La filosofia della libertà è il più completo scritto filosofico di Rudolf Steiner, nel quale vengono studiate e illustrate le modalità che ha l'uomo di pensare e di conoscere, e di conseguenza acquisire impulsi all'azione, che fanno di lui un essere libero.
Si tratta di considerazioni filosofiche che non contengono «alcun accenno al campo delle esperienze spirituali»Dalla prefazione alla seconda edizione del 1918. presenti in altri suoi libri, ma con cui Steiner si propone di «costruire le fondamenta sulle quali tali risultati possono basarsi».
Sintesi dell'opera
L'opera, che traduce in forma filosofica la scienza spirituale di Steiner, è divisa in due parti: la prima è di carattere scientifico o gnoseologico, perché verte sulla possibilità dell'uomo di pensare e di conoscere in maniera libera e consapevole; la seconda, di carattere etico, riguarda il modo in cui i motivi dell'agire umano si attuano nell'azione pratica.
La scienza della libertà L'azione umana cosciente Steiner inizia rilevando come il tema della libertà, discusso a lungo nella storia della filosofia, abbia visto nell'età moderna il prevalere della tesi deterministica che nega il libero volere dell'uomo: si tratta di una tesi, dominante soprattutto in ambito scientifico e psicologico, risalente in gran parte a Spinoza, il quale sosteneva che l'uomo si crede libero perché non conosce la forza degli impulsi posti a base delle sue azioni. Una simile mentalità, che di fatto equipara l'uomo all'animale, è dovuta, secondo Steiner, al fatto di trascurare la capacità umana di pensare, che lo può rendere cosciente delle cause della sua azione. È questa capacità di pensiero, più che l'assenza di costrizioni, quel che più conta ai fini della libertà: «ciò che importa non è se io possa portare ad effetto una decisione presa, ma il modo come sorge in me la decisione».
L'impulso fondamentale alla scienza Il pensiero ed il bisogno di conoscenza nascono dalla contrapposizione tra io e mondo, o tra soggetto e oggetto: non ci contentiamo di accettare senz'altro l'esistenza di quest'ultimo. Steiner contesta i due principali tentativi filosofici di ristabilire l'unità tra queste polarità: da un lato il dualismo, che rimane incapace di superare la loro contrapposizione, dall'altra il monismo unilaterale, sia quello idealistico, sia materialistico, i quali hanno semplicemente finito per negare ora la materia, ora lo spirito. La soluzione suggerita da Steiner, alla stregua del monismo di Goethe, è di considerare le espressioni della nostra natura soggettiva come una manifestazione della natura stessa. L'errore della scienza materialistica odierna, derivante dall'impostazione kantiana e dall'idealismo critico, è di considerare l'uomo, con i suoi pensieri, come avulso, separato dal mondo in cui è egli inserito.
Il pensiero al servizio della comprensione del mondo Steiner rileva che l'antitesi filosofica tra spirito e materia è da ricondurre alla distinzione fondamentale tra pensiero e percezione, che sono le nostre due fonti del conoscere. La semplice percezione di un oggetto, che di per sé non dice nulla, può essere compresa nei suoi rapporti con altri oggetti solo grazie all'intervento del pensiero; ma per comprendere la natura del pensiero occorre osservare il proprio stesso pensare, perché i nostri concetti vengono legati tra loro in base al loro contenuto, non per effetto dei processi materiali che si svolgono nel cervello, come sostenuto dalla scienza materialista.
Le componenti fisiologiche dell'organismo non hanno cioè alcuna influenza sull'attività del pensiero, ma anzi si ritraggono dinanzi ad esso: chi ha la buona volontà di osservare il proprio pensare, infatti, «osserva qualcosa ch'egli stesso produce: non si trova di fronte ad un oggetto a lui estraneo, ma alla sua stessa attività: egli sa come sorge quello che osserva: vede i nessi e i rapporti».
