Il sequestro Gancia fu un sequestro di persona avvenuto in Italia nel 1975 durante gli anni di piombo. Un nucleo armato delle Brigate Rosse sequestrò il mattino del 4 giugno l'industriale Vittorio Vallarino Gancia, figlio del proprietario dell'omonima casa vinicola, al fine di ottenere un riscatto con cui finanziare l'attività dell'organizzazione terroristica per la lotta armata.

Il sequestro si concluse il giorno successivo quando i rapitori incaricati della detenzione dell'ostaggio furono individuati da una pattuglia dei carabinieri che fece irruzione nella cascina Spiotta d'Arzello, vicino ad Acqui Terme, dove era tenuto nascosto Gancia. Lo scontro a fuoco con l'impiego di armi automatiche e bombe a mano causò la morte dell'appuntato dei carabinieri Giovanni D'Alfonso e della terrorista Margherita Cagol, capo del nucleo brigatista e moglie di Renato Curcio, oltre al grave ferimento di altri due carabinieri, tra cui il tenente Umberto Rocca che perse un braccio e un occhio; l'ostaggio venne liberato incolume. Il sanguinoso avvenimento, i cui dettagli non sono mai stati precisati completamente, ebbe profonde ripercussioni per la storia delle Brigate Rosse: esacerbò il risentimento e la violenza del gruppo terroristico e segnò il passaggio a una fase più cruenta della lotta armata.

Storia

Contesto Dopo l'evasione di Renato Curcio dal carcere di Casale Monferrato il 18 febbraio 1975 ad opera di un gruppo armato delle Brigate Rosse guidato da Margherita Cagol, moglie del detenuto, l'organizzazione terroristica aveva sviluppato un programma complessivo di ampliamento delle sue strutture dirigenti e di incremento del numero dei militanti e delle basi logistiche.. Inoltre il comitato esecutivo, il principale organo di direzione costituito in questa fase da Curcio, la Cagol, Mario Moretti e Giorgio Semeria, aveva promosso anche una nuova elaborazione teorica sugli obiettivi della lotta armata, contenuta nella cosiddetta "Risoluzione della Direzione Strategica" divulgata dalla Brigate Rosse nell'aprile 1975.. Nella prima metà del 1975 si alternarono iniziative armate delle Brigate Rosse contro i presunti rappresentanti nazionali dell'ipotizzato progetto di riforma capitalistica da parte del cosiddetto SIM (Stato Imperialista delle Multinazionali), con i nuovi successi delle forze dell'ordine che arrestarono alcuni militanti dell'organizzazione. La situazione politico-sociale italiana rimaneva complessa e carica di spinte estremistiche da parte di importanti minoranze giovanili e operaie; in questo clima le Brigate Rosse poterono contare sull'apporto di nuovi militanti ed estendere la loro presenza territoriale: mentre Renato Curcio ritornò a Milano, la Cagol rimase a Torino e Moretti iniziò a organizzare una nuova colonna a Roma.. In questa fase divenne quindi importante per le Brigate Rosse la disponibilità di risorse finanziarie sufficienti a disporre di strutture, armi e materiali e a mantenere in clandestinità un certo numero di militanti. Nelle sue memorie Mario Moretti ha descritto le crescenti difficoltà dell'organizzazione per reperire i mezzi finanziari necessari e l'importante impegno operativo richiesto ai militanti per effettuare una serie sistematica di rapine in banche a scopo di autofinanziamento per garantire un regolare afflusso di denaro al Comitato Esecutivo che gestiva queste risorse e distribuiva i quantitativi previsti alle colonne e ai fronti. Per superare almeno momentaneamente queste difficoltà e questa carenza di risorse venne quindi deciso di organizzare un sequestro di persona a scopo di estorsione; come obiettivo venne scelta una nota personalità del capitalismo italiano, il che avrebbe permesso di giustificare anche politicamente un'azione di questo tipo, definendola un esproprio ai capitalisti da parte di una forza rivoluzionaria..

