Il Perdono di Gesualdo, conosciuta anche come Pala del Perdono, è un olio su tavola del pittore fiorentino Giovanni Balducci, realizzato nel 1609 su commissione di Carlo Gesualdo, principe di Venosa, musicista e noto compositore di raffinati madrigali. Conservato nella Chiesa di Santa Maria delle Grazie di Gesualdo (in provincia di Avellino), l'opera fu oggetto di importanti restauri alla fine del XX secolo in seguito al terremoto dell'Irpinia del 1980, responsabile della distruzione di gran parte degli edifici.

Testimonianza quasi unica nel campo della pittura religiosa della devozione del principe compositore (un'altra tela che lo raffigura è conservata nella Chiesa Madre di San Nicola, sempre a Gesualdo), la Pala del Perdono è stata oggetto di vari scritti e analisi storiografiche dal secolo scorso: numerose interpretazioni, spesso legate alla "leggenda nera" del musicista assassino di sua moglie adultera Maria d'Avalos e del suo amante Fabrizio II Carafa, hanno conferito un alone di mistero intorno all'opera.

Gli storici dell'arte e i musicologi concordano, all'inizio del XXI secolo, su alcune ambiguità del Perdono, le quali riflettono l'affascinante personalità del suo patrocinante. Si ritiene che in tale opera sia presente l'unico ritratto autentico del nobile campano.

Storia Contesto storico

La realizzazione del Perdono di Gesualdo risponde a un ordine per l'altare maggiore della chiesa attigua al convento dei cappuccini di Gesualdo, la cui costruzione era stata intrapresa dal padre di Carlo, Fabrizio, già a metà degli anni ottanta del Cinquecento..

Questo convento, oggi in gran parte restaurato nelle sue forme originali, si presenta come un complesso monastico di grande bellezza, con annessi un ampio giardino e la chiesa di Santa Maria delle Grazie.. Denis Morrier fa notare che questo monastero costituiva "fonte per il Gesualdo di una rendita cospicua". La chiesa reca un'iscrizione volta a ricordare che il principe portò a compimento la sua costruzione nel 1592:.

Il lavoro svolto sotto la direzione del principe compositore comprende in realtà due conventi (uno dei cappuccini, l'altro dei domenicani) con rispettive chiese (Santa Maria delle Grazie, completata nel 1592, e Santissimo Rosario, di cui Carlo Gesualdo non assistette mai al completamento finale).

Catherine Deutsch rimarca come alcuni storici abbiano tentato di trovare un collegamento tra la fondazione di queste istituzioni e l'omicidio ordinato da Carlo Gesualdo appena commesso nel suo palazzo di Napoli, nella notte tra il 16 e il 17 ottobre 1590, ai danni di sua moglie Maria d'Avalos, sorpresa in flagrante delicto di adulterio con Fabrizio Carafa, Duca di Andria.. Questa prima interpretazione, legata dunque al tentativo del nobile di implorare misericordia per i suoi peccati recenti, si applica anche al Perdono, carico di figure allegoriche che offrono la possibilità di immaginare più chiavi di lettura.. Per Glenn Watkins, le ingenti dimensioni della Pala del Perdono testimoniano una reale cura da parte del patrocinante per la grandezza, oltre che dimostrare il suo fervore religioso..

Commissione dell'opera

L'identità del pittore è rimasta a lungo incerta: si azzardavano in passato i nomi di Silvestro Bruno e di Girolamo Imparato, due artisti manieristi minori della scuola napoletana. Ulteriori ricerche, avviate a seguito del restauro del dipinto, hanno permesso di attribuire il Perdono di Gesualdo a Giovanni Balducci e alla sua bottega fiorentina.. Protetto dal cardinale Alfonso Gesualdo a Roma, che era stato decano del collegio cardinalizio e poi arcivescovo di Napoli nel 1596, questo artista aveva seguito il suo maestro. Lo storico Francesco Abbate considera Giovanni Balducci il pittore ufficiale della famiglia dei Gesualdo in quell'epoca storica..

