Biografia Le origini Ali nacque nel 1744 (forse 1750) in un villaggio chiamato ‘Beçisht’ a Tepelenë.
Suo padre, Veli Bey (morto nel 1762), e suo nonno, Mukthar Bey (morto nel 1716 combattendo contro i veneziani a Corfù), erano stati entrambi governatori di Tepeleni motivo per cui Ali finì con l'indicare la città come suo luogo d'origine. La loro tribù, i Lab, era molto malvista dal resto degli albanesi per via del brigantaggio da loro praticato per sopravvivere all'indigenza.
Il prestigio e la fama guadagnati da Ali nel corso della sua vita portò, inevitabilmente, all'accumulo di fantasiose dicerie relative alle sue origini ed al suo lignaggio. Si diffuse, per esempio, la convinzione (dimostrata come infondata da Ahmet Uzun) che la famiglia di Ali discendesse da un derviscio chiamato Nazif giunto in Albania dall'Asia Minore. Del pari, piuttosto contraddittorie sono le notizie precise relative ai suoi primi anni da uomo. Il dato certo è che Ali restò orfano di padre in tenera età (10, più probabilmente 12 anni), molto probabilmente a causa di una faida, e si diede al brigantaggio per sopravvivere, affiancato dalla madre, tale Hanko/Kanko. Nel corso degli anni, il giovane bandito raccolse intorno a sé una banda di armati sempre più numerosa riuscendo a crearsi un centro di potere che comprendeva alcuni villaggi. Tra il 1764 ed il 1770 (prob. 1768), Ali sposò Emina, la figlia di Capelan Pascià di Delvina, città sulla quale aveva brevemente regnato suo padre Veli Bey. Fu a questo punto che Ali entrò nel numero dei piccoli capi-guerra al servizio dei locali potentati dell'Impero ottomano e che, presumibilmente, approcciò la fratellanza sufi dei Bektashi, cui sarebbe rimasto fortemente legato per tutta la vita. Tepeleni combatté (1772) i Sulioti d'Epiro, una enclave cristiana montana gravitante intorno al centro di Suli che aveva sino a quei tempi resistito alla conquista ottomana, per conto del Agha di Margariti, SolimanoSkiotis, Op. Cit., p. 230.. Nel 1775 venne arrestato dal governatore di Berat, Kurt Ahmed Pascià, insignito dell'autorità di Dervenci-paşa ("guardiano delle vie"), ma già l'anno dopo era al suo servizio nella guerra contro Mehmed Bushati Pascià di ScutariDavenport, Op. Cit., pp. 35-36.. Nel biennio 1778-1779 servì il nuovo Dervenci-paşa in qualità di luogotenente (Kehaya), posizione che gli permise di accrescere ulteriormente il numero di mercenari (musulmani o armatoli greci) al suo servizio, ma, al ritorno al potere di Kurt Ahmed Pascià, chiuse i suoi rapporti formali con le autorità ottomane della regione, tornando al brigantaggio.
A partire dagli anni '80 del XVIII secolo, Ali cominciò la sua scalata al potere. Nel 1783 prese contatti con i veneziani, supportandoli nella lotta contro il nuovo governatore di Delvina, Mustafa Kokka Pascià (un protetto di Kurt Ahmed Pascià), in cambio del loro supporto politico: mentre Tepeleni screditava il potere di Mustafà seminando il caos nella regione da lui controllata, il bailo della Serenissima perorava la candidatura di Ali a nuovo Pascià di Delvina presso la Sublime porta. La mossa riuscì. Le autorità costantinopolitane stavano in quegli anni chiudendo i loro debiti con i capi-guerra albanesi (dovuti alle prestazioni militari fornite durante la Rivolta Orlov del 1770) saldando il dovuto con onori e titoli: l'accomodamento con Ali Pascià non era dunque affatto nuovo. Nel marzo 1784, Ali ottenne dunque dal sultano Abdul Hamid I il titolo di Pascià ed entro agosto occupò Delvina, dopodiché ottenne da Istanbul la nomina a Mutasarrıf della roccaforte di Giannina. Il dominio su Giannina gli venne subito revocato ma Ali rifiutò di abbandonare la città e ne venne cacciato con la forza da Kurt Ahmed Pascià. Continuò la sua scalata al potere ottenendo la nomina a Pascià del Sangiaccato di Trikala nel 1786.
