La Storia dell'astronomia moderna (titolo originale in francese: Histoire de l'astronomie moderne, depuis la fondation de l'école d'Alexandrie jusqu'à l'époque de 1730) è un saggio storico-speculativo e divulgativo scritto dall'astronomo e letterato francese Jean Sylvain Bailly. Seconda opera, in due volumi, di un'imponente tetralogia di lavori sull'intera storia dell'astronomia, con questo libro Bailly continuò a delineare la sua concezione della storia, ripercorrendo e commentando le scoperte in campo astronomico dall'Antica Grecia fino all'età moderna (precisamente fino al 1730).François Arago, Biographie de Jean Sylvain Bailly, 1844

Contesto generale La tetralogia sulla storia dell'astronomia

Nel 1775 Bailly pubblicò un largo volume in quarto intitolato Histoire de l'astronomie ancienne, depuis son origine jusqu'à l'établissement de l'école d'Alexandrie. Esso fu seguito nel 1779 dall'opera in questione, scritta in due volumi, dello stesso formato del precedente, intitolata Histoire de l'astronomie moderne depuis la fondation de l'école d'Alexandrie, jusqu'à l'époque de 1730. Un'altra opera apparve nel 1782, l′Histoire de l'astronomie moderne depuis la fondation de l'école d'Alexandrie, jusqu'à l'époque de 1782; essa era costituita da tre volumi: i primi due sono una ripubblicazione dei due volumi dell'opera precedente; mentre il terzo, originale, copre il periodo tra il 1730 e il 1782. Queste tre opere, assieme al Traité de l'astronornie indienne et orientale, ouvrage qui peut servir de suite à l'histoire de l'astronomie ancienne del 1787, costituiscono la tetralogia di Bailly sulla storia dell'astronomia. Esse formano insieme un panorama di circa 3000 pagine del lungo e lento sviluppo storico del corpus della conoscenza moderna.Titoli e date sono citati al fine di evitare la confusione generale sulla datazione che nasce dalla comparsa delle seconde edizioni. I tre volumi delle due opere sull′Astronomie moderne sono numerate consecutivamente da 1 a 3. L′Astronomie ancienne e l′Astronomie indienne non sono invece numerate.

Nonostante le speculazioni immaginative del primo volume e gli errori di fatto dell'ultimo il lavoro, complessivamente, merita un posto di rilievo nello studio della storia della scienza.Edwin Burrows Smith, Jean Sylvain Bailly: Astronomer, Mystic, Revolutionary (1736-1798), American Philosophical Society (Philadelphia, 1954); p. 455.

È ragionevole supporre che Bailly per alcuni anni (forse già dal suo primo contatto con Lacaille) aveva meditato un lavoro su larga scala relativo alla storia dell'astronomia e forse iniziò a compilare delle annotazioni con questo progetto in mente, che poi fu completato dopo la sconfitta nella lotta per la segreteria dell'Accademia e il successivo ritiro a Chaillot. Inoltre, in definitiva, il ritorno di Le Gentil e la contemporanea comparsa di diversi testi orientali sull'antichità diedero a Bailly la determinazione necessaria per iniziare il suo lavoro partendo dai primissimi inizi della storia dell'umanità.

La concatenazione delle circostanze porrebbe, secondo lo storico Burrows Smith, il terminus a quo della composizione, ovvero l'inizio della stesura, dell′Histoire de l'astronomie ancienne intorno al biennio 1770-1771. Invece la prima menzione di un'eventuale Histoire apparve in un mémoire di Bailly del 18 agosto 1773.

