina cominciarono a seguire il rito romano, con il tracollo locale del rito greco-bizantino.

I rapporti con Piana degli Albanesi, in quanto "città madre", sono in genere buoni, ma non sono mancati in passato screzi dovuti alla perimetrazione dei rispettivi territori comunali nel 1842. In verità, Santa Cristina Gela si è sempre sentita legata a Piana degli Albanesi, come dal suo più connaturale centro maggiore, a motivo della sua origine, per la tradizione linguistica e le comuni costumanze arbëreshë, cui si aggiunge, dal 1937, la medesima appartenenza all'Eparchia bizantina Italo-Albanese di Sicilia.

Ciò di fatto non ha precluso, durante gli anni, l'officiarsi di cerimonie liturgiche in rito bizantino secondo l'uso antico, in lingua albanese o in greco antico, in occasione delle visite pastorali dell'eparca, le quali, in genere, avvengono il 24 luglio, giorno in cui si celebra la festa in onore della santa patrona.

Su proposta di alcuni attenti fedeli parrocchiani, tra il 1990 e il 1995, si è cercato di riportare la chiesa maggiore all'ufficiatura della divina liturgia, secondo il rito bizantino originario di Santa Cristina. Sfumato l'intento della possibile occasione bi-rituale, sacerdoti dell'eparchia, come l'intellettuale Papàs Gjergji Schirò, si occuparono fermamente delle traduzioni in albanese della messa latina e dei riti romani, ma queste non vollero esser a suo tempo adottate, di fatto, dai parroci succedutisi.

Monumenti e luoghi d'interesse Architetture religiose Chiesa maggiore di Santa Cristina (XVIII secolo)

Sino il finire dell'800 fu officiata la divina liturgia secondo il rito bizantino, o "rito greco", degli albanesi. Non sono mancati in quegli anni problemi e screzi tra "latini" e "greci". Seppure oggi di rito latino, in alcuni momenti particolari viene seguito nuovamente il rito bizantino con la celebrazione solenne dei papàs e presieduta del vescovo dell'Eparchia: per la festa patronale di S. Cristina e per le processioni di San Giorgio Megalomartire, a cui gli albanesi fondatori del centro - insieme alla SS. Maria Odigitria - erano molto devoti.

Fu edificata nel 1815, nel luogo stesso in cui sorgeva l’antica chiesa fondata dai primi coloni albanesi. La chiesa divenne ben presto un elemento distinguibile nella maglia urbana del paese, soprattutto per la sua grandezza canonica.

Lo stile semplice della facciata riprende l'uso dell'ordine classico, anche se ciò avviene solo per ragioni decorative e non strutturali. Si può notare, infatti, che tutto il disegno della facciata viene fuori dal trattamento degli intonaci. L'alto basamento viene interrotto dal portone centrale che è segnato da due grosse comici in gesso; due lesene laterali sono sormontate dai rispettivi capitelli - troppo piccoli per sostenere la grossa trabeazione - che chiude il tutto inscrivendo un rettangolo.