La Fortezza di Pescara, la cui caserma è nota in città come Bagno borbonico, era una fortezza militare del Regno di Napoli costruita nel corso del XVI secolo per volere di Carlo V d'Asburgo che racchiuse il centro abitato di Pescara sino alla fine del XIX secolo. Insieme alle fortezze di Capua, Gaeta e Reggio Calabria, era una delle quattro piazze d'armi principali del regno. Dopo la demolizione di bastioni e cortine di fine 800, e le varie trasformazioni del centro storico pescarese, nel 1998 la caserma di fanteria, unica struttura originale rimasta in gran parte inalterata, è divenuta sede del Museo delle genti d'Abruzzo.
Storia
Le fortificazioni bizantine Prima dell'intervento spagnolo del 1510, Pescara era una cittadina periferica e di scarsa rilevanza all'interno del Regno di Napoli; le opere di difesa cittadine erano costituite solamente da una torre a presidio del ponte romano, dal castello a protezione della porta aperta sul mare nel punto opposto al ponte e da semplici mura che disegnavano uno stretto trapezio attorno all'abitato sulla destra del fiume. Queste mura, inframmezzate da torri di guardia, cingevano i resti dell'antico borgo di Aterno, ormai noto come Pescara, nella zona compresa tra il fiume Pescara, piazza Unione, via dei Bastioni e la ferrovia Adriatica, e risalivano all'epoca bizantina; vennero in seguito restaurate e fortificate una prima volta dai Normanni nel XII secolo, e poi da Giacomo Caldora nel corso del XV secolo.
Queste prime fortificazioni risalivano alla Guerra gotica, con i bizantini che una volta conquistata la città vi edificarono una stretta cinta muraria ed un castello nell'area di piazza Unione. In seguito all'arrivo dei normanni nel XII secolo queste antiche fortificazioni verranno restaurate e rinforzate per ordine dello stesso Ruggero II di Sicilia. La cinta era molto robusta nella parte settentrionale (nell'area della golena sud, alle spalle del Museo delle genti d'Abruzzo), dove raggiungevano lo spessore di . Si suppone che questa porzione avesse tre torri di guardia, di cui due poste lateralmente il ponte romano che collegava la cittadina di Aternum alla piana a nord del fiume, dove si trovava la dogana regia per il passaggio delle barche, ed una rivolta verso il mare nella zona di piazza Unione.
Il lato est, il più corto e rivolto verso il mare, ospitava un'altra porta della città, difesa dal castello bizantino detto Propugnaculum, che sorgeva in piazza Unione. L'ammiraglio turco Piri Reìs, nella sua mappa del 1525, descrisse Pescara come cinta da possenti mura trapezoidali che racchiudevano il castello.
Le ristrutturazioni delle mura operate da Francesco del Borgo e poi da Jacopo Caldora nella prima metà del XV secolo avevano reso Pescara già una piccola roccaforte. Nei documenti redatti da Girolamo Ravizza si espongono i punti deboli delle difese cittadine, in particolare la scarsa consistenza delle sue guarnigioni (nel 1482 bastarono 800 stradioti della cavalleria leggera veneziana ad espugnarne il castello).
Una documento del 1530, conservato nell'archivio generale di Simancas, parla di Pescara come un villaggio semiabbandonato, descrivendo l'ormai compiuto collasso dell'abitato medievale, in cui restavano attive solo le strutture strettamente correlate ai traffici commerciali del porto:
Nell'insediamento esisteva anche la doganella delle pecore, in zona Rampigna, testimone del passaggio in città del tratturello Frisa-Rocca di Roseto, posta presso il ponte di legno costruito sulle fondamenta di quello romano di Aternum, le cui colonne saranno rappresentate nelle mappe cittadine fino al loro crollo nel XVIII secolo. Nel 1532 l'avvento al potere di Napoli del viceré Pedro Álvarez de Toledo, consapevole dell'importanza strategica della costruzione, fece sì che i lavori della nuova fortezza trapezoidale procedettero con maggiore decisione e intensità.