Contenuto Sebbene si sia sempre rifiutato di ammetterlo, Bailly sembra voler costantemente dimostrare che il système è lo strumento del progresso. La consapevolezza di questo nuovo sviluppo nel suo pensiero è indicata dalla comparsa di un nuovo e più filosofico Discours préliminaire, rispetto a quello dell′Histoire de l'astronomie ancienne, alla testa del primo volume dell′Histoire de l'astronomie moderne. La ragione apparente di questa prefazione è la difesa che Bailly fa del sistema storico-biografico che egli utilizza. Egli, prefigurando Hegel, riconosce che la nuova storia del XVIII secolo è la storia dello spirito umano, della moltitudine e della massa dell'umanità, ma allo stesso tempo dei suoi grandi leader e delle sue principali tappe. Ma la scienza, almeno secondo Bailly, è in qualche modo al di sopra - o almeno oltre - questo "dominio scettrato" della moltitdine: «La scienza, come gli eventi, sono le opere degli uomini, ma la moltitudine non ne ha alcuna parte; la moltitudine li ignora o li guarda con indifferenza: coloro che li coltivano sono una classe isolata».Bailly, Histoire de l'astronomie moderne: p. XIII.

La sua storia dell'astronomia deve, pertanto, necessariamente essere scritta in termini degli autori del progresso: Ipparco, Tolomeo, Copernico, Tycho Brahe e gli altri.

Ma Bailly ha da dire molto più di questo. Il Discours è anche una dichiarazione dell'ideale, tipico nel XVIII secolo, della perfettibilità attraverso la conoscenza. Lo storico Carl Lotus Becker ha sottolineato che le parole chiave di questo secolo erano «la natura, la legge naturale, la causa prima, la ragione, il sentimento, l'umanità, e la perfettibilità».The heavenly city of the eighteenth century philosophers, 47. Da Giambattista Vico a Nicolas de Condorcet, gli storici del tempo avevano avuto la visione di un'apocalisse gloriosa, della fine dei tempi come di un paradiso terrestre che sarebbe stato raggiunto attraverso la comprensione totale della natura.Priestley, An essay on the first principles of government, 5, 1771: «... qualunque sia stato l'inizio di questo mondo, la fine sarà gloriosa e paradisiaca, al di là di ciò che la nostra immaginazione può ora concepire».

C'era poi la tesi corollaria di Antoine Court de Gébelin secondo cui l'enigma della natura poteva essere risolto con lo studio del passato. La filosofia di Bailly combinava questi elementi; la sua Histoire, in parte destinata per gli astronomi, è: «tuttavia destinata ai giovani ai quali dobbiamo accendere l'amore per la scienza. Quando vedono la natura, la ammirano; lei ha dei segreti che sono riservati a loro».Bailly, Histoire de l'astronomie moderne, 1: p. VI.

Sarebbe però sbagliato dipingere Bailly come un fanatico del progresso. Nell′Histoire de l'astronomie ancienne aveva infatti già scritto su questo tema:

Nel campo, relativamente ristretto, dell'astronomia, poco era stato scritto sul senso della storia come Bailly prevedeva. Giovanni Riccioli, Gerhard Johannes Voss, Pierre Gassendi e Cassini avevano pubblicato la vita di vari astronomi, dei cataloghi di scoperte o di scritti, ma solo tre grandi opere potevano essere davvero considerate come vere e proprie storie dell'astronomia. La prima era l′Historia Astronomiae sive de Ortu et Progressu Astronomiae di Johann Friedrich Weidler, pubblicata a Wittenberg nel 1741; l′Histoire des mathématiques di Jean-Étienne Montucla, pubblicato a Parigi nel 1758 (che, tra l'altro, era solo parzialmente legato con l'astronomia); e infine History of Astronomy di George Costard, pubblicato a Londra nel 1767. Ma queste opere erano state progettate per gli scienziati e non per un vasto pubblico.È vero che era apparso in Inghilterra nel 1756 il testo Astronomy explained upon Sir Isaac Newton's principles and made easy to those who have not studied mathematics di James Ferguson, ma questo lavoro non sembra essere stato molto conosciuto in Francia. Bailly, infatti, non fa alcuna menzione di esso, mentre cita Weidler, Montucla e Costard ampiamente. Era ambizione di Bailly quella di scrivere opere che fossero sia divulgative che trattatistiche, in modo tale da essere adatte sia per il "profano intelligente" così come per l'astronomo. Voltaire aveva indicato la strada nel suo Eléments de la philosophie de Newton e Bailly ne aveva raccolto l'eredità. Bailly infatti, come Cartesio, era infatti convinto della vasta diffusione del «bon sens», e credeva che la conoscenza fosse accessibile a tutti.

