San Marco Argentano è un comune italiano di abitanti della provincia di Cosenza in Calabria. Centro urbano di antica storia, sito lungo la Valle del Crati in zona collinare, dal clima mite e temperato, è un importante riferimento storico e culturale della provincia.

È sede della diocesi di San Marco Argentano-Scalea

Geografia fisica Il comune di San Marco Argentano ha un'estensione territoriale di 78,28 km² ed è prevalentemente collinare.

Territorio

Il territorio comunale, che si sviluppa lungo un'estesa pianura attraversata dal fiume Follone, sul versante della Montagna Magna e prevalentemente su aree collinari, si estende per circa 78 km² e comprende oltre al centro urbano quattro maggiori contrade: Iotta, Ghiandaro, Scalo e Cerreto e altre minori, abitate complessivamente da circa due terzi della popolazione totale.

È attraversato da un'estesa rete stradale, con un asse viario a scorrimento veloce che lo collega allo Ionio e al Tirreno, con strade statali e provinciali che consentono il raggiungimento rapido dei comuni viciniori, dei due svincoli autostradali, del capoluogo. Le strade comunali, quasi tutte asfaltate, consentono di raggiungere le molteplici contrade.

L'antica consuetudine di abitare nelle zone rurali, anche in zone isolate, caratterizza il paesaggio sanmarchese per la presenza di numerose abitazioni sparse e di piccoli o medi appezzamenti coltivati: tali insediamenti, anche se presentano lo svantaggio del frazionamento terriero, hanno impedito i processi di inaridimento dei suoli e hanno consentito la sopravvivenza a molte famiglie prive di altri redditi. Oggi rappresentano la maggiore risorsa economica del territorio.

Clima

Il clima di San Marco Argentano è tipico mediterraneo delle aree interne collinari. Presenta estati calde ed afose ed inverni freddi ed umidi. La tabella climatica di riferimento è quella della Stazione meteorologica di Bonifati.

Di seguito è riportata la tabella con le medie climatiche e i valori massimi e minimi assoluti registrati nel trentennio 1971-2000 e pubblicati nell'Atlante Climatico d'Italia del Servizio Meteorologico dell'Aeronautica Militare relativo al medesimo trentennio. Tabelle climatiche 1971-2000 dall'Atlante Climatico 1971-2000 del Servizio Meteorologico dell'Aeronautica Militare

Origini del nome Il toponimo Marco deriva dal nome di Marco evangelista, oggi patrono della diocesi. Esisteva un vicus Prato Marco attestato nell'XI secolo da Goffredo Malaterra "De rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae comitis et Roberti Guiscardi ducis fratris eius", libro IV, cap. XXVI (Sed in prato Marco aliquantisper commoratus...) . Il secondo nome Argentano fu aggiunto con deliberazione di consiglio n.74 in data 1862, per evitare toponimie uguali, con la seguente motivazione: "Considerando che l'attuale Comune di Sammarco à origine dallo antico Argentanum così per favorire la tradizione delibera che il nome di Argentano venchi aggiunto a quello di Sammarco talché da ora innanzi questo Comune si distinguerà col nome di Sammarco Argentano".

L'identificazione di San Marco con la città di Argentanum, citata da Tito Livio (Ab Urbe condita, XXX 19, 10) assieme ad altri centri bruzi che si unirono ai Romani nella battaglia contro Annibale, risale ad anni precedenti l'assunzione della deliberazione. Un elenco di nomi diversi attribuiti alla città è contenuto in un documento del 1692, stilato dal sindaco dei Nobili don Ignazio Gonzaga. Il documento è reperibile solo nella trascrizione che ne fece Leopoldo Pagano, sacerdote e storico dell'Ottocento.

"È posta la fidelissima città di San Marco nella Calabria superiore venti miglia distante dalla città di Cosenza, e da Tito Livio, e d'altri storici fu nomata Mandonica, e tal'hora Argentano, fu dessa edificata dalli abitatori della distrutta Città di Sibari, come s'ha per tradizione delli stessi antichi Cittadini di S. Marco, quale viene confermata da Giovanni Giovane nella sua Storia Tarentina lib.8 Cap. p.mo..." "Franz von Lobstein, Settecento Calabrese, Napoli, Fausto Fiorentino Editore, 1977"

Storia Tracce di presenze pre-romane e romane Il presupposto di una remota antropizzazione del territorio è rappresentato dalla Sibaritide abitata dall'uomo fin dai tempi del neolitico, come attestano numerosi ritrovamenti archeologici conservati nel Museo di Sibari e le testimonianze del sito archeologico neolitico di Torre Mordillo, distante poco più di 10 km da San Marco Argentano Mario Candido, Valle Crati prima e dopo la colonizzazione greca. Studio del Comprensorio, Venezia 1967.

