Storia di Piacenza dall'età antica ai tempi contemporanei.

L'età antica La zona in cui sorge Piacenza fu popolata fin dalla Preistoria, quando fu abitata dalla civiltà delle terramare, di cui sono stati trovati reperti in diversi territori a est della città. Successivamente, vi si insediarono popolazioni di estrazione etrusca, le quali furono, comunque, fortemente influenzate anche dai liguri. Ad essi subentrarono, poi, popolazioni di stirpe gallica.

La città di Piacenza fu fondata con il nome latino di Placentia da parte dei romani nel 218 a.C., diventando, insieme alla coeva Cremona, la prima colonia romana dell'intera Italia settentrionale. La città, la cui fondazione, avvenne immediatamente dopo la conquista romana della Gallia Cisalpina, era posta lungo le sponde del fiume Po, non lontano dalla foce in esso del fiume Trebbia, venne inizialmente popolata da coloni ed era caratterizzata dall'impianto a pianta quadrata tipico dei castrum.

Immediatamente dopo la fondazione della città, la zona fu interessata dall'arrivo in Italia delle truppe cartaginesi sotto il comando di Annibale il quale nello steso anno aveva già sconfitto le truppe romane nella battaglia del Ticino. Dopo aver occupato Casteggio grazie alla corruzione del capo della guarnigione che vi stazionava, le forze cartaginesi arrivarono nei pressi di Piacenza, dove nella battaglia della Trebbia si scontrarono con l'esercito romano, guidato dal console Tiberio Sempronio Longo che, dopo aver abbandonato Stradella poiché poco difendibile, aveva occupato una zona posta a sud della città, sulla sponda destra del fiume Trebbia. Le forze di Annibale, inizialmente accampate nei pressi di Sarturano, tra i corsi della Trebbia e del torrente Luretta, superarono la Trebbia marciando verso i Romani, i quali, comprendendo le truppe galliche, potevano contare su un totale di circa uomini, leggermente maggiore rispetto alle forze avversarie. I Romani, incitati dall'esito favorevole delle prime scaramucce, decisero di avanzare superando la Trebbia fino al corso della Luretta, dove Annibale aveva inviato il fratello Magone al comando di circa uomini. L'assalto dei Romani, stanchi dalla marcia e dalle difficoltà incontrate nei guadi, fallì, anche a causa dell'aiuto prestato dalle truppe di Magone che sorpresero le ali romane, nonostante i legionari posti al centro, sotto il diretto comando del console, fossero riusciti a sfondare le linee nemiche. Al termine della contesa i Romani ripiegarono su Piacenza, totalizzando circa vittime, mentre Annibale poté incrementare il numero dei suoi effettivi arruolando milizie composte da Galli, iniziando, così, a prepararsi per la continuazione della sua campagna militare. Nonostante la pesante sconfitta nella battaglia campale, la città non fu mai conquistata dai Cartaginesi, i quali non riuscirono ad espugnare neppure il porto fluviale sul Po ubicato vicino alla foce della Trebbia, che al tempo scorreva ad est della città e non ad ovest di essa..

Nel 207 a.C. la città fu assediata dalle forze guidata da Asdrubale, altro fratello di Annibale, che, tuttavia non riuscì ad impadronirsene e, anzi, rallentò notevolmente la propria avanzata, agevolando le difese romane. Nel 200 a.C., infine, la città capitolò di fronte a un esercito composto da Galli (Insubri, Cenomani e Boi) e Liguri, alleati del condottiero cartaginese Amilcare, che lasciarono in vita solo persone tra gli abitanti della città. Piacenza fu, poi, definitivamente riconquistata dai Romani a seguito delle vittorie ottenute tra il 199 e il 196 a.C. Gli effetti negativi della guerra contro i Cartaginesi costrinsero i Romani a procedere a una rifondazione della colonia con l'arrivo di altri coloni nel 190 a.C.

Nel 187 a.C. Piacenza fu collegata con Rimini, posta sulle rive del mare Adriatico, tramite la via Emilia, voluta dal console Marco Emilio Lepido, che diventò l'asse viario principale di tutto il nord Italia. Successivamente, la via Emilia venne prolungata a nord in direzione di Milano (via Mediolanum-Placentia), mentre Piacenza divenne punto di diramazione, con la presenza di strade che la collegavano a Tortona e a Susa, quest'ultima passando per Pavia e Torino.

