La diocesi di Alife-Caiazzo () è una sede della Chiesa cattolica in Italia suffraganea dell'arcidiocesi di Napoli appartenente alla regione ecclesiastica Campania. Nel 2023 contava battezzati su abitanti. È retta dal vescovo Giacomo Cirulli.
Territorio La diocesi comprende 24 comuni campani in provincia di Caserta con una popolazione di circa settantamila abitanti: Alife, Caiazzo, Piedimonte Matese, Formicola, Ruviano, Liberi, Dragoni, Castel di Sasso, San Potito Sannitico, Castello del Matese, Raviscanina, Letino, Ailano, Baia e Latina, Castel Campagnano, Pontelatone, Sant'Angelo d'Alife, Prata Sannita, San Gregorio Matese, Piana di Monte Verna, Valle Agricola, Alvignano, parte del comune di PratellaFa eccezione la frazione di Mastrati, che appartiene alla diocesi di Isernia-Venafro. e le frazioni di Calvisi, Carattano e di Madonna del Bagno del comune di Gioia SanniticaLa restante parte appartiene alla diocesi di Cerreto Sannita-Telese-Sant'Agata de' Goti..
Sede vescovile è la città di Alife, dove si trova la cattedrale di Santa Maria Assunta. A Caiazzo sorge la concattedrale di Maria Santissima Assunta e Santo Stefano Vescovo. La residenza dei vescovi e la sede degli uffici della curia diocesana sono a Piedimonte Matese.
Il territorio si estende su 580 km² ed è suddiviso in 44 parrocchie, raggruppate in 5 foranie.
Storia L'attuale diocesi è frutto della piena unione stabilita nel 1986 di due antiche sedi episcopali: Alife, documentata a partire dalla fine del V secolo; e Caiazzo, istituita nel X secolo.
Alife Incerte sono le origini della diocesi. Secondo la tradizione, essa risalirebbe all'epoca apostolica, essendo stata fondata da san Pietro il primo ad annunciare il vangelo ad Alife; per altri autori, invece, l'istituzione della diocesi è di epoca costantiniana. Allo stato attuale delle ricerche archeologiche «sono veramente pochi gli elementi certi sui quali basare una ricostruzione attendibile del processo di cristianizzazione» del territorio.Federico Marazzi, La cristianizzazione di Alife, in Stefania Capini, Patrizia Curci e Maria Romana Picuti, Fana, templa, delubra. Corpus dei luoghi di culto dell'Italia antica. Vol. III. Regio IV: Alife, Bojano, Sepino, Parigi, 2015.
La prima menzione della diocesi è la presenza del vescovo Claro al concilio romano indetto da papa Simmaco nel 499, dove furono stabilite norme per l'elezione del vescovo di Roma dopo la doppia elezione di Simmaco e di Lorenzo dell'autunno precedente. Si propone inoltre di identificare questo Claro con il vescovo omonimo, ma senza indicazione della sede di appartenenza, che prese parte al concilio celebrato da papa Gelasio I il 13 maggio 495. Charles Pietri, Luce Pietri (ed.), Prosopographie chrétienne du Bas-Empire. 2. Prosopographie de l'Italie chrétienne (313-604), École française de Rome, vol. I, Roma, 1999, pp. 444-445. Un'antica epigrafe funeraria riporta il nome del vescovo Severo; incerta è la datazione del manufatto, per il quale è stato proposto un periodo compreso tra la fine del IV secolo e la fine del V.A. Parma, Severus, un misconosciuto vescovo di Allifae: sulle tormentate vicende dell'edizione di CIL IX, 2332, in AION, 11-12, 2004-2005, pp. 9-12.
Dopo questi due vescovi non si hanno più notizie di vescovi alifani per quasi cinque secoli. Nell'876, un'incursione di Saraceni distrusse l'intera città compresa l'antica cattedrale di Santa Maria, situata presso le Mura Romane (all'angolo tra le odierne Porta Romana e Porta Piedimonte) e della quale erano visibili i ruderi fino ai primi decenni del XX secolo.
La diocesi di Alife è nuovamente documentata a partire dalla seconda metà del X secolo. Con la bolla Cum certum sit di papa Giovanni XIII del 26 maggio 969, il pontefice eresse Benevento a sede metropolitana e concesse all'arcivescovo Landolfo I la facoltà di consacrare i suoi vescovi suffraganei, tra cui anche quello di Alife.Kehr, Italia pontificia, IX, pp. 54-55, nº 15.
