Si dà il nome di scienza goethiana all'approccio adottato da Goethe nello studio della natura, e da lui utilizzato nella stesura dei suoi saggi scientifici, i più noti dei quali furono la Metamorfosi delle piante e la Teoria dei colori. Oltre che poeta e scrittore di romanzi, infatti, Goethe era animato da profondi interessi scientifici in diversi campi, fra cui la morfologia, la botanica, la zoologia, la mineralogia e la meteorologia, pervenendo anche a scoperte anatomiche di una certa rilevanza come quella dell'osso intermascellare.Federica Cislaghi, Goethe e Darwin: la filosofia delle forme viventi, pp. 37-49, Mimesis Edizioni, 2008. Goethe indagò la cromatica con un metodo contrapposto a quello tradizionale della scienza newtoniana, da lui giudicata astratta e unilaterale, formulando una teoria dei colori di cui fu più soddisfatto che non dei successi conseguiti in campo letterario.A proposito della teoria dei colori da lui elaborata Goethe affermò: «Io non provo orgoglio per tutto ciò che come poeta ho prodotto. Insieme a me hanno vissuto buoni poeti, altri ancora migliori hanno vissuto prima di me, e ce ne saranno altri dopo. Sono invece orgoglioso del fatto che, nel mio secolo, sono stato l'unico che ha visto chiaro in questa difficile scienza del colore, e sono cosciente di essere superiore a molti saggi» (Goethe, da una conversazione con Johann Eckermann del 19 febbraio 1829, cit. in J. P. Eckermann, Gespràche mit Goethe, Lahr, 1948, pag. 235, trad. it.: Colloqui con Goethe, Sansoni, 1947).
La scienza goethiana si contrappone alla scienza, come normalmente si intende, ed è considerata una pseudoscienza. Intesa, invece, come disciplina filosofica potrebbe essere ritenuta una forma di fenomenologia.Jean Lacoste, Goethe: Science et philosophie, Parigi, PUF, 1997, p. 195 e segg.; Gernot Böhme, Goethes Faust als philosophischer Text, Kusterdingen Die Graue Edition, 2005.Cfr. anche Giovanna Pinna, Cose d'aria. Morfologia e nuvole in Goethe, in "Sensibilia", VI, a cura di Marco Tedeschini e Manrica Rotili, Milano, Mimesis, 2013, pp. 247-261.
Il filosofo ed esoterista Rudolf Steiner, studioso ed editore delle sue opere, ha in seguito adottato la prospettiva di Goethe applicandola alla visuale filosofica dell'antroposofia o «scienza dello spirito» da lui fondata, così che all'occorrenza si può parlare di scienza goethiana-steineriana.
Caratteristiche Le concezioni goethiane si inseriscono nel quadro della filosofia idealistica che dominava la cultura del tempo, e che esse contribuirono a forgiare.
Sebbene Goethe non abbia delineato in maniera esplicita la propria concezione del mondo, Steiner ha ritenuto di poterla desumere dai suoi scritti, rilevando come nello studio della natura Goethe parta dalla convinzione che l'uomo e il mondo circostante non sono entità separate, bensì appartengono entrambi allo stesso divenire cosmico, così che le espressioni della nostra natura soggettiva sono in realtà una manifestazione della natura stessa. Ciò differenzia ad esempio la scienza goethiana dall'impostazione filosofica di Kant, da cui Steiner fa derivare la mentalità materialistica odierna, che invece considera l'uomo, con i suoi pensieri, come avulso, separato dal mondo in cui è egli inserito.
Ne consegue che per Goethe i concetti e le idee con cui conosciamo il mondo non sono un semplice strumento conoscitivo, di cui ci si serva come mere immagini che riflettano il vero, ma appartengono integralmente ai mutamenti della natura, specialmente di quella organica; le idee che l'uomo svela indagando i fenomeni del mondo fanno dell'uomo stesso l'organo di comprensione della natura. Arte e scienza in tal senso si assomigliano, perché si propongono di rivelare in forma più compiuta e comprensibile quel che si nasconde alla percezione dei sensi.
L'Urphänomen o «fenomeno originario»
Il primato dell'idea, intesa non alla maniera trascendente di Platone, ma come entità immanente, conduce ad uno dei principi fondamentali tenuti in considerazione dalla scienza goethiana, quello degli urphaenomen, ossia di quei fenomeni naturali da cui occorre partire per spiegare tutti gli altri, e dei quali non ha senso ricercare ulteriori cause che li rendano possibili. Steiner spiega in sintesi che «i fenomeni che sorgono sotto la sola azione di condizioni indispensabili possiamo chiamarli originari, gli altri derivati».Rudolf Steiner, , op. cit., pag. 126.
Un esempio di fenomeno primordiale è per Goethe quello della pianta-tipo illustrato nella Metamorfosi delle piante, cioè l'idea archetipa della pianta che rende possibile l'infinità varietà e molteplicità degli organismi vegetali: si tratta di un quid immateriale, afferrabile soltanto col pensiero, ma che si rende manifesto nella forma, nei colori, o nella grandezza delle varie specie e degli organi che le compongono. Esso rappresenta il prototipo della pianta, le cui diverse estrinsecazioni tangibili consistono in un adattamento alle differenti condizioni ambientali in cui la pianta-tipo si imbatte di volta in volta. Uno studio recente ha proposto di interpretare il concetto goethiano di Urpflanze come espressione di un principio generativo della forma, mettendolo in relazione con successive tradizioni scientifiche interessate ai meccanismi generativi delle strutture biologiche.