Il fatto che il pensiero, nella storia della filosofia, sia stato poco osservato nella sua vera luce ed importanza, è dovuto, sostiene Steiner, all'impossibilità di osservarlo durante il suo svolgimento, ma solo dopo che si sia svolto. Mentre si pensa si viene infatti assorbiti dal proprio oggetto, così che per osservare il pensare in sé stesso occorre un atto di volontà che ne ripercorra l'andamento. Ma è in questo modo che nel pensare si trova un punto fisso, di natura universale e impersonale, da cui partire per dare un ordine alle percezioni soggettive dei fenomeni del mondo, e poterseli spiegare correttamente.
Il mondo come percezione Mentre Hegel poneva il concetto, o l'Idea, come elemento primario, Steiner pone invece all'origine il pensare in atto. L'uomo per lo più non sperimenta il pensare nella sua vitalità, ma solo i concetti pensati, che sorgono secondariamente da questo. Il pensare si trova al di là di soggetto e oggetto, e non va pertanto considerato un'attività soggettiva.
Ma in che modo gli oggetti della percezione sensibile si compenetrano col pensiero? Secondo Steiner, il grande equivoco della filosofia moderna, originato dal dualismo kantiano che ha tratto in inganno la fisiologia e la psicologia scientifica, è ritenere che noi non possiamo conoscere gli oggetti come sono in sé, ma soltanto la rappresentazione che i nostri sensi ne fanno. Si è caduti così in un circolo vizioso: la realtà oggettiva e materiale, che ci appare in forma di suoni, colori, ecc. sembra tale perché subisce l'impronta delle nostre strutture soggettive; ma a sua volta il nostro pensare soggettivo viene spiegato sulla base di processi fisiologici obiettivi.
In altre parole, se le nostre percezioni fossero mere immagini mentali prodotte dai sensi, e ricombinate in una maniera ancora più alterata dal cervello, la percezione del cervello stesso dovrebbe essere una mera immagine mentale prodotta dal cervello!
Anche l'idealismo successivo a Kant, compreso quello di Schopenhauer, basato sull'affermazione che «il mondo è una mia rappresentazione», pur sostenendo di volersi contrapporre al realismo primitivo, ne prende subdolamente a prestito la convinzione che i nostri organi di senso abbiano un'esistenza oggettiva, per poi spogliarli di ogni contenuto reale.
La conoscenza del mondo Dottrine filosofiche come l'idealismo critico di Fichte, o il realismo trascendente di Hartmann, sono dunque incoerenti perché non possono aspirare all'oggettività nel momento in cui giudicano l'oggettività stessa alla stregua di un sogno o d'una chimera. Parzialmente giustificato è invece, secondo Steiner, il realismo primitivo, che per lo meno attribuisce alle percezioni esterne un carattere oggettivo, e non le confonde con le rappresentazioni provenienti dalla nostra interiorità, sebbene poi consideri erroneamente il pensiero come un'astrazione separata dalla realtà:
La posizione filosofica in cui Steiner si riconosce, ossia il monismo, non si ferma alla singola percezione di un oggetto, scambiandola per la sua totalità, come fa il realismo ingenuo; ma neppure ipotizza una fantomatica cosa in sé nascosta dietro la percezione come fa l'idealismo critico. Esso, piuttosto, unisce le diverse percezioni che avvengono in determinati momenti attraverso il nesso ideale del pensiero, il quale è in grado così di ricomporre l'interezza della realtà. Non si può dire ad esempio che è l'occhio a produrre soggettivamente i colori, la cui vera natura sarebbe radicalmente diversa da quanto siamo in grado di percepire, bensì che esiste una relazione concettuale, colta dal pensiero, tra l'occhio e i colori. La fisiologia moderna fraintende questo nesso ideale come se fosse un oggetto di percezione materiale, pur non percependolo affatto.