Il sequestro

Margherita Cagol, dirigente della colonna torinese, prese l'iniziativa di proporre il sequestro dell'industriale dello spumante Vittorio Vallarino Gancia e agì rapidamente per mettere in atto questa azione. Alcune testimonianze di altri brigatisti, in particolare Giorgio Semeria, hanno riferito di un presunto contrasto tra "Mara", desiderosa di accelerare i tempi e agire rapidamente, e altri dirigenti, in particolare Moretti, più prudenti e attendisti.; nelle sue memorie peraltro Moretti non conferma questo contrasto e parla di una sostanziale concordanza di idee con la Cagol e di un accordo all'interno del Comitato Esecutivo sul progetto di sequestrare Gancia. Anche Renato Curcio conferma che la decisione di sequestrare Gancia venne prese di comune accordo tra lui, la Cagol e Moretti durante una riunione nell'aprile 1975, su proposta della colonna torinese. Egli afferma che era intenzione di seguire le modalità operative dei movimenti guerriglieri latino-americani che già da tempo effettuavano rapimenti a scopo di estorsione di finanzieri e industriali per reperire risorse per la lotta armata.. Sembra che Gancia venne scelto soprattutto per considerazioni pratiche di natura logistica in quanto si ritenne che l'azione sarebbe stata facile e poco rischiosa in un territorio tra Canelli e Alessandria che i brigatisti conoscevano bene e dove disponevano di strutture di supporto. Si prevedeva di richiedere un riscatto di circa un miliardo di lire e di concludere l'operazione in pochi giorni; Curcio, evaso e ricercato in tutta Italia, venne escluso dal nucleo operativo impegnato nell'organizzazione del sequestro, di cui prese la direzione Margherita Cagol.

Nonostante l'apparente facilità dell'operazione, la colonna torinese commise tuttavia alcuni gravi errori di preparazione, compromettendo fin dall'inizio la riuscita del sequestro. In primo luogo vennero coinvolti nell'azione alcuni militanti inesperti che si dimostrarono impreparati e facilitarono le indagini delle autorità.. Soprattutto per la detenzione del sequestrato venne scelta la cascina Spiotta d'Arzello, una costruzione isolata nelle colline del Monferrato molto vicina al luogo del previsto agguato, utilizzata da anni dai brigatisti che erano stati molte volte visti e frequentati dalla popolazione del luogo.. Gli abitanti non avevano mai segnalato in passato la presenza di giovani sconosciuti nella cascina ma in caso di eventi criminosi sarebbe stato agevole per le forze dell'ordine raccogliere informazioni sulla presenza di questi estranei. Vittorio Vallarino Gancia, 42 anni, separato dalla moglie da cui aveva avuto due figli, era l'amministratore delegato e il direttore generale dell'importante ditta vinicola "Gancia" di Canelli, di cui aveva assunto la guida dopo il ritiro del padre Lamberto Gancia. L'industriale viveva da solo in una lussuosa villa con piscina e campi da tennis alla periferia della città.; il 4 giugno 1975 alle ore 15:00 lasciò la sua abitazione per recarsi con la sua Alfa Romeo Alfetta alla sede della ditta in corso Libertà a circa un chilometro di distanza.. Secondo la testimonianza del giardiniere della villa, Giuseppe Medina, sembra che a circa cento metri dall'abitazione fossero già in attesa, vicino a una Fiat 124 verde e a un furgone, quattro uomini che apparentemente stavano discutendo fra loro come se si fosse verificato un incidente stradale; dopo aver visto passare Gancia sulla sua auto, i quattro risalirono a bordo dei loro autoveicoli e partirono a loro volta a velocità moderata, seguendo l'Alfetta..

