Pieve Santo Stefano (La Piève in dialetto locale, e anticamente Suppetia) è un comune italiano di abitanti della Valtiberina, nella provincia di Arezzo.
Geografia fisica
Con i suoi 155 chilometri quadrati è per estensione il terzo comune della provincia di Arezzo.
Confina a nord con il comune romagnolo di Verghereto, ad ovest con i comuni di Chiusi della Verna e Caprese Michelangelo, ad est con quello di Badia Tedalda e a sud con quelli di Anghiari e Sansepolcro. Il nucleo storico si insedia su un bacino naturale tracciato dalla confluenza del fiume Tevere e del torrente Ancione, a 433 metri di altitudine, e si divide principalmente in quattro "Rioni": Centropaese, Ponte Vecchio, Ponte Nuovo e Rialto. Classificazione sismica: zona 2 (sismicità medio-alta), Ordinanza PCM 3274 del 20/03/2003 Classificazione climatica: zona E, 2297 GR/G Diffusività atmosferica: media, Ibimet CNR 2002 Dati:https://www.sir.toscana.it/
Origini del nome L'antico toponimo Suppetia viene tradizionalmente fatto derivare dalla voce del verbo latino suppeditare ("rifornire"), facendo riferimento al primo insediamento romano stabilitosi presso la confluenza dei fiumi Tevere ed Ancione, al fine di spedire a Roma via Tevere il legname proveniente dalla Massa Trabaria. Le fondamenta delle piscine o vasche di fluitazione nominate da Plino il Vecchio nellHistoria Naturalis (L.3,C.5) sono tuttora esistenti presso il ponte di Valsavignone e quello di Formole.
Un'altra versione fa risalire la ragione del toponimo Sulpitia (invece che Suppetia) a un’inscrizione su una lapide, dissotterrata il 10 agosto del 1636 durante il restauro del tempietto ottagono del Colledestro, la quale informava esservi edificato in quello stesso luogo da Publio Sulpicio e dalla moglie Cellina un tempio per il culto del dio del Tevere e delle sue ninfe. Se ne deriva dunque Sulpitia quale possedimento della famiglia romana Sulpicia.
Nell"Historia longobardorum" di Paolo Diacono (VIII secolo) Suppetia prende il nome di Verona (Oppidum quod Verona appellatur), e il suo territorio Massa Verona (da Teverona, per aferesi, secondo Giovanni Sacchi).
La prima menzione della "Pieve di Santo Stefano" si ha in un privilegio del pontefice Innocenzo III (1198).
Il Trattato dell’origine ed antichità delle città e castelli di Francesco Alamanni fa risalire il cambio del toponimo a un miracolo operato dal protomartire, a vantaggio di un ricco cittadino, similmente chiamato Stefano, prossimo ad annegare nelle acque del fiume Tevere.
Dall'XI al XIII secolo assume i toponimi temporanei di Castelfranco e Castel San Donato. Storia
Dalla preistoria a Suppetia Ritrovamenti presso i siti de' La Consuma e del Poggiolo della Madonnuccia testimoniano una presenza dell’uomo nel territorio sin dal neolitico e dall'Età del Bronzo, mentre di epoca etrusca sono quelli del sito archeologico di Tizzano.
In epoca romana diventa un importante centro di raccolta e spedizione del legname proveniente dai boschi della Massa Trabaria, inviati a Roma tramite fluitazione, e impiegati nella costruzione di edifici civili, religiosi e di imbarcazioni. Si diffondono in grande numero piccoli insediamenti, vici e fattorie, localizzati principalmente nella parte sud del comune.
Il primo nucleo abitativo prende il nome di Suppetia, o Sulpitia. Di costruzione romana sono i ponti sul fiume Tevere, di cui restano esigue tracce al Pozzale, a Formole (Forum Murli) e a Sigliano. Su quest’ultimo, edificato in cinque arcate sotto Livio il Salinatore (III sec. a.C.) lungo la principale delle sei arterie dell’epoca, lAriminensis, che collegava Arezzo con Rimini, transita la V corte comandata da Marco Antonio, dirottata da Cesare su Arezzo dopo il passaggio del Rubicone (49 a.C.).
