La storia della Sardegna riguarda le vicende storiche relative all'isola della Sardegna.

Situata nel Mediterraneo occidentale, la Sardegna è stata sin dagli albori della civiltà un attracco assiduamente frequentato da quanti navigavano da una sponda all'altra del Mediterraneo in cerca di materie prime e di nuovi sbocchi commerciali.

Ricco di materie prime e di acque, il suo territorio ha sempre favorito il popolamento e l'impianto di insediamenti considerevoli. Fu così che l'isola nella sua storia millenaria ha saputo trarre vantaggio sia dalla propria insularità che dalla posizione strategica, in quanto luogo imprescindibile nella rete degli antichi percorsi.

Nel patrimonio storico e culturale della Sardegna si trovano abbondanti testimonianze culturali indigene, ma anche gli influssi e le presenze delle maggiori potenze coloniali. Con riferimento alle traversie storiche che hanno coinvolto l'isola, lo storico statunitense John Day ebbe a definire la Sardegna come "una delle più vecchie dipendenze coloniali del mondo".

Secondo una dibattuta tesi dello studioso Giovanni Lilliu, la storia sarda è stata in ogni tempo caratterizzata da ciò che egli definiva come "costante resistenziale sarda", ossia la resistenza millenaria condotta dagli isolani contro i nuovi invasori; nei periodi in cui subirono l'influenza delle maggiori potenze coloniali, secondo l'archeologo, il tessuto di "sardità" o "sarditudine", ovvero il complesso di consuetudini, mentalità e tradizioni del gruppo etnico sardoSalvatore Battaglia, Grande dizionario della lingua italiana, UTET, vol. XVII, p. 568, sarebbe stato custodito attraverso i secoli dalle popolazioni barbaricine che le hanno tramandate fino ai nostri giorni.Lo studioso Antonello Mattone nella prefazione al libro di G. Lilliu La Costante resistenziale sarda, a pagina 81 (42) così si esprime: . L'incipit del saggio è di rara efficacia. Lilliu ne sintetizza in modo icastico il contenuto: «La Sardegna, in ogni tempo, ha avuto uno strano marchio storico: quello di essere stata sempre dominata (in qualche modo ancora oggi), ma di avere sempre resistito. Un'isola sulla quale è calata per i secoli la mano oppressiva del colonizzatore, a cui ha opposto, sistematicamente, il graffio della resistenza». Egli è convinto che i Sardi, nonostante «l'aggressione di integrazioni di ogni specie», siano «riusciti a conservarsi sempre se stessi» nella «fedeltà alle origini autentiche e pure». È nella resistenza sarda dell'antichità, nel conflitto perenne con Cartagine e Roma che va ricercata «la sostanza della formazione del tessuto culturale, del contesto socio-economico, della struttura spirituale e dell'ordinamento giuridico dell'attuale mondo sardo delle zone interne»: l'accerchiamento «culturale coloniale» ha suscitato negli «antenati barbaricini la psicologia della frontiera», la «carica eroica del balente, lo spirito del ribelle allo statuale che non è il suo». Ai valori della propria cultura il barbaricino è legato «con un rigore etico da anabattista, con la chiusura completa ad ogni acculturazione, diventando una specie di chiesa segregata, una repubblica di santi nuragici». Lilliu trova accenti di epico lirismo per descrivere la resistenza del «mondo barbaricino d'oggi»: un mondo «in tensione continua, aggressivo e braccato insieme, teso verso una frontiera paradiso (le antiche terre perdute con la conquista punica e romana)» che avrebbe rivisto nelle bardane, nelle «temporanee incursioni» e nelle «ricorrenti transumanze pastorali»; un mondo «sempre ritornante, sempre in ritirata verso l'antica riserva, verso la sua casa-guscio […]».

Preistoria

Paleolitico e Mesolitico

Le prime tracce di presenza umana (Homo erectus) sull'isola risalgono al Paleolitico inferiore e consistono in rudimentali selci scheggiate, ritrovate nel sassarese a Perfugas, risalenti a un periodo compreso tra i e i anni fa.

