Lacquedotto di Cortaccione è stata la prima opera di ingegneria idraulica che ha condottato acqua potabile a Spoleto, partendo da opere di bonifica e di captazione di origine romana, ad oriente della città.

Le prime sorgenti captate furono quelle del Fosso di Cortaccione e successivamente del Fosso di Vallecchia, vicino Patrico; più tardi vennero allacciate anche quelle del Fosso di Valcieca e di Giunchete. Le acque incanalate attraversavano la valle del torrente Tessino e arrivavano in città percorrendo un ponte appositamente eretto, sostituito nel medioevo dal Ponte delle Torri.

Il sistema fra 1891 e il 1893 subì alcune variazioni nel tracciato e importanti modifiche strutturali, passando da una vecchia canaletta a pelo libero ad una condotta in pressione.

È rimasto il sistema idrico principale del territorio fino alla costruzione del nuovo acquedotto dell'Argentina, agli inizi degli anni settanta.

L'acquedotto romano La città di Spoleto, specialmente la parte compresa nella primitiva cinta urbana, poggia su di un massiccio prevalentemente roccioso e isolato, il cui sottosuolo è scarso di sorgenti.

È probabile che, dedotta colonia latina nel 241 a.C., ed elevata al rango di Municipium nel 90 a.C., la città abbia dovuto affrontare aumenti della popolazione con conseguenti problemi di approvvigionamento idrico; la soluzione fu la captazione di sorgenti esterne alla città, ricche di chiare, fresche e dolci acque, come quelle del Fosso di Cortaccione, distanti in linea retta circa un chilometro.

Rinvenimenti Non esistono fonti documentali circa l'esatta datazione della costruzione del primo acquedotto, ma imponenti strutture, manufatti murari a grandi blocchi di travertino locale, rinvenute nel 1823 e nel 1893 durante lavori di riattamento delle sorgenti di Cortaccione in località Arézzola, lungo le pendici del monte di BorgianoPer la descrizione degli elementi rinvenuti cf. , documentano un progetto di bonifica idraulica attuato in epoca romana in una vasta zona ad oriente di Spoleto, resa paludosa dalle piene del Clitunno e dei torrenti afferenti: Marroggia, Tessino, Cortaccione e Spina, attualmente esangui, ma un tempo causa di gravissimi danni.

Gli scavi portarono alla luce un articolato sistema di irregimentazione idrica antichissimo, un misto di rifacimenti medievali su tracce di lavoro romano. I principali elementi rinvenuti, tuttora visibili, furono: fistule, briglie, cunicoli drenanti, poderosi muri eretti a protezione, bacini di raccolta con chiuse disposte in successione, tubi acquiferi in piombo, ecc.Per la descrizione e la documentazione fotografica dei resti ancora visibili cf. e . Il sistema, che si suppone sia stato costruito fra la fine dell'età repubblicana e l'inizio di quella augustea., imbrigliava i corsi d'acqua montani e ne prosciugava i ristagni nell'area depressa, consentendo un buon controllo ambientale, la captazione delle sorgenti e lo smistamento delle acque per irrigazione e per forza motrice. Un sistema semplice ma efficace, rispettoso dell'ambiente.

Il prosciugamento dei territori interessati fu impresa lenta e complessa, resa possibile grazie a molteplici interventi da parte degli etruschi, degli umbri e dei romani; al buon esito di tali sistemazioni idrauliche seguì la costruzione del tracciato della Flaminia nel 220 a.C.

Ulteriori opere di bonifica furono effettuate da Teodorico il Grande che aveva scelto Spoleto come capoluogo amministrativo dell'Italia centrale. Gli interventi edilizi da lui promossi in città nel periodo tra il 507 e il 511, oltre a restituire all'agricoltura vasti terreni impaludatiÈ possibile affermare che tale progetto di bonifica fosse già una prima applicazione della legge Serpieri del 1933. Cf.: , interessarono i restauri di numerosi edifici, tra cui le Terme di Torasio, individuate da recenti scavi (1989) nel sottosuolo dell'area che si estende tra la chiesa di San Filippo Neri e il Teatro Nuovo.