Piacenza rimase formalmente una colonia fino al 90 a.C. quando, a seguito della promulgazione della legge Iulia, diventò un municipio e vide l'assegnazione ai propri abitanti della cittadinanza romana. A seguito di questa norma, la città venne ascritta alla Gens Veturia.

Un secondo porto fluviale, più vicino all'abitato, fu realizzato ai tempi di Augusto probabilmente per supplire alla decadenza del precedente, dovuta ai mutamenti dell'alveo della Trebbia. Non lontano dalla darsena fu eretto un anfiteatro ligneo., descritto dallo storico Publio Cornelio Tacito come il più maestoso d'Italia. L'arena fu distrutta da un incendio nel 69 d.C., l'anno dei quattro imperatori, quando Piacenza era fedele all'imperatore Otone e governata da Vestricio Spurinna: le truppe comandate dal generale Aulo Cecina Alieno, comandante delle forze fedeli a Vitellio, assediarono la città appiccando il fuoco al manufatto, posto fuori le mura; gli assedianti non riuscirono però nel loro intento e furono costretti a ripiegare in direzione di Cremona.

Un'altra devastazione si ebbe nel 271 per mano di un contingente di Alemanni e Iutungi, che poi affrontarono l'esercito romano, guidato dall'imperatore Aureliano, nei dintorni della città in quella che è stata definita battaglia di Piacenza: gli invasori ebbero la meglio e i Romani ripiegarono..

Nel 303 d.C., durante la persecuzione dei cristiani sotto Diocleziano venne ucciso nei pressi di Travo Antonino, un centurione appartenente alla legione Tebea che si era convertito al Cristianesimo e che aveva contribuito alla diffusione del nuovo credo nella città. Nel 388 le sue spoglie furono trovate da parte del vescovo di Piacenza Savino e traslata all'interno della basilica edificata nel 350 su iniziativa del suo predecessore, Vittore. A seguito dell'episodio, l'edificio prese il nome di basilica di Sant'Antonino.

Nel 476 nelle vicinanze di Piacenza accadde la formale caduta dell'impero romano d'Occidente a seguito dell'uccisione del generale Flavio Oreste, il quale, come reggente per conto del figlio Romolo Augusto, deteneva de facto il potere su quello che restava dell'impero, dopo il suo rifiuto di concedere il potere alle truppe barbariche, comandate da Odoacre, su di un terzo dei territori della penisola italiana. Conseguentemente a ciò, Odoacre depose Romolo Augustolo dal trono imperiale e assunse il controllo sul nord Italia.

Il Medioevo L'alto Medioevo

Dopo la caduta dell'impero romano, la città fu inizialmente occupata dai bizantini, venendo, poi, conquistata da parte dei Goti guidati da Totila nel 546 al termine di lunghi combattimenti che danneggiarono pesantemente la città riducendone gli abitanti alla fame. Piacenza fu, poi, riconquistata dalle forze bizantine dopo alcuni anni.

Durante la discesa dei Longobardi in Italia, nel 568, la città fu strenuamente difesa da parte delle forze bizantine, che riuscirono a resistere fino al 570 quando le truppe longobarde entrarono a Piacenza dopo aver percorso un lungo tratto appenninico per evitare le principali vie di comunicazione lungo le quali erano state installate postazioni difensive bizantine. Dopo aver preso la città i Longobardi vi costituirono un ducato.

Nel 614 venne fondata a Bobbio l'abbazia di San Colombano.

Con la conquista dell'Italia settentrionale da parte dei Franchi guidati da Carlo Magno, nel 774, a Piacenza venne istituita una contea; il primo conte, nominato dallo stesso Carlo Magno fu Aroinus, anche citato come Arduino.. Negli anni successivi i monarchi della dinastia carolingia concessero un'ampia serie di privilegi a diversi enti religiosi piacentini; un diploma firmato da Carlo il Grosso risalente all'881 affranca la chiesa piacentina dall'ubbidienza verso qualsiasi autorità laica e le concede l'esercizio di una serie di prerogative.

