Le Brigate Garibaldi furono delle formazioni partigiane organizzate dal Partito Comunista Italiano operanti nella resistenza italiana durante la seconda guerra mondiale.

Composte in prevalenza da comunisti, in esse militarono anche esponenti di altri partiti del CLN, specialmente socialisti, azionisti e cattolici. Pochi furono invece i componenti democristiani. Coordinate da un comando generale diretto dagli esponenti comunisti Luigi Longo e Pietro Secchia, furono le formazioni partigiane più numerose e quelle che subirono le maggiori perdite totali durante la guerra partigiana. In azione i componenti delle brigate indossavano per riconoscimento fazzoletti rossi al collo e stelle rosse sui copricapi.

Brigate Garibaldi si chiamavano anche le tre brigate che componevano la Divisione partigiana italiana Garibaldi in Montenegro, che operava in Montenegro al fianco del II Korpus dell’Esercito popolare di liberazione della Jugoslavia; la divisione era costituita da militari italiani e comandata dai generali Giovanni Battista Oxilia, Lorenzo Vivalda e Carlo Ravnich.;

Creazione ed organizzazione Disegno operativo Il 20 settembre 1943 a Milano venne costituito il comitato militare del PCI che in ottobre si trasformò in comando generale delle Brigate d'assalto Garibaldi, sotto la direzione di Longo e Secchia. Questa embrionale struttura dirigente, inizialmente dotata di mezzi molto limitati, diede subito avvio alla sua azione, diretta soprattutto al superamento di ogni "attesismo" ed al potenziamento costante dell'attività militare di contrasto alla potenza occupante ed alle risorgenti strutture politico-militari del fascismo della RSIE. Collotti, R. Sandri, F. Sessi (a cura di), Dizionario della Resistenza, pp. 430-431..

Il comando generale delle brigate previde subito di sviluppare la lotta armata sulla base di tre direttrici organizzative fondamentali: la costituzione, a partire dalle cellule comuniste già attive nelle città, di una rete di staffette con il compito di collegare i nuclei di militanti nelle varie zone, rafforzare i collegamenti ed attuare concretamente la lotta partigiana. A questo scopo venne stabilito che il 50% dei militanti del partito fossero assegnati all'attività militareE. Collotti, R. Sandri, F. Sessi (a cura di), Dizionario della Resistenza, p. 431.. La formazione di un corpo di ispettori assegnato nelle varie regioni con il compito di controllare l'attività partigiana delle brigate e di sviluppare l'attività politico-militare dei militanti. Infine, il decentramento degli stessi membri del comando generale; secondo questa direttiva, quindi, mentre il vertice rimase in clandestinità a Milano, in ogni regione venne organizzata una delegazione distaccata guidata da un membro del comando con ampi poteri decisionali.

Dopo la dichiarazione di guerra alla Germania del governo Badoglio (13 ottobre 1943), il comando generale delle Brigate Garibaldi diramò un documento ("Direttive d'attacco") in linea con le direttive politiche del PCI a favore dell'organizzazione e dell'intensificazione della guerra partigiana, caratterizzato da una rivendicazione della legalità e da un appello alla lotta senza quartiere contro gli occupanti tedeschi e i militanti del nuovo fascismo repubblicano. Nel novembre 1943 fu Pietro Secchia che, in un articolo sulla rivista del PCI "La nostra lotta", precisò ulteriormente in modo inequivocabile il disegno politico-militare adottato dalla Brigate Garibaldi: dopo una critica serrata dell'"attesismo", il dirigente del comando generale affermava l'importanza dell'azione immediata militare per "abbreviare la guerra" ed in questo modo ridurre i tempi dell'occupazione tedesca, risparmiando le popolazioni e i villaggi; per dimostrare agli alleati la volontà del popolo italiano di lottare per la propria liberazione e per la democrazia; per contrastare la politica del terrore nazifascista e renderne insicura l'occupazione; in ultimo per stimolare, mediante l'azione concreta, la crescita dell'organizzazione e della lotta partigianaR. Battaglia, Storia della Resistenza italiana, pp. 168-170..