L'opera, in due volumi, che apparve nel 1779, l′Histoire de l'astronomie moderne, depuis la fondation de l'école d'Alexandrie jusqu'a l'époque de 1730, è il racconto istruttivo e ben scritto della lenta ma costante conquista della conoscenza da parte dell'uomo. In questo lavoro, con anche maggiore successo rispetto ai suoi lavori precedenti o successivi, Bailly gestisce il difficile compito di far sembrare semplici concetti in realtà complessi, senza togliere loro alcun dettaglo o alcun significato. È un lavoro, secondo uno dei successori di Bailly, «dove il filosofo può trovare una piacevole lettura, mentre l'uomo di mondo [può trovare] una solida istruzione»Voiron, Histoire de l'astronomie, 1. Bailly discute i contributi di Aristarco, Ipparco, Tolomeo, e di tutti gli altri astronomi della scuola alessandrina. Ipparco è definito come «il primo astronomo veramente moderno», perché è stato il primo a comprendere l'astronomia come una scienza separata e perché respinse le antiche determinazioni a favore delle sue proprie osservazioni.Non è raro per Bailly, tra l'altro, condannare negli altri ciò che lui stesso praticava. L'insieme dell'astronomia pre-alessandrina greca è criticata da Bailly infatti per la sua accettazione degli antichi calcoli, eppure lo stesso Bailly utilizzò quegli stessi calcoli come prova della sua teoria preferita. Tolomeo, invece, è criticato per il suo esprit de système, per la sua speculazione teorica non suffragata dalle osservazioni: «Può essere, come chiunque in un sistema, ha indovinato quello che doveva essere e ha organizzato i fatti prima di osservarli».In un luogo Bailly scrive, «Se abbiamo concepito l'idea di un ex stato della scienza [...] questa idea non è nata nell′esprit de système: è il risultato dei fatti [...]» (Histoire de l'astronomie moderne, 1: 1-2); ma altrove, lodando il lavoro di Copernico, Keplero e Newton, dice: «Queste scoperte eterne, tuttavia, sono i prodotti di sistemi» (Ibid. 1: 336.).

In fin dei conti, comunque, Bailly dà un'immagine amichevole del sistema tolemaico, che fu senza dubbio un lavoro intelligente e che comunque rappresentava con ottima accuratezza i moti apparenti dei corpi celesti, sebbene poi si fosse rivelato falso. La sua principale riserva non era tanto l'impossibilità matematica del sistema, quanto il fatto che fosse eccessivamente complesso:

Bailly fondamentalmente credeva infatti nel rasoio di Occam, il principio secondo il quale, nella scienza, se esistono varie spiegazioni di un fenomeno bisogna comunque preferire sempre la soluzione più semplice. Questa insistenza sulla più semplice di qualsiasi soluzione ad un problema era naturalmente il risultato dell'indottrinamento di Bailly riguardo alla fisica newtoniana così come la sua stessa esperienza da astronomo e fisico teorico, ed è, secondo lo storico Burrows Smith, il «basso ostinato» di tutta la filosofia di Bailly.Edwin Burrows Smith, Jean Sylvain Bailly: Astronomer, Mystic, Revolutionary (1736-1793), p. 469. E anche quando, dopo aver descritto l'accettazione, lunga quasi per quattordici secoli, della teoria tolemaica, Bailly incomincia a mettere in relazione la resistenza di quella teoria rispetto alle nuove idee di Copernico, egli ritorna a questa idea fondamentale, al rasoio di Occam:

Le notevoli osservazioni di Tycho Brahe non riescono a superare la sua altrettanto notevole, ma molto complicata, teoria dei cieli, perciò lui è additato per aver ritardato in qualche modo il progresso. Keplero invece è di nuovo sulla giusta strada perché: «l'istinto del genio lo persuase della semplicità delle cause».Ibid. 1: p. XV.