Engelberga d'Alsazia, moglie dell'imperatore Ludovico II il Giovane, stabilì la sua curtis a Piacenza avviando la fondazione del monastero di San Sisto, per agevolare questo intento, il 3 giugno 870 l'imperatore concesse alla consorte il monastero di San Pietro, situato in città oltre a sette manieri. Nell'874 Ludovico favorì ulteriormente la costituzione del monastero accordandole il controllo dell'acquedotto di sistema nella contea, la disponibilità dei propri beni, il diritto sull'utilizzo di alcuni materiali da costruzione e di un canale e la possibilità di modificare gli assi viari.. Il monastero iniziò a operare nell'877 e Engelberga vi rimase fino all'880 quando fu obbligata a lasciare la città per raggiungere Zurzach da parte di Carlo il Grosso.

Negli ultimi anni del IX secolo Piacenza fu, così come tutto il nord Italia, al centro di diversi scontri per il potere, passando più volte di mano tra i diversi pretendenti alle cariche di imperatore e re d'Italia. La città fu dapprima conquistata da Berengario del Friuli, poi, nel gennaio 889 venne combattuta lungo le sponde del fiume Trebbia, a sud di Piacenza una battaglia tra le truppe di Berengario e quelle di Guido II di Spoleto, che ebbe la meglio conquistando la supremazia su tutto il centro-nord dell'Italia. Nell'891 Guido istituì a Milano la marca di Lombardia, includendovi i comitati di Parma, Piacenza, Reggio Emilia e Modena.

Nell'894 l'imperatore Arnolfo di Carinzia discese in Italia; diverse città, tra cui Milano e Pavia, si sottomisero spontaneamente a lui; la sua avanzata, tuttavia, si interruppe a Piacenza dove egli venne abbandonato da quei feudatari italiani che avevano inizialmente supportato la sua operazione a causa delle troppo gravi devastazioni apportate. Con il ritorno di Arnolfo a nord delle Alpi, la città, così come tutto il nord Italia, passò sotto il controllo di Lamberto di Spoleto, figlio di Guido.

A cavallo del nuovo secolo, la città fu vittima dell'invasione da parte degli ungari, i quali danneggiarono seriamente diversi edifici, come le basiliche di Sant'Antonino e San Savino. Una seconda incursione ungara avvenne, invece, nel 924, causando anch'essa ingenti danni.

Con la conquista del nord Italia da parte di Ugo di Provenza la città finì sotto il suo controllo: durante questi anni accaddero diversi contrasti tra la città di Piacenza e l'abbazia di San Colombano di Bobbio; nel 929 Ugo tenne a Pavia un processo a carico di diversi nobili piacentini, tra i quali figuravano il conte Raginerio, suo fratello Guido, vescovo cittadino e il futuro conte, Gandolfo, accusati di aver tentato di usurpare alcuni territori soggetti all'autorità bobbiese., che era, a sua volta, direttamente soggetta al controllo di Ugo. Non potendo intervenire direttamente contro gli usurpatori, Ugo ordinò all'abate bobbiese Gerlanno la traslazione delle spoglie di San Colombano da Bobbio a Pavia; una volta trasferito il corpo del santo, fu organizzata nella città pavese una sorta di ordalia che discriminò definitivamente l'azione degli usurpatori piacentini. Successivamente, Ugo intervenne ancora nella politica cittadina sostituendo il conte Raginerio con Gandolfo. A Ugo succedette, poi, il figlio Lotario II.

Nel 950-951 il re Berengario II completò il processo di riorganizzazione territoriale del nord Italia, già iniziato precedentemente da Ugo di Provenza, costituendo la marca Obertenga, che prese il suo nome da Oberto I, a cui venne concessa, che divenne il capostipite degli Obertenghi. Il comitato di Piacenza non entrò direttamente nella marca, ma fu inserito nel 984 nella marca d'Italia, concessa ad Azzo di Canossa, insieme a città come Parma, Cremona, Bergamo e Brescia.

Dal vescovo-conte all'età comunale