Modello organizzativo

Il modello organizzativo venne strutturato dalla direzione del PCI. Il termine "brigata" non fu casuale: era il superamento della "banda". Brigata stava ad indicare un legame organizzativo di tipo militare tradizionale, di dipendenza tra le unità operative e i livelli superiori politico-militari; inoltre creava un richiamo morale e storico con le Brigate Internazionali della guerra di SpagnaC. Pavone, Una guerra civile, p. 149..

La scelta di dare alle formazioni partigiane comuniste il nome dell'eroe risorgimentale Giuseppe Garibaldi, al quale era già stato intitolato un battaglione di volontari italiani antifascisti in Spagna, fu presa nell'ambito di un ampio ricorso a una simbologia e una retorica nazionalpatriottiche, in applicazione della politica dei fronti popolari raccomandata dal VII Congresso dell'Internazionale Comunista del 1935.

Le dimensioni delle brigate variavano dal contesto operativo. La struttura impostata dal PCI richiedeva, oltre ad un comandante militare, un commissario politico con pari poteri militari ma impegnato anche nel lavoro di propaganda e istruzione dei partigiani; struttura questa replicata anche nelle squadre, i battaglioni e gli altri sottoraggruppamenti. Il termine "assalto" fu una volontà politica; era finalizzata a togliere le incertezze sulla possibilità di lotta e superare i dubbi nella lotta contro i fascisti. Inoltre richiamava anche i "reparti d'assalto" (gli Arditi) della prima guerra mondialeC. Pavone, Una guerra civile, p. 150..

La costituzione delle brigate si basò in primo luogo sulla severità cospirativa, la disciplina e la motivazione dei quadri comunisti ma soprattutto sull'apertura e la disponibilità nell'arruolamento dei volontari, esteso ai giovani, militari in servizio alla data dell'armistizio o provenienti dalle disciolte organizzazioni del regime. Nell'autunno 1943 il comando generale precisò inoltre la struttura di comando delle brigate con la presenza di un commissario politico, incaricato della preparazione politica dei volontari, del benessere concreto e del mantenimento del morale e delle motivazioni dei combattenti, e di ufficiali nel ruolo di comandante militare, con pari diritti e doveri del commissario politico, e di capo di stato maggiore.

Riguardo al ruolo del Partito Comunista, mentre il 50% dei militanti venne impegnato direttamente nell'attività militare con le brigate, l'altra metà si dedicò all'attività cospirativa in città (sabotaggi ed attentati), all'organizzazione ed allo sviluppo delle lotte operaie nelle fabbriche, all'agitazione contadina in alcune zone, all'inserimento nella scuola e nelle Università, favorendo inoltre il reclutamento e l'afflusso di volontari alle formazioni combattenti in montagna. Durante la Resistenza la separazione tra le due parti non fu mai irreversibile e militanti passarono nelle varie fasi della lotta da un'attività all'altra, anche se in alcune province si produsse una separazione tra il "lavoro politico" sviluppato dai dirigenti delle federazioni locali ed il "lavoro militare" affidato ai comandanti delle Brigate Garibaldi sul campo ed ai delegati regionali con pieni poteriE. Collotti, R. Sandri, F. Sessi (a cura di), Dizionario della Resistenza, pp. 431-432..