Funzionamento Lo smistamento dell'acqua potabile avveniva per mezzo di condotte in parte pensili in parte ipogee, lunghe circa cinque chilometri che, aggirando le pendici del Monteluco, entravano a Spoleto percorrendo un antichissimo ponte-acquedotto eretto a completamento e integrazione delle condutture e dell'opera compiuta alle sorgenti. Esso permetteva il superamento della gola del torrente Tessino, un baratro profondo circa cento metri e ampio duecento. Doveva essere più basso e più corto dell'attuale Ponte delle Torri, meno imponente, ma sufficientemente robusto da sostenere il peso delle tubazioni; grazie ad un sistema cosiddetto a sifone rovescio, già noto e utilizzato in età repubblicana., l'acqua affrontava il dislivello e raggiungeva la parte più elevata della città, in cima al colle Sant'Elia.

La parte pensile della condotta era interamente a vista sul pendio del Monteluco; scavalcava la gola della Valcieca sopra un ponte ad arco ribassato chiamato Ponte Sanguineto, lungo circa 28 metri e alto 10. La sua copertura era disposta in piano e costituiva un largo e comodo sentiero che ancora oggi si dilunga a traverso sulla china del monte, favorendo la vista di panorami mozzafiato sulla valle spoletana, tra eriche, ginepri, elci, bosso, olivi, timo, felci, rovi, lentischi, corbezzoli, ciclamini e rose selvatiche. Il percorso è appunto chiamato il Giro dei condotti in riferimento alle antiche condutture presenti sotto il suo piano di calpestio.

La parte ipogea venne descritta dal Sordini come costituita da canalette di materiale a cassetta, protette da cunicoli realizzati a cielo aperto, alternati a gallerie scavate nel fianco delle colline; tutti gli elementi individuati dall'archeologo spoletino a fine ottocento, presentavano evidenti segni di molte ristrutturazioni, sia d'epoca medievale che moderna..

Il punto di distribuzione pubblico dell'acqua potabile, cioè il Castellum Aquae spoletino era nel centro della città, in piazza Bernardino Campello, da dove si diramava in cunicoli in muratura e in terracotta, interrotti da pozzetti che a loro volta diramavano altri piccoli tubi.

Il sistema, nella sua ingegnosa semplicità, testimonia un corretto rapporto tra l'ambiente, l'uomo e i suoi bisogni.

Altri allacciamenti La captazione delle sorgenti di Vallecchia, che raccoglievano le ricche sorgenti di Patrico e di Piorlungo, seppur di difficile datazione, si può dedurre da puntuali citazioni in antichi manoscritti e pubblicazioniCarlo Bandini sostiene che le acque di cui si fa menzione in antichi scritti non siano quelle del fosso della Vallecchia, ma quelle delle sorgenti di Le Aie e Vecciano; uno spostamento toponomastico avvenuto negli anni, avrebbe indotto nell'errore. Cf.: : Giovanni Cassinese in un manoscritto del X secolo scrive: "Spoleto riceveva da luoghi assai lontani e da due lati acque più che abbondanti"Per un'edizione critica del testo di Cassinese cf.: . Dunque due acquedotti separati venivano attestati già nel X secolo. Negli Statuti del 1296 si legge che appositi pubblici ufficiali venivano designati quali addetti alla sorveglianza degli "aqueductus Vallechiae et Curticcionis". In Storia di Spoleto Achille Sansi scrive: "Non ci rimane memoria del tempo, ma notai già che nel 1239 si veniva costruendo il condotto dell'acqua di Cortaccione, e che quello di Vallecchia portò l'acqua a Spoleto nel 1278, e fu fatta scorrere, dice un cronista, per tutta la città con molta letizia del popolo". Si ritiene che, almeno per il condotto di Cortaccione, non si trattasse di costruzioni ex novo ma di importanti restauri che sopraffecero e sostituirono in parte l'opera romana.. "Nel 1278 era stato, come si disse, compiuto il condotto di Vallecchia, e nel 1296 vi si immettevano le nuove polle di Camporeo". "L'anno che seguì (1511) si diede opera al risarcimento di un gran tratto dell'acquedotto di Cortaccione per potervi rimettere le acque che per i guasti avvenuti più non vi correvano. Vi fu fatto anche un lungo muro, e il restauro fu condotto sino al Ponte Sanguineto. Con questa occasione, perché i danni non si rinnovassero, si vietarono i lavori campestri presso gli acquedotti, e il derivarne l'acqua per comodità privata".