Per via della nostra conformazione spirituale, la realtà in divenire, con le sue trasformazioni, ci è data dapprincipio in forma incompleta attraverso singole percezioni, che generano in noi sentimenti e sensazioni individuali; ma questa stessa realtà si riconnette in unità nel pensiero, in maniera universale, attraverso l'intuizione, così che, dice Steiner, «in quanto pensiamo, siamo l'essere uno e universale che tutto pervade». Il concetto di triangolo, ad esempio, è uno ed universale anche se pensato da molti.
L'essenza ultima della realtà, conoscibile solo nel pensiero, non può essere identificata ad esempio con la volontà di cui parlava Schopenhauer, perché questa deriva a sua volta da un'autopercezione, che può arrivare alla coscienza solo grazie al pensiero.
L'individualità umana Un pregiudizio duro a morire è quello che scambia le percezioni oggettive per rappresentazioni soggettive. Ma come sorge dunque la rappresentazione di un oggetto, ad esempio di un albero? Steiner rileva che una simile domanda è mal posta, perché parte dal presupposto che i confini del nostro corpo siano pareti separatorie, mentre invece noi e l'albero apparteniamo alla stessa realtà, cioè siamo attraversati dalla medesima corrente del grande divenire cosmico: grazie dunque al pensiero, è possibile collegare la percezione dell'albero con quella del nostro io, che inizialmente vengono percepiti come entità statiche e separate.
Dopo che alla percezione si è aggiunto il concetto, non ha senso ricercare altri principi per la spiegazione della realtà. Non si può uscire dal pensare, come non si può uscire dalla percezione:
L'uomo è dunque un essere duale: con il pensare egli lega la percezione al concetto, penetrando nel divenire universale del cosmo; quando invece riferisce la percezione alla sua peculiare individualità, egli si ritira entro i confini della propria personalità, dando luogo ai sentimenti, di piacere o dispiacere, che fanno di lui un individuo unico. E la rappresentazione, per Steiner, sta propriamente in mezzo fra percezione e concetto, consiste cioè in un concetto individualizzato; mentre l'esperienza è la somma totale delle rappresentazioni di ognuno.
L'uomo oscilla continuamente tra questi due poli, tra l'unione con l'universo e la particolarità della sua esistenza, ma le vere individualità, per Steiner, sono quelle capaci di dare un'impronta individuale ai principi universali della dimensione ideale, nelle quali cioè, per mezzo del sentimento, «i concetti acquistano vita concreta».
Ci sono limiti alla conoscenza? Per Steiner non ha senso parlare di limiti alla conoscenza, perché la realtà non chiede spiegazioni. Non è il mondo che ci pone le domande, siamo noi che le poniamo a noi stessi, e dunque solo in noi stessi possiamo risolverle. Sebbene possano insorgere casualmente dei limiti alla conoscenza dovuti a circostanze particolari, essi non fanno strutturalmente parte dell'organizzazione umana in generale.
Per il monismo di Steiner, noi afferriamo tramite la percezione solo una parte della realtà, che possiamo però ricondurre ad unità con l'aggiunta, tramite il pensiero, del concetto corrispondente. Il dualismo introdotto da Kant nella scienza odierna, invece, chiamato da Steiner anche "realismo metafisico", trasporta la polarità oggetto/soggetto al di là della percezione, contrapponendo a quest'ultima una realtà impercepibile, che in quanto tale costituisce un limite alla conoscenza.
Il dualismo mescola così, in modo incoerente, idealismo e realismo primitivo: da quest'ultimo, in particolare, prende la convinzione che i concetti ideali siano qualcosa di soggettivo ed astratto, estranei alla vera realtà percepibile con i sensi. Mentre però la coscienza primitiva attribuisce realtà solo alla testimonianza dei sensi, persino ad esempio nella fede religiosa, in cui si avvale esclusivamente di dati rivelati in forma tangibile, il realismo metafisico attribuisce anche all'impercepibile una realtà analoga al percepibile. Facendo uso soprattutto del metodo induttivo, mentre un tempo prediligeva quello deduttivo, trasferisce proprietà del mondo visibile, come moto, forma, o posizione, a forze immaginarie operanti ad esempio a livello atomico.