Le Brigate Garibaldi nella guerra partigiana

Le diverse Brigate Garibaldi Nonostante il collegamento diretto con il PCI, le Brigate Garibaldi annoverarono capi di grande prestigio e capacità che non erano militanti comunisti, come il cattolico ed apoliticoBiografia di Bisagno sul Aldo Gastaldi (nome di battaglia "Bisagno", dal nome dell'omonimo torrente), uno dei comandanti partigiani più importanti a Genova, l'apolitico Mario Musolesi, nome di battaglia "Lupo", capo della Brigata Partigiana Stella Rossa ucciso dai tedeschi durante il rastrellamento di Marzabotto, l'anarchico Emilio Canzi, comandante unico della XIII zona operativa Appennino Tosco Emiliano. Inoltre Aldo Aniasi rimase al comando della 2ª Divisione Garibaldi "Redi" in Val d'Ossola nonostante avesse lasciato il PCI per aderire all'organizzazione del PSI, e Luigi Pierobon, uno dei dirigenti della FUCI veneta, ebbe parte importante nella costituzione della Divisione Garibaldi "Ateo Garemi". Anche molti ufficiali monarchici, stufi dell'attendismo di altre organizzazioni o più semplicemente perché si trovavano nelle vicinanze non potendo vagare nelle zone occupate dai nazisti cercando la formazione più politicamente affine, entrarono nelle brigate Garibaldi, ottenendo spesso il comando di distaccamenti, battaglioni o intere brigate, vista la loro preparazione militare, come il capitano Ugo Ricci (tra i primi promotori della resistenza nel comasco, caduto in combattimento nella battaglia di Lenno) e il tenente (e conte) Luchino Dal Verme (partigiano), che, con il nome di battaglia "Maino" comandò prima la 88ª Brigata "Casotti" e poi la divisione "Antonio Gramsci" nell'Oltrepò pavese.

Queste situazioni portarono a volte a diatribe e contrasti che però non diminuirono la comune volontà di lotta antifascista e la determinazione in combattimento. Queste personalità erano dotate di qualità di comando, capacità di mantenere la coesione dei reparti e valore militare e quindi preferivano combattere in una organizzazione efficiente, anche se non condividevano gli ideali comunisti, piuttosto che disperdersi.

I raggruppamenti più famosi, combattivi ed efficientiG. Bocca, Storia dell'Italia partigiana, pp. 27-28, 93, 350, 388, 454. delle Brigate Garibaldi, diffuse ed attive in quasi tutto il territorio occupato, furono quelli di Vincenzo Moscatelli "Cino" e Eraldo Gastone "Ciro" nella zona libera della Valsesia, di Pompeo Colajanni "Barbato", Vincenzo Modica "Petralia" e Giovanni Latilla "Nanni" nella valle Po e nelle Langhe, di Francesco Moranino "Gemisto" nel Biellese, di Mario Ricci "Armando" nel Modenese, di Vladimiro Bersani "Paolo Selva" nel Piacentino, di Arrigo Boldrini "Bulow" (ufficiale nel 120° Fanteria dell'Esercito l'8 settembre) nella Romagna.

Associati alle Brigate Garibaldi erano i Gruppi di azione patriottica (GAP), che nelle città operavano azioni di sabotaggio e attentati contro gli occupanti nazifascisti. Uno dei più noti era quello dell'ospedale Niguarda di Milano, dove l'infermiera Maria Peron e numerosi colleghi garantivano la fuga di ebrei e detenuti politici dal carcere di San Vittore, ricoverandoli in ospedale con false diagnosi..

In totale le Brigate Garibaldi rappresentavano circa il 48% delle forze della Resistenza partigiana. Al momento dell'insurrezione finale dell'aprile 1945, i garibaldini combattenti si calcolano in circa divisi in 23 "divisioni", su un totale stimato di circa partigianiG. Bocca, Storia dell'Italia partigiana, p. 494. Questi calcoli (approssimativi) comprendono le forze effettive ed efficienti, escludendo i partigiani dell'"ultima ora", entrati nelle file della Resistenza solo nel momento della vittoria finale e di scarsa utilità nei combattimenti.. In dettaglio il comando generale delle Brigate Garibaldi disponeva, alla data del 15 aprile 1945, di nove divisioni in Piemonte ( uomini); tre divisioni in Lombardia ( uomini); quattro divisioni in Veneto ( uomini); tre divisioni in Emilia (); quattro divisioni ( uomini) in LiguriaG. Bocca, Storia dell'Italia partigiana, p. 494..

Nell'ambito delle forze militari della resistenza, le Brigate Garibaldi costituirono il gruppo più numeroso e organizzato con 575 formazioni organiche, tra squadre, gruppi, battaglioni, brigate e divisioni; parteciparono alla maggior parte dei combattimenti e subirono le perdite più pesanti, oltre morti in combattimento o per rappresagliaG. Bianchi in AA.VV., Storia d'Italia, vol. 8: La Resistenza, p. 368..