Ulteriori vestigia, rinvenute più a monte delle precedenti, attestano che nello stesso condotto di Cortaccione venivano immesse anche le acque della villa della Vallocchia..

Uno dei pochi antichi accenni allacquedotto di Valcieca si trova nell'opera Speculum cerretanorum del 1487, dove l'autore, Teseo Pini, afferma che "perdite dell'antico acquedotto di Valcieca provocano una pioggia perenne sopra l'eremo di San Leonardo".. Di certo sappiamo che la condotta proveniente dalla Valcieca, che allacciava anche le sorgenti di Giunchete, venne progettata e realizzata dall'ufficio tecnico del comune nel 1866.. Costruita in muratura, era lunga 7200 metri e sorpassava due ponti alti circa 8 metri, prima di confluire nella condotta di Cortaccione alla distanza di m. 1080 dall'imbocco del Ponte..

Il Ponte delle Torri

Distrutto da terremoti o da altre calamità, l'antico ponte-acquedotto romano venne sostituito nel medioevo dall'attuale Ponte delle Torri che da secoli rappresenta la parte più spettacolare dell'antico acquedotto del Cortaccione.

I basamenti del quinto e sesto pilone di fattura tipicamente classica, potrebbero essere i resti riutilizzati del precedente ponte crollato. La sua maggiore altezza e grandiosità probabilmente consentì una modalità più semplice, così detta a deflusso libero, di provvedere la città di un'adeguata quantità d'acqueIn Historie di Spoleti Bernardino Campello descrive alcune grandi condutture di Piombo per la distribuzione dell'acqua e attribuisce la costruzione del Ponte delle Torri a Teodelapio. Cf.: .

Manutenzione, restauri e innovazioni Per vigilare il ponte e gli acquedotti venne eretta, probabilmente nel medioevo, una torre che consentiva il controllo da oriente; la struttura, denominata Fortilizio dei Mulini, è tuttora parte del panorama spoletino, seppur diroccata.

La preziosità e la insostituibilità dell'elemento idrico fu sempre motivo di cura assidua e attenta delle sorgenti e dei manufatti di captazione, salvaguardia garantita da severe leggi. La Lex spoletina, con i suoi severi regolamenti, documenta l'importanza che, ai fini della tutela ambientale, veniva attribuita al patrimonio boschivo del comprensorio del Monteluco e dell'area tra Montefalco e Trevi, rientrante anch'essa nel progetto di bonifica della piana; il manto boschivo infatti, ancora oggi presente, limitava l'erosione dei corsi d'acqua, ne conteneva l'apporto solido e regolamentava efficacemente le acque meteoriche.

Il monitoraggio continuo delle fontane e degli acquedotti spoletini nel XIII secolo era affidato ad un cittadino spoletinoSecondo gli "Statuti del 1296" si eleggevano appositamente fra i cittadini boni homines deputati al controllo dell'efficienza e alla custodia sia delle fontane, sia degli acquedotti. Cf. che sotto giuramento vigilava e ispezionava che le acque non intorpidissero e non fossero inquinate da immondizie; aveva pieni poteri nel decidere i restauri necessari e poteva denunciare senza riguardi qualsiasi contravventore. Il suo mandato durava solo un anno..

Numerosi nei secoli, soprattutto nella prima metà del XIII, sono stati gli interventi di ristrutturazione rivolti agli acquedotti di Spoleto, che ne hanno mutato l'aspetto e sostituito l'opera romana, che altrimenti sarebbe stata più evidenteL'elenco degli interventi si trova nelle Riformagioni del Comune.

Una delle più importanti innovazioni fu la costruzione ex novo nel secolo XIV del tratto di acquedotto che dal Fosso della Maddalena attraversava le falde del Monteluco e arrivava sopra la Rifolta. Da qui un'apposita condottura a pressione portava l'acqua fin dentro la Rocca Albornoziana, da poco completata. Parte di questo condotto venne completamente rinnovato nel 1791.