Le prime tracce riconducibili all'uomo moderno (Homo sapiens) risalgono invece a circa 20 000 anni fa. Gli scavi effettuati nella Grotta Corbeddu, presso Oliena, hanno restituito pietre sbozzate e fossili umani. Al Mesolitico vengono datati i reperti della Grotta Su Coloru di Laerru e quelli del sito di Su Carroppu di Sirri, mentre risalgono al periodo di transizione tra Mesolitico e Neolitico degli scheletri umani scoperti nella marina di Arbus, in località Su Pistoccu, rinominati dagli archeologi Beniamino e Amsicora.

Neolitico e Calcolitico

Numerose sono le testimonianze del Neolitico antico. Gli antichi abitanti di quest'epoca incidevano le ceramiche con il bordo di una conchiglia, il cardium edulis, da cui deriva la denominazione della cultura della ceramica cardiale, che si sviluppò dal 6000 a.C. sino al 4000 a.C. circa... Viene suddivisa dagli studiosi in tre fasi: Su Carroppu (6000-4700 a.C.); Grotta Verde (4700-4300 a.C.); Filiestru (4300-4000 a.C.).

La successiva civiltà di Bonu-Ighinu durò fino al 3500 a.C. circa e ad essa seguì, con il breve interludio della cultura di San Ciriaco (3400-3200 a.C.), la civiltà di San Michele di Ozieri, legata alle culture delle Isole egee, che si protrasse fino al 2700 a.C..

I Sardi neolitici vivevano sia in villaggi all'aperto che in grotte, allevavano bestiame, coltivavano cereali, conoscevano la caccia, la pesca e la tessitura. Utilizzavano strumenti in selce e in ossidiana di cui l'Isola - grazie ai giacimenti del Monte Arci - abbonda, e il cui commercio ebbe inizio già in epoca pre-neolitica. Scolpivano statuine stilizzate raffiguranti la Dea Madre accentuandone le forme del seno e del bacino (raffigurazioni steatopigie). Fabbricavano inoltre ceramiche di diversi stili e le decoravano in vario modo; lavorarono per la prima volta il rame e l'argento. ed edificarono una delle più enigmatiche costruzioni del periodo prenuragico, l'Altare preistorico di Monte d'Accoddi, che verrà ristrutturato varie volte nei secoli a venire..

Si svilupparono in quel periodo alcune forme di architettura funeraria megalitica come le tombe a circolo, comparse soprattutto in Gallura nell'ambito della cultura di Arzachena (ma con riscontri anche in altre parti dell'Isola e nell'area Corso-Pirenaica), composte da una cista litica a forma quadrangolare, che fungeva da sepolcro, circondata da un circolo formato da altre lastre ortostatiche in pietra e segnalate dai menhir (o perdas fittas)., grandi pietre conficcate nel terreno di cui la Sardegna è disseminata.

Altre sepolture di tipo megalitico di poco successive erano i dolmen, diffusi in particolare nel centro-nord dell'Isola (tra i più significativi spicca quello di Sa Coveccada presso Mores) e comuni a gran parte dell'Europa occidentale e settentrionale, ma anche al Vicino Oriente.

L'altra forma sepolcrale che ha caratterizzato quell'epoca sono le cosiddette domus de janas (case delle fate o delle streghe), tombe ipogeiche scavate nella roccia che riproducevano l'intera struttura abitativa, il cui pavimento e le pareti, così come il corpo del defunto, venivano rivestiti di ocra rossa. Nel 2025 le domus de janas sono state inserite nella lista del patrimonio dell'Umanità dell'Unesco, in quanto rappresentano la più estesa e ricca manifestazione di architettura funeraria ipogea del Mediterraneo occidentale.

Nella fase finale del periodo neolitico, detta Calcolitico, si susseguirono le culture di Abealzu-Filigosa (2700-2400 a.C.), di Monte Claro (2400-2100 a.C.) e quella del Vaso campaniforme (2100-1800 a.C.), quest'ultima ritenuta di apporto esterno e importata probabilmente da piccoli gruppi etnici giunti, in varie ondate, dal Continente (Francia, Spagna, Centro Europa).

La metallurgia del rame ebbe un ulteriore sviluppo con la conseguente diffusione delle armi (pugnali), che compaiono ora di frequente anche nelle sepolture e nell'arte figurativa con le statue stele del Sarcidano e di altri territori contigui. Le grandi muraglie megalitiche a difesa degli insediamenti, come nel caso del Complesso di Monte Baranta, testimoniano il sopraggiunto clima di insicurezza che aleggiava fra le popolazioni sarde nella prima età dei metalli.

