Le Storie di Giasone e Medea sono il tema di un fregio affrescato da Annibale, Agostino e Ludovico Carracci in un ambiente di Palazzo Fava a Bologna, portato a compimento nel 1584.
Storia
I Fava erano una ricca famiglia della borghesia intellettuale bolognese, la cui fortuna era legata al successo nelle professioni ed in particolare all'esercizio e all'insegnamento dell'arte medica.. Ascesi al rango nobiliare fecero edificare uno dei più bei palazzi del centro della città, consono al loro nuovo status, destinato al conte Filippo Fava e alla sua fresca sposa Ginevra Orsi (rampolla di una delle famiglie più potenti di Bologna).
La decorazione di parte del palazzo fu affidata - tra il 1582 e il 1583 - ai giovani pittori Ludovico, Agostino ed Annibale Carracci, da pochissimo affacciatisi sulla scena artistica bolognese. Si tratta della prima rilevante commissione da loro ottenuta, nonché della prima volta in cui i Carracci si cimentano con la tecnica dell'affresco in cui negli anni a venire avrebbero, tutti e tre, eccelso.
Secondo il racconto del Malvasia, a procacciare l'occasione ai tre sarebbe stato il padre di Annibale ed Agostino, Antonio Carracci, che prestava servizio per il conte Filippo in qualità di sarto. Saputo che il Fava era alla ricerca di pittori che decorassero la nuova dimora, Antonio si fece avanti perorando i suoi figli e suo nipote Ludovico. Sempre secondo Malvasia i Carracci, pur di ottenere questa importante commessa - che ne avrebbe consolidato la carriera appena avviata - si offrirono di eseguire gli affreschi per un compenso molto basso.
L'incarico così ottenuto riguardava due ambienti del palazzo: una sala piuttosto grande, ove venne dipinto il fregio con le storie degli Argonauti, e un piccolo camerino, ove fu realizzato un altro fregio, naturalmente molto meno esteso del primo, con le storie di Giove ed Europa. I due lavori ebbero probabilmente avvio contemporaneamente: quelli del camerino furono portati a compimento diverso tempo prima della conclusione del grande fregio di Giasone e Medea.
In Palazzo Fava vi è anche un terzo fregio dei Carracci, raffigurante le storie di Enea, istoriato con episodi tratti dall'Eneide. La critica attuale, tuttavia, ritiene, in termini pressoché concordi, che questo terzo intervento nella dimora dei Fava sia di qualche anno più tardo della prima commissione per i fregi di Giasone e Medea e di Giove ed Europa.
Il fregio
A Palazzo Fava i Carracci affrontarono per la prima volta nel loro percorso artistico la realizzazione di una decorazione a fregio. Si tratta di un sistema decorativo, tipico delle dimore gentilizie, assai in voga a Bologna, ove tuttora ne restano molteplici testimonianze. Molti dei migliori artisti bolognesi delle generazioni antecedenti ai Carracci si dedicarono a questo tipo di decorazione: tra essi spiccano i nomi di Nicolò dell'Abate, vero e proprio specialista del genere, e di Pellegrino Tibaldi.
Il sistema a fregio consiste nella realizzazione di una banda affrescata collocata immediatamente al di sotto del soffitto di una stanza ed estesa, senza soluzione di continuità, lungo tutto il perimetro dell'ambiente (cioè su tutti e quattro i muri). Questa fascia è poi ripartita in riquadri, cioè gli spazi destinati ad ospitare il tema della decorazione, intervallati da elementi decorativi (detti anche termini) che separano un riquadro dall'altro. Data questa struttura, il fregio è particolarmente adatto a raffigurare una narrazione, cioè una storia i cui vari momenti sono distribuiti, secondo l'ordine del racconto, nei riquadri divisi dai termini. I temi prescelti erano generalmente fatti storici (le vicende di Alessandro Magno, ad esempio, o di eroi dell'antica Roma) oppure si trattava di temi letterari, antichi, come le storie tratte dall'Eneide o dall'Odissea, o moderni, come le vicende cavalleresche dell'Ariosto. Più rari, invece, i temi mitologici che impegnarono i Carracci a Palazzo Fava.