Un altro esempio di fenomeno primordiale esposto nella Teoria dei colori è la luce, da intendere nella sua essenza puramente spirituale. Come la pianta-tipo genera la molteplicità delle sue manifestazioni tangibili a contatto con la natura inorganica, così la luce, incontrandosi con i fenomeni dell'oscurità, genera la varietà dei colori percepibili ordinariamente col senso della vista.La ricerca goethiana delle essenze esclude ogni forma di essenzialismo, poiché Goethe non mira affatto a definire l'essenza degli Urphänomen, cercando ad esempio di dire cosa sia la luce con l'ausilio di concetti astratti, ma solo a scoprirne i nessi coi fenomeni secondari del colore (cfr. F. Moiso, La scoperta dell'osso intermascellare, in Goethe scienziato, a cura di G. Giorello e A. Greco, pag. 317, Torino, Einaudi, 1998). Nella Teoria dei colori Goethe sostiene infatti:
Le due fonti del conoscere: percezione e concetto Il mondo per Goethe risulta così comprensibile grazie alle idee-tipo; ogni tentativo di conoscenza, che insorge quando tentiamo di decifrare quello che all'inizio percepiamo con i nostri sensi come un caos sconnesso, trova nei legami concettuali forniti dall'idea la sua soluzione.
Goethe chiama «facoltà intuitiva di giudizio» la capacità di immergersi dentro l'essenza delle forme, non astraendola dagli oggetti ma «come se formassero gli oggetti stessi»,R. Steiner, , op. cit. pag. 25. poiché la natura che in essi si eprime è la stessa che parla nell'uomo.
Quando alla percezione di un fenomeno si unisce il concetto corrispondente si ha tutto ciò che occorre per comprenderlo. Non ha senso quindi per Goethe postulare realtà inaccessibili ai sensi ed al pensiero umani, che fungerebbero da cause occulte dei fenomeni primordiali, quali ad esempio gli atomi.
Steiner rileva in questo aspetto della scienza goethiana uno dei punti decisivi che la differenziano dalla scienza moderna comunemente intesa, indotta in errore, a suo avviso, dal presupposto di Kant che esista un noumeno o cosa in sé a cui l'uomo non può avere accesso e che costituirebbe l'autentica realtà "oggettiva". Ma la vera scienza, per Goethe, non può che essere antropomorfica, perché l'uomo non può mai uscire fuori dal percepibile, cioè dal modo in cui i fenomeni gli si presentano. Allo stesso modo Steiner: L'oggettività, pertanto, è quella che si dà nell'uomo stesso, e sarebbe un controsenso giudicarla soggettiva sulla base di un presunto punto di vista oggettivo che neppure si conosce, e che per giunta si nega possa essere mai conosciuto.
Nello studio dei colori, ad esempio, Goethe stigmatizza l'atteggiamento dei fisici moderni che invece di guardare i colori «si mettono a calcolare»,Goethe, cit. in Silvano Petrosino, Piccola metafisica della luce, pag. 244, Jaca Book, 2004 ISBN 9788816406841. cercando di imporre «al colore un insieme di procedimenti matematici»: per lui è un'astrazione ingiustificata il fatto di prescindere dall'essenza qualitativa dei colori, così come vengono percepiti dall'occhio umano, per limitarsi al loro aspetto quantitativo.Goethe sosteneva bensì l'importanza della matematica, che per lui tuttavia consente di studiare solo un aspetto della fisica, quello passibile di misurazione e di calcolo: «Mi sono sentito accusare di essere un avversario, un nemico della matematica, mentre invece nessuno potrebbe tenerla in maggior pregio di me» (Goethe, cit. in E. T. Bell, Men of Mathematics, 1937). «La prudenza che sta nel dedurre da ogni singolo fatto solamente quello che immediatamente lo segue, la dobbiamo apprendere dai matematici; e anche là dove non ci serviamo dal calcolo dobbiamo sempre procedere come se fossimo obbligati a renderne conto al più severo dei geometri» (Goethe, Dell'esperienza, considerata come mediatrice tra l'oggetto e il soggetto, 1793).
Steiner aggiunge per questo che la scienza moderna, attenendosi soltanto ai processi di movimento degli atomi, ignora il modo effettivo in cui appaiono i colori, essendo impossibile spiegare come dal semplice movimento di una data materia possa generarsi ad esempio la visione del rosso.Steiner cita in proposito le parole del fisico Emil Du Bois-Reymond, il quale, partendo dal punto di vista della scienza moderna, resta impossibilitato a capire «quale legame pensabile esiste tra dati movimenti di dati atomi nel mio cervello, da un lato, e dall'altro, coi fatti per me originari, innegabili, non ulteriormente definibili: io sento dolore, sento gioia, io assaporo dolce, odoro profumo di rose, odo suono d'organo, vedo rosso...» (E. Du Bois-Reymond, cit. in , op. cit., pag. 145). Analogamente il fisiologo Wilhelm Wundt sosteneva che la materia è un sostrato «che non ci diventa mai visibile esso stesso, ma sempre solo nei suoi effetti».
Insufficienza del meccanicismo Se si esclude l'aspetto sensorio, traducendo la fisica in matematica e meccanica applicata,, rimane per Goethe «solo l'ultima sublimata astrazione senza immagine, e la più alta vita organica è consegnata a fenomeni naturali generali completamente privi di forma e corporeità».Goethe, Naturwissenschaftliche Schriften, WA, II, 6.
Analogamente per Steiner, quello che alla vista appare rosso, così come una qualunque sensazione di suono, di calore, ecc. non può essere considerata la manifestazione puramente soggettiva di un supposto processo oggettivo e «invisibile»: soggettiva è soltanto la via attraverso cui questi fenomeni ci vengono trasmessi, non i fenomeni in sé del rosso, o del calore, ecc. Essi non sono l'effetto, ma piuttosto la causa del movimento che viene impresso alla materia; movimento a cui la fisica riduzionistica limita le proprie indagini e le proprie possibilità conoscitive.