Epoca medievale Da Castello di Verona a Castelfranco Sotto il regno di Liutprando i longobardi si impossessano della regione, estendendo l’arimannia aretina fino a Montedoglio e a Suppetia, che sotto il loro dominio viene eletta Viscontado con il nome di Castello di Verona, e Massa Verona quello del suo territorio.
Ottone I di Sassonia, divenuto Re d’Italia (951) e Imperatore del Sacro Romano Impero (962), affida a Goffredo D’Ildebrando il Viscontado della Massa Verona, come ribadito nel privilegio emesso ad Ostia nel dicembre del 967.
La famiglia comitale di Montedoglio, di cui Goffredo rappresenta il capostipite, esercita il governo del Viscontado per due secoli, fino a dotare il Castello di Verona, con la contessa Matilde di Pier Simoncione, della prima cerchia di mura (lungo le attuali via Arezzo e via Antiche Prigioni), un cassero e un palazzo del governatore. Per favorirne il popolamento promuove una politica di esenzioni e privilegi, mutando così il toponimo in Castelfranco. Al momento della morte, ne nomina nuovo padrone l’arciprete, coadiuvato da un consiglio di dodici popolani.
Da Castel San Donato ai Tarlati Nel 1217, durante la sua terza peregrinazione al Monte Verna, Francesco d’Assisi è ospite della famiglia Mercanti nel castello della Pieve di Santo Stefano, e poi della famiglia Beccherini, in Castelnuovo. L’arcipretura, su petizione popolare, dona al frate il convento di Cerbaiolo, che diventa nel 1218 dimora dei frati minori francescani, tra i quali Antonio da Padova.
Nel XIII secolo il castello della Pieve subisce ripetute scorrerie e guasti da parte di Borgo Sansepolcro, così da risolvere l’arciprete Benvenuto a consegnare il paese al protettorato del comune di Arezzo (1255). Ciò nonostante viene nuovamente assalito e rovinato, dai biturgensi (nel 1257 e nel 1263) e dai fiorentini (1259), inducendo i rappresentanti del popolo a chiedere questa volta protezione, con un atto di commendatio collettiva, al potente vescovo d’Arezzo, Guglielmino Ubertini. In un patto siglato a Bibbiena il 29 ottobre del 1264, l'Ubertini si fa padrone di Pieve Santo Stefano, si impegna a dotarla di fortificazioni e a costruire un nuovo e più robusto castello, assegnandole il nuovo toponimo di Castel San Donato, in onore del patrono di Arezzo.
Nel 1269 Borgo Sansepolcro, con la partecipazione dei perugini, attacca e danneggia severamente Castel San Donato, saccheggiandone il contado. Arezzo interviene assediando Borgo Sansepolcro, che capitola, e nella pace stipulata con gli aretini il 30 settembre del 1269 si obbliga a ricostruire l’abitato del Castello della Pieve di Santo Stefano, che nel documento riguadagna il vecchio toponimo.
Caduto l’Ubertini nella Battaglia di Campaldino (1289), Uguccione della Faggiuola ne eredita la signoria su Arezzo e le sue province, che riconquista dopo il caos seguito a quella battaglia. Nel 1310 il potere passa ai Tarlati di Pietramala, prima con Guido, vescovo d’Arezzo, poi con il fratello Pier Saccone e il nipote Maso Tarlati, detto Tasano. Durante il loro governo viene fabbricata una nuova piazza (le odierne piazza Santo Stefano e piazza Fanfani) con nuove abitazioni intorno. Il tutto è cinto da una seconda cerchia di mura e bastioni, con due porte di ingresso, quella del Ponte, in corrispondenza del Ponte Vecchio, e quella di Tasano, che ancora oggi porta il nome del Tarlati.
Dalla Repubblica Fiorentina al Granducato Nel 1384 Arezzo viene venduta a Firenze dal capitano di ventura Enguerrand de Coucy, e Pieve Santo Stefano ne segue il destino amministrativo e politico, sottomettendosi volontariamente all'oligarchia fiorentina nel 1387.
Segue un lungo periodo di pace politica e sociale sotto la signoria medicea. Nel 1483 viene completata la terza cinta muraria, a inglobare il nuovo quartiere del "Borgo Maestro", che va dalla Porta di Tasano, sopra la quale viene edificato il nuovo palazzo vicariale, alla Porta Fiorentina. Seguono la Loggia del Grano, la Fonte del Tribunale (1511), e il monastero delle Clarisse francescane (1514)..