In merito alla scelta del tema del fregio con Giasone e Medea non è apparsa casuale la circostanza che lo stesso soggetto fosse già stato trattato nella decorazione di un'altra proprietà dei Fava (oggi non più esistente) da Pellegrino TibaldiIl ciclo del Tibaldi comprendeva vari affreschi di tema mitologico tra i quali, come riferisce il Malvasia, anche una scena in cui Medea ringiovanisce Giasone, da intendersi più probabilmente come Esone, benché in alcune versioni del mito argonautico Medea compia la medesima azione anche nei riguardi dello stesso Giasone, uscito a malissimo partito dallo scontro col drago custode del vello. Parte di questa decorazione parietale, compresa la scena con Medea, è stata staccata e salvata dalla demolizione della vecchia dimora dei Fava. Gli affreschi staccati si trovano oggi in Palazzo Marescalchi, sempre a Bologna.. Se ne è dedotto che per i committenti i fatti degli Argonauti avessero un particolare significato che si è ipotizzato possa essere connesso allo studio e alla pratica della medicina da parte dei Fava, scienza che con la storia delle Argonautiche ha varie tangenze allegoriche, tra le quali le arti di maga di Medea sono quelle più immediate.
Il fregio si articola in diciotto riquadri narrativi ove vengono raccontate le storie della conquista del vello d'oro, intervallate da ventidue deità in monocromo che svolgono la funzione di termini. La fonte iconografica dei termini è la mitografia di Vincenzo Cartari , fortunata pubblicazione cinquecentesca, più volte ristampata.
Per vari monocromi, inoltre, sono state individuate, sul piano stilistico, alcune riprese dalla statuaria tanto antica quanto contemporanea. Tali associazioni si riferiscono essenzialmente alle deità maschili raffigurate nel ciclo, mentre non altrettanto si registra per quasi tutte quelle femminili. Per queste ultime, invece, stante il ripetersi del pesante panneggio dell'abbigliamento che - ad eccezione di Venere - le ricopre, si pensa piuttosto ad una più generica ripresa da un medesimo tipo iconografico, di cui un buon esempio può essere individuato nella statua della musa Melpomene del Louvre.. Come già annotava Carlo Cesare Malvasia nella Felsina Pittrice (1678), le divinità che fanno da termini sono in rapporto tematico con le scene narrative che racchiudono..
Un ulteriore, conclusivo, episodio della storia era raffigurato su un sovra-camino della sala: si trattava dell'uccisione di Creusa, la figlia del re di Corinto, Creonte, della quale Giasone si era innamorato e per la quale intendeva ripudiare Medea. Quest'ultima, per vendetta, fece dono a Creusa di un vestito stregato che una volta indossato rilasciò del veleno (o secondo altra versione prese fuoco), uccidendo la principessa corinzia. L'affresco che decorava il camino è andato perduto.
Le fonti
Le fonti letterarie seguite per la realizzazione del fregio di Giasone e Medea sono molteplici. Tra esse si annoverano innanzitutto quelle classiche, come le Argonautiche di Apollonio Rodio ed alcune parti dell'opera di Ovidio (in particolare il Libro VII delle Metamorfosi). Vi è poi la IV Ode Pitica di Pindaro e forse, per la perduta scena del camino, la tragedia di Euripide dedicata a Medea.
Assai probabile poi è che, oltre che a testi classici, per la definizione del programma degli affreschi, ci si sia rifatti anche a compendi mitografici assai in voga nel Cinquecento. Tra questi sembra certo l'utilizzo, nel salone dei Fava, della Mythologiae, Sive Explicationis Fabularum Libri Decem di Natale Conti, testo stampato a Venezia nel 1568..
In alcuni casi il singolo riquadro non segue in modo preciso una sola delle specifiche fonti individuate ma è piuttosto un pastiche di alcune di esse.