Poco più avanti, lungo la provinciale piemontese Cassinasco-Canelli, Gancia venne bloccato da alcuni uomini, apparentemente operai in tuta, che gli fecero cenno di rallentare e poi di fermarsi simulando con transenne la presenza di un'area di lavori in corso lungo la strada. L'industriale quindi si fermò e venne subito tamponato posteriormente dal furgone che lo aveva seguito; uno degli uomini in tuta ruppe il lunotto posteriore dell'Alfetta a colpi di martello, l'auto di Gancia venne aperta, l'industriale venne minacciato con una pistola da un uomo incappucciato, quindi venne tirato fuori dall'auto e fatto salire sul furgone, affiancato da uno dei terroristi... Uno degli uomini prese la guida dell'auto di Gancia e rapidamente i tre autoveicoli, il furgone, la Fiat 124 e l'Alfetta, ripartirono. Secondo Sergio Flamigni i brigatisti che presero parte materialmente al rapimento sarebbero stati cinque tra cui Mario Moretti; tuttavia nelle sue memorie Moretti non fa cenno a una sua partecipazione diretta..

Dopo il sequestro i brigatisti proseguirono senza difficoltà verso la cascina Spiotta d'Arzello, il luogo scelto per la detenzione iniziale del rapito, poco distante da Acqui Terme, mentre il furgone e l'auto di Gancia furono abbandonate a Calamandrana, tra Nizza Monferrato e Canelli. In apparenza tutto si era svolto secondo i piani della colonna torinese e Margherita Cagol e un altro brigatista incaricati di detenere alla Spiotta il sequestrato ritennero che tutto stesse procedendo secondo il programma stabilito. Era già stata preparata la richiesta scritta di riscatto di un miliardo da pagare entro dieci giorni, altri 500 milioni in caso di ritardo della consegna del denaro.. In realtà un evento fortuito, verificatosi ancor prima del rapimento, e l'incapacità di un militante delle Brigate Rosse avevano già cambiato la situazione e favorito in modo decisivo le indagini e le ricerche delle forze dell'ordine. Alle ore 13, due ore prima del sequestro, due giovani, uno più giovane con gli occhiali e uno con i baffi, alla guida di una Fiat 124 avevano avuto un banale incidente con una Fiat 500 lungo la strada da Canelli a Cassinasco; i due uomini ebbero un comportamento molto accondiscendente, assumendosi la responsabilità dell'incidente e offrendosi di risarcire in proprio e subito il guidatore della Fiat 500, il diciottenne Cesarino Tarditi.. Quest'ultimo tuttavia preferì avvertire uno zio, che era il proprietario della Fiat 500, e quindi i carabinieri che si misero quindi alla ricerca degli occupanti della Fiat 124 che, dopo aver rilasciato una dichiarazione scritta di responsabilità, si erano subito allontanati dal luogo dell'incidente. Dopo alcune ore le forze dell'ordine intercettarono la Fiat 124 alla periferia di Canelli: a bordo c'era solo il giovane con gli occhiali che tentò di fuggire a piedi ma dopo un rocambolesco inseguimento venne raggiunto dai carabinieri e trasferito in caserma dove rivelò di chiamarsi in realtà Massimo Maraschi, 22 anni, e rilasciò la sorprendente e inattesa dichiarazione di considerarsi "prigioniero politico".

Fino a quel momento i carabinieri e la Criminalpol, subito avvertiti del rapimento di Gancia dopo l'allarme diffuso dal guardiano della villa che aveva visto la scena del sequestro., avevano intrapreso una serie di ricerche e organizzato senza successo posti di blocco; l'auto dell'industriale e il furgone dei rapitori erano stati rintracciati, ma gli inquirenti non avevano preso in considerazione la possibilità che le Brigate Rosse fossero responsabili del sequestro. Maraschi con la sua improvvida e intempestiva dichiarazione rivelò la reale identità dei sequestratori. Massimo Maraschi era già indagato da circa un anno dal Nucleo Speciale Antiterrorismo dei carabinieri guidato dal generale Carlo Alberto dalla Chiesa, che ne sospettava l'appartenenza alle Brigate Rosse. Il giovane venne quindi arrestato per detenzione abusiva d'arma, falso e resistenza; inoltre la presenza di un brigatista nei pressi del luogo del rapimento convinse il generale che l'azione fosse opera dell'organizzazione eversiva e che la base dove era detenuto Gancia non potesse essere molto lontana.