Nel 1520 il territorio di Pieve Santo Stefano è scorporato dalla diocesi di Città di Castello e aggregato alla nuova diocesi di Sansepolcro, della quale costituisce uno dei centri maggiori per numero di abitanti e di chiese.
Il 18 aprile del 1527 l’esercito di lanzichenecchi e spagnoli dell’Imperatore Carlo V d’Asburgo, guidate da Carlo di Borbone alla volta del sacco di Roma, valicando l’Appennino in numero di unità, assedia Pieve Santo Stefano per cinque giorni, pur non riuscendo a prevalere sulle difese messe in campo dal vicario della Repubblica fiorentina Antonio Castellani. L'evento è riportato sia nell"Istoria d’Italia" di Francesco Guicciardini che nella Storia fiorentina di Benedetto Varchi.
Nel 1589 l’arciprete Rodolfo Cupers istituisce un processo canonico che autentica venticinque miracoli compiuti da un’immagine della Vergine Maria, posta su una maestà rurale. Intorno ad essa, nel 1590, viene edificato con le oblazioni dei fedeli il santuario della Madonna dei Lumi, completato nel 1625. Durante la peste del 1631, l'8 di settembre, viene emesso un solenne voto di festeggiare in perpetuo la sua natività, ratificato dal cancelliere granducale a peste debellata. Nasce la tradizione della Festa della Madonna dei Lumi.
Nel 1600 Lucrezia Verzaia, detta "la Maiola", perché proveniente da Maiolo nel Ducato di Urbino, viene denunciata per stregoneria dal marito Batista di Lazzero. Essa è esperta nell'uso curativo di erbe e funghi, ed ha scoperto certe attività illecite del direttore dell'ospedale in cui lavora, Francesco Angeloni, probabile istigatore del marito. La Verzaia viene incarcerata e processata dalla Santa Inquisizione. Nonostante le violenze e le torture nega ogni accusa, ma sulla promessa degli inquisitori di farle rivedere il figlio in cambio della confessione, la donna cede e ammette di essere una strega, devota "anema e corpo" del gran diavolo Barbone. È condannata nel 1604 alla pubblica abiura e finisce i suoi giorni in carcere, senza rivedere mai il figlio. Le carte del suo processo fanno parte dell'Archivio Storico di Pieve Santo Stefano.
Durante il Granducato dei Lorena il granduca Pietro Leopoldo visita due volte Pieve Santo Stefano, nel 1777 (dal 16 al 18 settembre) e nel 1787 (16 maggio), occasione in cui si fa condurre sulla vetta del Poggio di Stantino per avere panorama delle sue terre.
Nel XIX secolo, nonostante il lento declino che interessa anche gli altri centri altotiberini, diviene un importante centro di mercato del bestiame, dove si allestiscono regolari fiere in cui vengono esposti presso il Campo alla Badia fino a mille animali vaccini.
Il 29 settembre del 1844 viene inaugurato il cantiere per la costruzione della Collegiata di Santo Stefano, ultimata nel 1881, in luogo dell’antica pieve intitolata al santo patrono.
Il 14 febbraio del 1855, dopo settimane di abbondanti piogge, neve, e alcune scosse di terremoto, una grande falda del Poggio di Belmonte, a sud di Pieve Santo Stefano, frana a valle, incontrando il Poggio di Stantino e ostruendo completamente il corso del Tevere. Il paese, subitamente evacuato, è allagato per i quattro quinti della sua altezza. La calamità distrugge grande parte dell’immagine originaria della struttura urbana. Si stimano anche perdute opere artistiche di rilevanza: una Misericordia di Piero della Francesca, una Natività del Ghirlandaio, una Santa Lucia di Luca Signorelli, due tavole di Pierino del Vaga raffiguranti gli angeli processionanti sulla maestà della Madonna dei Lumi, una di Santi di Tito che abbelliva la chiesa di San Francesco, alcune pitture della passione di Raffaellino del Colle e altre non precisate del Vasari. Il granduca Leopoldo II compie un sopralluogo sul posto in barca, e stanzia ingenti finanziamenti.
Dall'Unità d'Italia alla distruzione tedesca In seguito all'unificazione nazionale del 1861 Pieve Santo Stefano è annessa alla Provincia di Arezzo.