Per fronteggiare la concreta minaccia (che si materializzerà in città nel 1566) di assalti ottomani, vigorosamente in tutte le coste italiane nel XVI secolo, venne deciso dal governo vicereale che faceva capo a Carlo V di avviare un sistema difensivo costiero, che si concretizzerà nella costruzione delle torri di avvistamento i fiumi e i porti delle principali città marinare, partendo da Martinsicuro per arrivare fino a Gaeta, sulla costa tirrenica, coprendo tutta la costa del meridione italiano. Pescara, essendo un agglomerato urbano sufficientemente esteso, fu scelta come roccaforte marina del Giustizierato d'Abruzzo.
La costruzione della fortezza
Le fasi iniziali della costruzione della fortezza, iniziata nel 1510, furono influenzate dall'attacco francese del 1527 e dalle scorribande ottomane sempre più frequenti sulle coste italiane.
Su progetto di Gian Tommaso Scala presero dunque l'avvio dei lavori della fortezza pescarese, a forma di pentagono irregolare con sette bastioni ai vertici allo scopo di creare un luogo fortificato di concentramento di truppe in caso di guerra. Pedro Alvarez de Toledo, viceré di Napoli per Filippo II di Spagna, diede ulteriore impulso al piano voluto da Carlo V, e si dedicò ad accrescere le difese marittime e terrestri del regno e quindi della fortezza pescarese; a causa dello scontro prolungato per secoli tra Spagna e Francia emerse la necessità di rafforzare queste modeste opere di difesa (modeste in relazione allo sviluppo tecnologico delle artiglierie), con la costruzione di torrioni bassi e larghi e terrapieni. Furono così aggiunte nuove e più solide fortificazioni sulla riva destra e si aggiunsero sulla riva sinistra del fiume due bastioni raccordati da cortine.
I lavori di fortificazione vennero accelerati in seguito agli eventi della Guerra d'Italia del 1551-1559: il pontefice Paolo IV chiamò nel 1556 il re di Francia Enrico II a intervenire in Italia contro gli Spagnoli, promettendo l'investitura del regno di Napoli a uno dei figli. Il francese Carlo di Rohan-Gié duca di Guisa invase l'Abruzzo, e pur avendo conquistato Teramo e Campli, rimase bloccato dalla resistenza di Civitella del Tronto, e si ritirò perché gli Spagnoli erano intervenuti in favore del nuovo viceré Fernando Álvarez de Toledo duca d'Alba, figlio di Filippo II. Durante gli scontri, il duca d'Alba rilevò l'importanza strategica di Pescara, che avrebbe potuto costituire una seconda sentinella sul confine settentrionale, subito dopo la fortezza di Civitella del Tronto, e dunque i lavori vennero intensificati su ordine del nuovo sovrano. In un documento di Pedro Afán de Ribera duca d'Alcalà del 1560 si cita Pescara con duecento fuochi (circa mille abitanti), principalmente forestieri e con cinquanta famiglie che possedevano case e vigne; la maggior parte degli uomini erano usati come braccianti o forza lavoro per la costruzione del forte.
In una nuova relazione del 1558 del maresciallo Bernardo de Aldana, si chiedeva la realizzazione della fortificazione con bastioni sia sulla riva nord che a sud, mentre il duca d'Alba, facendosi aiutare da Gian Tommaso ScalaPessolano, p. 49, il vero progettista ed esecutore della fortezza, concentrò l'azione edificatoria su Pescara, sulla riva meridionale, dove la cinta poteva essere completata in tempi rapidi (assieme a Scala, un altro ingegnere militare menzionato è un certo Antonio CondeBrunetti, pp. 230-231; sia Scala che Conde peraltro appaiono attivi in altri progetti di architetture militari all'interno del regno di Napoli). Tra il 1559 ed il 1560 fu eretto il bastione di San Giacomo, che era posto tra via Italica e via Vittoria Colonna, nel 1560 fu realizzato il terrapieno del bastione Sant'Antonio a monte del fiume, presso la vecchia torre normanna di via Orazio, completato successivamente, e nel 1562 si aggiunse il bastione di San Nicola, detto "Torrione"; era il bastione sud, presso l'odierno incrocio tra via Vittoria Colonna, viale Marconi e via Vespucci. Il 1563 fu l'anno di svolta per la fortezza, quando vennero realizzate le casermette per l'alloggiamento dei militari, mentre si lavorava al bastione San Rocco (presso la stazione ferroviaria Porta Nuova), e al bastione San Cristoforo o della Bandiera, che era posto lungo il lato est del fiume, coevo del Sant'Antonio al lato ovest. In una relazione del 1566 di Ferrante Loffredo, marchese di Trevico, la fortezza di Pescara poteva definirsi quasi completata. Le carte geografiche dell'epoca, che riportano ancora la presenza dell'edificio circolare di Santa Gerusalemme, testimoniano quantomeno la sopravvivenza dell'antico edificio di culto, di cui le ultime attestazioni storiche risalivano al XII secolo.