La data esatta di quando il dipinto andò commissionato non è nota, ma in base alle caratteristiche relative alla rappresentazione, alla disposizione dei personaggi e all'organizzazione dello spazio è stato possibile indicare come anno di conclusione dell'opera il 1609. Malgrado ciò, si è a lungo discusso su quali fossero realmente i canoni seguito dall'artista, oggi tutto sommato ben ricostruiti: Glenn Watkins lo giudica un perfetto esempio di Ars moriendi, dove i temi del giudizio universale e della penitenza appaiono predominanti..

Il musicologo americano, infatti, traccia un profilo drammatico dello stato psicologico in cui versava il Gesualdo durante i primi anni del XVII secolo, trattandosi di "un periodo in cui le pressioni nei suoi confronti dovettero essere state straordinarie".. Un bilancio della sua vita passata non poteva recargli alcuna consolazione: il suo primo matrimonio era finito con infedeltà e omicidio, il suo secondo gli aveva lasciato solo una momentanea distrazione prima di deteriorarsi in un rapporto personale insostenibile. Il figlio nato dal suo primo matrimonio rimase lontano da lui e lo trattò come un estraneo. In più, il figlio nato dal suo secondo matrimonio era appena morto nel 1600. Nel 1603, anno di pubblicazione dei suoi due libri di mottetti a cinque e sei voci, la salute del principe pareva così precaria che i suoi parenti si aspettavano che morisse presto..

Danneggiamento dell'opera

Il dipinto fu danneggiato in modo abbastanza significativo durante il terremoto del 23 novembre 1980, il cui epicentro era non lontano da Conza della Campania, dominio feudale dei Gesualdo nell'odierna provincia di Avellino già nel XV secolo.

Le scosse si rivelarono catastrofiche per i due conventi costruiti per ordine del principe, per il suo castello situato a Gesualdo, invero mai restaurato, così come per il comune, che fece registrare alcuni morti, feriti e sfollati.. Gran parte del patrimonio familiare dei Gesualdo, la cui discendenza si era estinta alla morte di Lavinia, moglie di Niccolò Ludovisi e nipote di Carlo, nel 1636, andò irrimediabilmente perduto.. Glenn Watkins bolla l'accaduto come cronaca di una perdita la quale deve insegnare che quanto sopravvissuto deve essere considerato ancor più prezioso..

Restauro

Il danno al dipinto non si limita alle conseguenze del terremoto del 1980: alla sua prima visita a Santa Maria delle Grazie, nel 1961, Glenn Watkins osservò che il dipinto era stato spostato sul muro a sinistra dell'altare e presentava dei tagli nella parte inferiore sinistra, che interessava la figura del principe compositore, tra l'altro poi riprodotta sulla copertina della prima edizione della sua opera intitolata a Gesualdo, the Man and his Music, nel 1973.

Dopo il terremoto, che distrusse gran parte della chiesa, il dipinto rimase per diversi anni su un fianco poggiato a terra; il lavoro di restauro partì alla fine del 1990 e la tela venne ricollocata nella sua posizione originale nel 1994.

Il lavoro ha portato alla luce una serie di scoperte riguardanti lo stato originale dell'opera, in quanto un braghettone, vissuto di certo in epoca successiva al 1609, seguì i canoni della Controriforma e rivestì i personaggi che risultavano sconvenienti secondo le nuove e ferree regole tridentine. Tra gli altri dettagli che sono stati oggetto di pentimento, la scollatura di Maria Maddalena appare nella sua versione originale più aperta. Tuttavia, l'influenza della Controriforma coinvolse anche altro: l'alterazione più impressionante aveva riguardato la figura di Eleonora d'Este, trasformata in una clarissa in abito monacale..

L'identificazione della principessa di Venosa pose fine a una disputa storiografica e artistica sull'identità della figura femminile. Glenn Watkins riprende due tra le ipotesi più acclarate in passato, ovvero suor Corona, sorella di Carlo Borromeo, e la moglie assassinata da Carlo Gesualdo.. L'abito da corte e la gorgiera senza colletto corrispondono agli abiti del Grandato di Spagna indossati dal marito.