Il primo vescovo noto di questa seconda fase della vita della diocesi è Paolo documentato dal 982 al 985. Nella cripta della nuova cattedrale, in diverse epigrafi ivi traslate probabilmente dalla precedente chiesa, sono ricordati i nomi dei vescovi a partire dall'inizio dell'XI secolo con i nomi latinizzati di Gosfridus, Vitus e Arechis.
Nella seconda metà del secolo, la famiglia normanna Drengot Quarrel conquistò il territorio alifano e l'episcopato acquistò notevole importanza. Nel 1131 secondo Rainulfo, conte di Alife, Caiazzo e Sant'Agata de' Goti, chiese e ottenne dall'antipapa Anacleto II le reliquie di San Sisto I papa e martire, divenuto poi protettore della città e della diocesi. A lui fu dedicata la cattedrale, che nel corso dei secoli ha subito numerose trasformazioni e ricostruzioni e attualmente è dedicata a Santa Maria Assunta.
I vescovi del XII secolo noti in storiografia sono Roberto, Pietro, Baldovino e Landolfo. Altre figure di vescovi che emersero durante il medioevo furono: Alferio de Alferis, eletto vescovo nel 1252 e trasferito nel 1254 a Viterbo; e (della stessa famiglia) Giovanni de Alferis, grazie al quale fu salvato il prezioso manoscritto Gli arcani historici, dello zio Niccolò Alunno, gran consigliere del re Ladislao.
Nel febbraio 1417 il vescovo Angelo Sanfelice emanò decreti per la disciplina del clero e contestualmente «segnalò la gravità della condizione del clero locale dedito al gioco e al vino, simoniaco e concubinario, sacrilego e rissoso».Dal sito Beweb - Beni ecclesiastici in web.
A partire dal XVI secolo la città di Alife visse un periodo di declino, a causa prima del terremoto del 1456, poi per la distruzione della città ad opera delle truppe spagnole di Filippo II nel 1561; per questi motivi i vescovi iniziarono a risiedere sempre più stabilmente a Piedimonte d'Alife, a partire da Diego Gilberto Nogueras (1561-1566).
Dopo il concilio di Trento, i vescovi cercarono di applicare in diocesi i decreti di riforma, ma questi loro tentativi si scontrarono con i privilegi acquisiti del clero alifano e gli interessi dei signori locali. Gli scontri furono sempre frequenti e in alcuni momenti drammatici, come nel caso del vescovo Domenico Caracciolo, ucciso a fucilate la notte tra il 14 e il 15 ottobre 1675.
«Notevolissima nella prima parte del XVII secolo è la figura di monsignor Pietro Paolo de' Medici (1639- 1656), impegnato nella formazione del clero e nella catechesi dei fedeli, anche attraverso opere di edilizia sacra e di assistenza». Il 10 giugno 1651 fondò il seminario diocesano a Castello d'Alife, grazie all'eredità di un munifico benefattore; successivamente, il vescovo Giuseppe de Lazzara (1676-1702) lo trasferì nell'attuale sede di Piedimonte.
Il 27 giugno 1818 papa Pio VII soppresse la diocesi di Alife con la bolla De utiliori unendone il territorio a quello della diocesi di Telese; la diocesi alifana tuttavia fu ripristinata il 14 dicembre 1820 con la bolla Adorandi dello stesso papa, che la unì aeque principaliter alla diocesi di Telese; l'unione ebbe effetto solo alla morte del vescovo Emilio Gentile il 24 febbraio 1822.
Il 6 luglio 1852, con la bolla Compertum nobis di papa Pio IX, ebbe termine l'unione con Telese, e Gennaro Di Giacomo, già vescovo delle sedi unite, optò per Alife ponendo la sua sede, come avevano fatto i suoi predecessori, a Piedimonte.
«Particolarmente singolare è la figura del vescovo Gennaro Di Giacomo negli anni dell'unificazione italiana, le cui operazioni militari toccarono direttamente la diocesi di Alife. Monsignor Di Giacomo offrì diretta collaborazione al nuovo Regno d'Italia tanto da essere ricevuto, primo vescovo del Meridione, da Vittorio Emanuele II che nel 1863 lo nominò senatore del regno. I suoi interventi parlamentari e le posizioni nazionaliste assunte provocarono la richiesta di rinunzia da parte della Santa Sede e il divieto a risiedere in diocesi.»