Una peculiare lettura, inoltre, scorge nel fregio di Palazzo Fava una trasposizione in pittura dei dettami delle nascenti teorie del romanzo cavalleresco, tra le cui prime e più compiute redazioni si annoverano il Discorso intorno al comporre dei romanzi (pubblicato nel 1554) di Giambattista Giraldi Cinzio e I Romanzi di Giovan Battista Pigna (di pari data)..
Questi trattati, redatti sulla scorta dell'enorme successo dellOrlando furioso di Ludovico Ariosto, codificano la liceità - se non la necessità - per il romanzo moderno di superare le prescrizioni della poetica aristotelica ed entrambi citano il mito argonautico, circostanza che non è apparsa casuale in relazione al soggetto del fregio dei Carracci, come una sorta di precursore del nuovo genere letterario.
Sul piano figurativo, un precedente frequentemente suggerito come modello compositivo (ma non stilistico) di varie scene del fregio di Palazzo Fava sono le incisioni che decorano il testo di Jacques Gohory - alchimista francese dal poliedrico ingegno - Livre de la Conqueste de la Toison d'or, par le Prince Jason de Tessalie, dato alle stampe nel 1563. Le ventisei illustrazioni del libro di Gohory furono incise da René Boyvin sulla base di disegni di Léonard Thiry, artista che collaborò con Rosso Fiorentino nella Galleria di Francesco I, e sono pienamente evocative del gusto e dello stile della Scuola di Fontainebleau..
Anche la scelta di inquadrare le scene narrative tra le divinità classiche usate come termini potrebbe derivare dall'esempio delle stampe de la Conqueste, posto che in alcune di esse appare una soluzione compositiva molto simile..
Si è ipotizzato pure che anche alcuni cassoni nuziali, raffiguranti la storia di Giasone e Medea, possano essere stati un'ulteriore fonte figurativa dell'impresa di Palazzo Fava. Il tema, infatti, vanta vari precedenti nella decorazione di questo manufatto (tipicamente toscano, ma diffuso anche in altre regioni del Centro-Nord), forse a causa dell'individuazione in Medea di un esempio (estremo) di fedeltà coniugale. In questo senso si è proposta una relazione tra un cassone, probabilmente di scuola ferrarese (ma secondo alcuni potrebbe essere di fattura bolognese), variamente attribuito ad Ercole de' Roberti, a Lorenzo Costa (o più verosimilmente alle rispettive botteghe) oppure a meno celebri artisti bolognesi, e il fregio dei Carracci..
Ignoto è l'ideatore dell'iconografia degli affreschi: taluni, sulla scorta già del Malvasia, ipotizzano che possa trattarsi di Agostino Carracci, uomo di buona cultura. Altri studi, tuttavia, ritengono che sia stato necessario l'intervento di più solidi uomini di lettere..
La progettazione del ciclo si ritiene invece spetti soprattutto a Ludovico, dei tre il più esperto in quel momento, ma non è da escludere un apporto ideativo degli altri Carracci..
Le storie di Giasone e Medea La sala di Palazzo Fava che ospita il fregio ha pianta rettangolare: cinque dei diciotto riquadri sono distribuiti su ciascuno dei muri più lunghi e quattro su quelli più corti.
Ogni muro ospita un capitolo di tutta la storia. La prima sezione è relativa ai fatti che precedono la spedizione alla conquista del vello d'oro; la seconda riguarda le avventure di viaggio degli Argonauti; la terza gli accadimenti che si svolgono in Colchide, la lontana terra ove si trova il vello; la quarta i fatti ambientati a Iolco, al ritorno in patria di Giasone, seguito da Medea.
Il finto funerale di Giasone
Esone, padre di Giasone, era il re di Iolco, città della Tessaglia. Pelia, fratellastro di Esone, lo spodestò dal trono. I genitori di Giasone, per salvarlo da Pelia, che lo avrebbe ucciso per difendere il trono che aveva usurpato, fanno fuggire il ragazzo da Iolco fingendolo morto. Un finto corteo funebre porta Giasone fuori dalla città per consegnarlo al saggio centauro Chirone (lo si vede sullo sfondo, in alto a destra del riquadro), che ne curerà l'educazione.