Riduzione dell'importanza strategica e demolizione Agli inizi del XIX secolo, essendo ormai scomparsa la minaccia di nuove azioni belliche, le cortine furono in più punti abbandonate; la struttura delle caserme, utilizzata anche come carcere, fu l'unica a rimanere attiva mentre le altre strutture difensive, in particolare nel periodo postunitario, vennero abbattute o interrate per favorire lo sviluppo urbano. In quegli anni il carcere della struttura, il "Bagno penale borbonico", diventerà noto per la dura repressione di Gioacchino Murat nel 1806 e più avanti dei moti insurrezionali del 1848: il carcere fu descritto come una vera e propria camera di tortura per gli internati, che spesso morivano di stenti, per le ferite delle torture o per le malattie causate dall'aria malarica proveniente dalle adiacenti aree golenali, all'epoca paludose. Nel 1853 una piena del fiume Pescara allagò la struttura provocando numerose vittime fra i carcerati. Prima dell'unificazione italiana vi fu rinchiuso anche il patriota Clemente de Caesaris, che soprannominerà il carcere "sepolcro dei vivi". Il 17 ottobre 1860 Vittorio Emanuele II, in viaggio verso l'incontro di Teano, visitò la fortezza, che lo meravigliò per la sua imponenza. Dal bastione "Bandiera", nell'area di piazza Unione, osservando le aree che in seguito saranno occupate dalla città adriatica, esclamò la famosa frase «Oh, che bel sito per una grande città», in seguito scolpita sulla torre comunale. Nel 1882 venne approvato il primo piano regolatore della città di Pescara, che prevedeva la costruzione di nuovi spazi pubblici, l'ammodernamento delle vie di comunicazione e l'abbattimento di alcune parti della fortezza per ricavare abitazioni. Nel primo '900 Gabriele D'Annunzio, nelle sue Novelle della Pescara, raccontò storie ambientate nel periodo della sua fanciullezza, mentre testimonianze più crude della vita del carcere provengono dalle lettere dei patrioti abruzzesi ivi rinchiusi Ettore Carafa e Clemente de Caesaris. La caserma, dopo la chiusura del carcere, continuò la sua attività fino al bombardamento di Pescara del 1943, anno del definitivo abbandono.
La fortezza era ancora quasi del tutto integra al tempo della visita nel 1860 del re Vittorio Emanuele II, il quale si espresse a favore della demolizione delle mura per consentire lo sviluppo della città. A causa delle mura infatti, e della palude delle Saline che si estendeva dalle mura fino all'area della Pineta, Pescara si sviluppò al livello urbano con forte ritardo rispetto al vicino centro di Castellammare, che nel 1881 stava già avviando la massiccia colonizzazione delle zone costiere. I bastioni e le cortine vennero demoliti, interrati od inglobati nelle nuove costruzioni (come le fondamenta dei bastioni San Cristoforo e Sant'Antonio, su cui vennero poggiati rispettivamente ponte Risorgimento e il vecchio ponte ferroviario).
Negli anni '30 il processo di demolizione delle mura della fortezza e di espansione del centro abitato poté dirsi compiuto, restando integra solo la parte fortificata di via delle Caserme.