Civiltà nuragica

Frutto dell'evoluzione di preesistenti culture megalitiche presenti in Sardegna dal Neolitico medio alla fine del III millennio a.C. la civiltà nuragica si diffuse durante la fase culturale detta di Bonnanaro (1800-1600 a.C. circa)Paolo Melis, Civiltà nuragica, Delfino editore, Sassari, 2003, ISBN 88-7138-287-0., imparentata con la precedente cultura del vaso campaniforme. e con quella di Polada.

Ben presto sull'Isola, iniziarono a diffondersi manufatti in bronzo e i pugnali si evolvono nelle prime spade, come quelle in rame arsenicale rinvenute nell'ipogeo di Sant'Iroxi in territorio di Decimoputzu.. I dolmen a galleria (o allée couvertes) del periodo prenuragico si trasformano in tombe dei giganti, lunghe anche 30 metri, e vengono eretti i primi protonuraghi o nuraghi a corridoio di cui si conoscono circa 500 esemplari..

I nuraghi a tholos rappresentano l'evoluzione dei protonuraghi e furono inizialmente del tipo monotorre. Con il passare dei secoli divennero sempre più complessi fino ad assumere l'aspetto di vere e proprie regge con numerose torri attorno ad un mastio centrale come Su Nuraxi di Barumini e l'Arrubiu di Orroli. Più di nuraghi, in media uno ogni caratterizzano ancora oggi il territorio della Sardegna. Erano il centro della vita sociale degli antichi Sardi ed attorno ad essi si sviluppavano i villaggi di capanne circolari..

Secondo le ipotesi degli studiosi, la Sardegna in quel periodo era già molto popolata. Su una media di nuraghi semplici e di fra nuraghi complessi e villaggi, con una media di 10 abitanti per ogni torre isolata e di 100 abitanti per ogni borgo, si poteva contare una popolazione di circa unità (verrà raggiunta nuovamente una simile densità abitativa solo nel XV secolo); altre ipotesi fanno supporre ad un numero maggiore, tra i e i abitanti.

I Nuragici non furono soltanto un popolo di guerrieri, pastori e contadini, ma furono anche abili navigatori lasciando traccia del loro passaggio in tutto il bacino del Mediterraneo e intessendo rapporti con le popolazioni micenee, cretesi, cipriote, etrusche e iberiche. Ceramiche nuragiche e prodotti della metallurgia isolana risalenti ad un periodo compreso fra il Bronzo medio e il Bronzo finale sono state scoperte in Sicilia, nell'Ellade, a Creta. e a Cipro, mentre alla prima età del ferro sono da ascrivere i reperti ceramici rinvenuti lungo le coste iberiche e quelle tirreniche. Tali ceramiche per la maggior parte non costituivano prodotti commerciabli, ma erano prevalentemente vasi comuni come anforette e olle che venivano utilizzate dai marinai nuragici come ceramica di bordo, mentre le brocchette askoidi, considerate tra i contenitori nuragici più raffinati, dal collo sottile e dal corpo globulare finemente decorato, sono state rinvenute in tombe etrusche; secondo gli studiosi, esse contenevano vino sardo commerciato con gli Etruschi che, tra i secoli IX e VIII a.C. ancora non coltivavano la vite. Allo stesso tempo, perline in vetro, ceramiche, avorio e lingotti di rame a pelle di bue raggiunsero la Sardegna dal Mediterraneo orientale.

I tempietti a mégaron e i cosiddetti pozzi sacri costituiscono le più importanti strutture religiose di questa civiltà. Questi ultimi erano dedicati al culto delle acque e secondo le recenti ricerche dello studioso Arnold Lebeuf, il pozzo sacro di Santa Cristina, in particolare, è risultato essere un elaborato osservatorio astronomico tanto da suggerire che i popoli nuragici possedevano conoscenze molto avanzate per un'epoca così lontana. Solo una perfetta conoscenza delle complicate teorie lunari infatti poteva rendere possibile, secondo lo studioso, il disegno e la costruzione dell'osservatorio il cui progetto è stato pianificato punto per punto prima di scavare sulla roccia.