Nel corso del XX secolo si distinse la figura del vescovo Luigi Novello, all'epoca dell'occupazione tedesca; seguito da Virginio Dondeo, che si impegnò nella ricostruzione spirituale e morale della diocesi, poi vescovo di Orvieto, e Raffaele Pellecchia, divenuto in seguito arcivescovo coadiutore di Sorrento, che partecipò al concilio Vaticano II.
Al momento dell'unione con Caiazzo, la diocesi di Alife comprendeva i comuni di Alife, Piedimonte Matese, San Potito Sannitico, Castello del Matese, Raviscanina, Letino, Ailano, Sant'Angelo d'Alife, Prata Sannita, San Gregorio Matese, Pratella, Valle Agricola, e le frazioni di Calvisi e di Carattano nel comune di Gioia Sannitica.
Caiazzo
Secondo un'antica leggenda popolare, l'evangelizzazione della città di Caiazzo sarebbe stata opera dell'apostolo Pietro o di San Prisco, uno dei settanta discepoli, che ne sarebbe stato anche il primo vescovo. La leggenda si collegherebbe al viaggio che fece San Pietro da Napoli per raggiungere Roma e si appoggia sui resti di un antico tempio sotterraneo ritrovati sotto la settecentesca chiesa parrocchiale di San Pietro del Franco. Secondo altre tradizioni il primo vescovo caiatino sarebbe stato Arigisio, vissuto in epoca incerta.Ughelli, Italia sacra, vol. VI, col. 441.
Il primo vescovo storicamente documentato è Orso, menzionato in un diploma di Giovanni di Capua del 966 circa, nel quale il metropolita capuano delimitò i confini della diocesi di Caiazzo. Alla sua morte, l'arcivescovo Gerberto e il principe di Capua Pandolfo Capodiferro elessero Stefano Minicillo, già rettore della chiesa del Santissimo Salvatore Maggiore in Capua. Fu lo stesso arcivescovo metropolita a consacrarlo vescovo: il 1º novembre 979, con atto pubblico e solenne, Gerberto riconfermò i confini della diocesi di Caiazzo, affidata all'eletto e consacrato vescovo Stefano, al quale dava particolari indicazioni riguardanti la sua missione episcopale in quella terra. La bolla del 1º novembre è stato un vero e proprio atto di costituzione ufficiale della diocesi di Caiazzo per apostolicam istitutionem suo archepiscopatui subiecta.Michele Monaco, Sanctuarium Capuanum, Napoli, ed. Ottavio Beltrano, 1630, pp. 571-572.
Dopo Stefano Minicillo si possono ricordare: san Ferdinando d'Aragona di origine spagnola, che fu vescovo dal 1070 al 1082; Costantino, documentato sul finire dell'XI secolo in occasione della traslazione delle reliquie di san Menna, il cui racconto da le prime informazioni sulla cattedrale caiatina; Stazio, che nel 1133 ricevette da papa Innocenzo II una bolla di conferma dei suoi privilegi e dei suoi diritti sulla diocesi; Guglielmo I, che nel 1166 circa fu deposto da papa Alessandro III per simonia; Guglielmo II, che prese parte al concilio lateranense del 1179; Doferio, trasferito nel 1189 sulla cattedra arcivescovile di Bari.
«Nel Quattrocento, in sincronia con l'apogeo del feudo di Caiazzo, la diocesi conobbe un periodo caratterizzato da vescovi di grande rilievo. Il successivo decadimento di importanza feudale di Caiazzo coincise con nomie vescovili di prelati appartenenti a famiglie nobili sempre meno in vista, rispetto alle vicende complessive del Regno di Napoli. Oratio Acquaviva d'Aragona e Paolo Filomarino furono gli ultimi vescovi ad essere rampolli di grandi stirpi.»Caiola, Di Lorenzo, Sparano, La diocesi di Caiazzo: storia in età tardo medievale e moderna…, p. 46.
Nel Cinquecento si distinsero in particolare Fabio Mirto Frangipane (1537-1572), presentato da san Carlo Borromeo, che fu segretario del concilio di Trento e fondò il seminario diocesano nel 1564; e Ottavio Mirto Frangipani (1572-1592), che dopo essere stato vescovo di Caiazzo fece una discreta carriera ecclesiastica, abate di San Benedetto di Capua, governatore di Bologna, quindi nunzio apostolico a Colonia e infine arcivescovo di Taranto.