Successivamente si distinse per alcune operazioni militari nel Banato durante la Guerra austro-turca (1788-1791) e mosse poi guerra a Kara Mahmud Bushati Pascià di Scutari (erede di Mehmed Bushati). La contestuale morte di Kurt Ahmed Pascià diede ad Ali la possibilità di rioccupare con la forza Giannina e fece di lui il miglior candidato quale nuovo Dervenci-paşa. Entro il 1788, il sultano aveva formalizzato la nomina di Tepeleni a Pascià di Giannina e Dervenci-paşa.
Il regno Sin dal 1789, Ali fece di Giannina la capitale di un regno semi-indipendente i cui confini si estendevano ben al di là del Eyalet di Giannina: il pascialato di Giannina. Per farlo, raccolse intorno a sé un esercito privato di uomini che potevano essere radunati e schierati in un paio di giorni. Al vertice della catena di comando c'era un Supremo Concilio formato da Ali stesso, dai suoi figli Mukhtar Pascià e Veli Pascià e dai consiglieri Celâleddin Bey, Abdullah Taushani, Hasan Dervishi, Halil Patrona, Omer Vrioni (tesoriere), Meço Bono, Ago Myhyrdari, Thanasis Vagias, Veli Gega, Tahir Abazi e Odysseas Androutsos (un mercenario greco). Un nutrito contingente di giannizzeri albanesi era al diretto comando del Leone.
Le prime mosse politiche di Tepeleni furono volte al consolidamento del dominio da poco acquisito. Anzitutto, nominò il figlio primogenito Mukhtar Pascià di Trikala, poi mosse guerra al Pascià di Berat, Ibrahim, erede di Kurt Ahmed Pascià. Lo scontro si risolse in favore di Tepeleni e la pace venne suggellata dal matrimonio tra una figlia di Ibrahim Pascià e Mukhtar. Poco dopo, Ali Pascià fece avvelenare Sephir Bey, fratello di Ibrahim, distintosi nella campagna come un valente comandante.
Sicuro del proprio potere, Tepeleni estese poi il suo dominio lungo due direttrici principali: (i) la conquista delle ex-colonie veneziane sulla costa albanese; e (ii) il controllo sulla regione storica dell'Epiro, sull'Albania, sulla Macedonia e sulla Grecia, a discapito dei vari, piccoli potentati locali. Già nel 1788, Ali si era sbarazzato degli Arumeni di Moscopoli, un tempo prospero centro albanese duramente colpito dai rovesci della Rivolta di Orlov, riducendo la città ad un desolato villaggio. Passò poi a preoccuparsi dei Sulioti che, istigati da agenti russiEnciclopedia «Rizzoli-Larousse», pag. 1203., nel 1790 sfidarono il potere di Istanbul. Tepeleni ne approfittò per muovere loro guerra nel 1792, con l'intento di annettere le loro terre al suo dominio personale epirota ma in due campagne consecutive (1792 e 1793) non riuscì a piegarli. Dovette allora contentarsi di occupare Arta (1796) e Himara (1797).
Ormai buon politico oltre che capo-guerra, Ali non trascurò di mantenersi in ottimi rapporti formali con la Porta. Tra il 1797 ed il 1798 non trascurò perciò di servire sotto le bandiere del sultano nella repressione della rivolta di Osman Pasvandoglu. Parimenti, quando nel 1798 mosse alla conquista delle ex-colonie della Serenissima finite in mano ai Francesi dopo il trattato di Campoformio, lo fece con il pretesto della guerra in corso tra Napoleone Bonaparte ed il sultano Selim III scatenata dalla Campagna d'Egitto. Tepeleni catturò il comandante francese della guarnigione di Corfù, Nicolas Roze, ed affrontò il generale Jean Jacques Bernardin Colaud de La Salcette nella battaglia di Nicopoli del 1798, sconfiggendolo. Privo d'impedimenti, Ali dilagò sui vecchi possedimenti veneziani: conquistò Prevesa (facendo seviziare la locale guarnigione di francesi e sulioti), Vonitsa e Butrinto (1799). Garantitosi un sicuro sbocco sul mare, il Leone di Giannina maturò il proposito di fare del suo dominio una signoria navale mediterranea capace di eguagliare il potere del dey di Algeri. Intrattenne dunque rapporti con i corsari barbareschi dai quali riscattò, in quei mesi, alcuni eminenti membri della spedizione egiziana catturati a bordo della tartana livornese Madona di Montenegro: Julien Bessières, Jean Étienne Casimir Poitevin de Maureilhan e Joseph Claude Marie Charbonnel. Supportò poi i russi nell'Assedio di Corfù (1798-1799) ma vide vanificate molte delle sue conquiste "costiere" dalla fondazione della Repubblica delle Sette Isole Unite, un dominio insulare protetto congiuntamente di Mosca e di Costantinopoli con capitale CorfùFleming, Op. Cit., p. 95 e s..