Descrizione e stile

Il dipinto raffigura una scena del giudizio universale con dieci personaggi principali, dove Gesualdo appare con la sua seconda moglie e implora Cristo grazie all'intercessione dello zio materno Carlo Borromeo, vestito da cardinale e posto nella posizione di protettore..

Denis Morrier propone una ripartizione della tela su tre livelli:

In alto, il Cristo pantocratore, quasi in una mandorla mistica, giudica i vivi e i morti. È circondato da diversi santi, tra i quali si riconoscono la Vergine Maria, "consolatrice degli afflitti" che intercede presso il figlio per il perdono dei peccatori, e Maria Maddalena, simbolo di pentimento;. Nella parte centrale, si ammirano il compositore sostenuto dallo zio, Carlo Borromeo. Di fronte a lui c'è sua moglie, Eleonora d'Este, vestita secondo l'abbigliamento femminile del tempo;. Nella parte inferiore, si intravede il Purgatorio dove un uomo e una donna stanno aspettando, persi tra le fiamme.

Glenn Watkins, che equipara i due livelli superiori della tela a quelli di una classica sacra conversazione, pone particolare attenzione sulle figure tutelari dell'arcangelo Michele, seduto vicino a Cristo e un po' sbiadito, di Francesco d'Assisi e Domenico di Guzmán, fondatori degli ordini religiosi che occupano i due conventi costruiti da Gesualdo..

Personaggi

I personaggi raffigurati nel Perdono di Gesualdo si possono suddividere in tre categorie: i membri della famiglia di Carlo Gesualdo, dipinti in maniera realistica, i personaggi sacri, rappresentati secondo canoni classici, e le figure allegoriche, più difficili da interpretare. Il primo gruppo è limitato alla coppia formata dalla principessa e dal principe di Venosa, oltre che e dallo zio di quest'ultimo. La figura restaurata di Eleonora d'Este la mostra, tuttavia, stranamente isolata dal resto dei personaggi.

Eleonora d'Este

La moglie di Gesualdo è l'unica persona che volge il suo sguardo verso l'osservatore. Da questo punto di vista, la versione modificata nel XVII secolo presentava una certa sintonia con l'atteggiamento degli altri personaggi. Nella sua analisi della Pala del Perdono, Glenn Watkins azzarda la voluta intenzione da parte del Gesualdo, la cui moglie si trova in una posa neutra e di ghiaccio fissando il vuoto, di posizionarla in scena alla stregua di una testimone completamente passiva di queste richieste di perdono..

Le circostanze biografiche relative all'armonia della coppia permettono di far maggior chiarezza: con il sostegno del fratello Cesare d'Este, Eleonora aveva ottenuto dal marito che la lasciasse tornare a corte a Modena, dove rimase prima dall'ottobre del 1607 al novembre del 1608, poi di nuovo dall'ottobre del 1609 al novembre del 1610, non senza irritare Gesualdo, il quale la esortò a fare ritorno alla casa coniugale..

È quindi probabile che il suo ritratto sia stato realizzato non dal vivo, bensì sulla base di uno già esistente, come quello conservato nel museo dedicato alla casa d'Este nel palazzo ducale di Modena..

Carlo Gesualdo

Il ritratto di Carlo Gesualdo è forse il più eloquente: vestito con una palandrana nera, col viso voltò verso l'alto e appoggiato sulla gorgiera spagnola, lo sguardo cupo nonostante gli occhi grigioazzurri, i capelli tagliati corti, la barba rasata, l'aria austera e le mani giunte. Glenn Watkins gli attribuisce una figura con le guance incavate, degna di Greco..

Nella prima monografia dedicata alla sua figura e intitolata Gesualdo, musician and murderer, nel 1926, Cecil Gray sottolinea che il ritratto del principe "innesca una curiosa e sgradevole impressione per l'osservatore: analizzando i lineamenti del viso, rivela una personalità perversa, crudele, vendicativa e tuttavia fisicamente più debole che forte, quasi addirittura femminile: si tratterebbe tra l'altro proprio del profilo tipico di un uomo tronfio di sé perché discendente da una nobile e longeva famiglia aristocratica"..