La Īṣa Upaniṣad (Īśopaniṣad; devanāgarī: ईशोपनिषद्; anche Išāvāsya Upaniṣad) è il quarantesimo e ultimo kaṇḍa ("sezione") dello Vājasaneyisaṃhitā inserito nello Śukla Yajurveda (Yajurveda bianco), ovvero attiene a quel testo che la tradizione attribuisce al ṛṣi Yājñavalkya. Quindi, a differenza delle altre Upaniṣad, la Īśopaniṣad è parte integrate della rispettiva saṃhitā del Veda.

La Īṣa Upaniṣad si compone di 18 versi (mantra) e, sia per i suoi contenuti sia per la presunta antichità, essa è in grandissima considerazione presso gli ambienti tradizionali hindū dove è solitamente inserita all'apertura di ogni antologia delle Upaniṣad Cfr. Antonio Rigopoulos in Hinduismo antico vol.1 (a cura di Francesco Sferra; Milano, Mondadori, 2010, p. XCLV.

Esistono due recensioni di questa Upaniṣad quella, forse più antica, detta dei Kāṇva e quella detta dei Mādhyandina.

Risalente probabilmente al VI-V secolo a.C., o successivo, comunque prima dell'era volgareProbabilmente è la più antica Upaniṣad i versi, cfr. Carlo Della Casa, Op.cit., p. 346., deve il suo nome, come quello di Išāvāsya Upaniṣad, alle sue prime parole: īśā vāsyam.

" Īṣa" ("Il Signore", la "Persona suprema"Īṣa come aggettivo intende "che domina completamente qualcosa", "potente", "supremo", "signore", in qualità di sostantivo è il nome di Śiva nel Mahābhārata (compreso lo Harivaṃśa).), vāsyam ("abita", "pervade", "veste"; vāsyam è il gerundio della radice verbale vas, ma ci sono diverse radici vas, da qui la sfumatura di significato che il termine può assumere a seconda della scelta del traduttore o del lettoreAd esempio Pio Filippani Ronconi lo legge come "vestire": ), idaṃ sarvaṃ ("tutto ciò"), yat kiñca ("qualsiasi cosa", "il mondo"), jagatyāṃ jagat ("che si muove").

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