Nel 1803, con un astuto stratagemma, Alì Pascià riuscì a conquistare la roccaforte dei Sulioti, piegandone così la resistenza. Sterminati ed espulsi, i Sulioti superstiti si rifugiarono nelle Isole Jonie. Nello stesso anno, offrì il fortino di Porto Palermo come base d'appoggio logistica alla Royal Navy per operazioni anti-napoleoniche
Era nel frattempo terminata l'ostilità tra Napoleone ed il sultano così Ali Pascià, con il benestare della Porta, risolse di allacciare contatti proprio con Bonaparte per avere supporto nel suo piano di costituzione di un dominio litoraneo albanese fondato sulle vecchie colonie veneziane. L'imperatore di Francia inviò perciò da Tepeleni quale console generale François Pouqueville (1805), già membro della Commissione Scientifica al seguito dell'Armata in Egitto. Nel 1806, complice il riaccendersi del conflitto tra ottomani e russi, Ali Pascià inviò il figlio Veli Pascià ad occupare la Repubblica delle Sette Isole UniteFleming, Op. Cit., p. 73.. Dopodiché, assolvendo ai suoi doveri di vassallo della Porta, inviò lo stesso a combattere sotto le bandiere del sultano Selim nella Prima rivolta serba. Napoleone si era nel frattempo abboccato con lo zar di Russia con la Pace di Tilsit (1807) ed i due avevano risolto di sopprimere l'Impero ottomano. Il risvolto mediterraneo dell'accordo fu l'occupazione francese della Repubblica delle Sette Isole Unite. Tepeleni, a questo punto, decise di schierarsi contro Bonaparte ed allacciò contatti con l'Impero britannico, supportandone le operazioni nelle Isole Ionie Fornisce una dettagliata descrizione dell'accordo tra Ali Pascià ed i britannici., mentre il console Pouqueville veniva trattenuto a Giannina come una sorta di ostaggio non riscattabile (avrebbe ottenuto la libertà solo nel 1816). I rovesci del conflitto russo-turco ed il parallelo caos politico costantinopolitano (Selim III venne deposto e poi ucciso per ordine di Mustafa IV a sua volta eliminato da una congiura di palazzo e sostituito dal diciannovenne Mahmud II - v. Colpi di stato ottomani del 1807-1808) permisero a questo punto a Tepeleni di ammassare un enorme potere: annetté politicamente la Morea facendone pascià il figlio VeliFinlay, George (1861), History of the Greek revolution, Londra, Blackwood and sons, v. 1, p. 86. (1807) e l'anno successivo (1808) fece la stessa cosa con Berat, annessa al dominio dopo l'eliminazione definitiva di Ibrahim Pascià ed assegnata al figlio Mukhtar. Ancora nominalmente vassallo della Porta (inviò, non a caso, entrambi i figli, con le rispettive armate locali, a combattere i russi in Bulgaria, ove presero parte alla battaglia di Rousse), nel 1810 Ali era, de facto, signore di un dominio che comprendeva l'Epiro, l'Albania meridionale, la Focide, la Macedonia occidentale, l'Acarnania, Prevesa ed Arta: si stima che circa due milioni di persone vivessero sotto l'egida del Leone di Giannina.
La corte di Ali Pascià Le testimonianze degli occidentali che la visitarono, in linea con il diffuso orientalismo dell'epoca, ci lasciano un'immagine incredibilmente "esotica" della corte di Ali Pascià, sempre descritta come un luogo di opulenza e meraviglieTepeleni sarebbe stato uno dei molti proprietari del leggendario "Diamante del fabbricante di cucchiai", n.d.r. Ed anche in . Su tutte, spiccano le descrizioni relative allharem del despota: si parla di seicento concubine ed un non ben precisato numero di ragazziÈ comunque ancora in discussione l'effettiva pratica dell'omosessualità da parte di Tepeleni. Gli osservatori europei, forviati dai loro preconcetti sull'Oriente, potrebbe aver con buona probabilità confuso dei giovani eunuchi dellharem con degli efebi veri e propri - v. Murray, SO [e] Roscoe, W (1997), Islamic Homosexualities: culture, history, and literature, New York University Press.