Un reperto di epoca romana fu rinvenuto in contrada Cimino nel 1967. Si tratta di un grosso doglioFoto del ritrovamento | https://www.sanmarcoargentano.it/novecento/arc_1961_70/doglio_67.htm, oggi conservato al Museo archeologico di Sibari.

L'avvento del cristianesimo . In passato si era creduto che l'epoca cristiana fosse stata segnata dal passaggio dell'evangelista MarcoGiovanni Giovine, "De antiquitate et varia Tarentinorum fortuna" Napoli 1589. Da lui la città avrebbe preso il nome, dopo la conversione dei suoi abitanti e il battesimo impartito a Senatore, Viatore, Cassiodoro e alla loro madre Dominata.Gabriele Barrio, "De antiquitate et situ Calabriae" Roma 1571. Costoro sono considerati i martiri della città, secondo la tradizione e il racconto di una Passio bizantina del X secolo. La chiesa del Loco Santo e le reliquie ne perpetuano il ricordo e la fede.P. Francesco Russo, I santi Martiri Argentanesi, Tip. S. Nilo

Eduardo Bruno, scultore e studioso di storia, ha avanzato l'ipotesi che da Argiro (Argentanum in epoca romana) si ricavasse l'argento per la coniazione delle monete sibarite (Monetazione_di_Sybaris). Rinaldo Longo, linguista e glottobiologo, ritiene invece ciò pura fantasia, poiché è noto che Sibari ricavava l'argento dalle miniere dell'argentera di Longobucco. Egli, infatti, scrive che se Argyron, Argiro, Argentanum castrum sono i nomi che secondo gli storici locali ebbe San Marco Argentano nell'antichitàSalvatore Cristofaro, Crono-Istoria di San Marco Argentano, non vi è alcuna attinenza con presunte miniere d'argento. Argentano (dal latino Argentanum) "vuol dire ‘podere che appartiene ad Argento’, 'possedimento di Argento', cioè possedimento della Gens Argentana, per il preciso valore di suffisso di appartenenza, o di suffisso prediale che ha –anum, Gerhard Rolfs, Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti, sintassi e formazione delle parole, Einaudi, Torino 1969, pp. 410–411. Argento è un cognome ancora esistenteArgento | https://www.sanmarcoargentano.it/ottocento/cognomi_a_f/argento.htm a San Marco Argentano e in qualche altro comune vicino e in altre parti d'Italia. È da supporre allora che siano stati membri di una stessa gens romana, appunto la Gens Argentana, cioè degli Argento, che probabilmente appartenevano alla classe dei cavalieri, detta anche classe equestre, ad aver avuto, in epoca romana, il possesso e/o il comando, in Francia del territorio di Argentan e in Italia di quello di ArgentanoRinaldo Longo, San Marco Argentano una città speciale in http://www.bitculturali.it cercando Rinaldo Longo Argentan San Marco Argentano.

Il periodo normanno La nascita dell'attuale centro storico si deve all'arrivo dei Normanni e in particolar modo a Roberto il Guiscardo, come attestano Amato di Montecassino ("quant ala en Calabre, hedifica la rocche de Saint Marc") e Goffredo Malaterra ("castrum, quod Sancti Marci dicitur, firmavit"), e la presenza di due architetture: la cosiddetta 'cripta', una complessa sostruzione concepita quale prolungamento della base di appoggio della Cattedrale, e la chiesa di San Giovanni degli Amalfitani, oggi museo diocesano. Un'altra importante struttura, che testimonia la decisiva presenza normanna, è ubicata a due km dal centro urbano: l'abbazia della Matina, in origine benedettina. Il monumento eletto a simbolo del paese, cioè la torre medievale, benché venga popolarmente identificato come "normanno", da recenti revisioni storiche risulta edificato in epoca successiva, presumibilmente attorno al XIV secolo.

L'insediamento militare normanno, assimilabile alla tipologia delle fortificazioni definite Motte castrali, trova un puntuale riferimento nello sperone roccioso sovrastante l'attuale area della cattedrale, chiamato Motta e nel sottostante "Vaglio" (trasposizione locale del Baglio italico, Bagghiu siciliano, Bailey inglese, baile o basse-cour francese), un quartiere documentato fino all'Ottocento, quando l'odonomastica ne ha cancellato il valore testimoniale. In precedenza, per una equiparazione del termine "castrum" a castello, si era ritenuto, riduttivamente, che la motta castrale fosse rappresentata dal rivellino della torre e dal quartiere sottostante. La naturale elevazione fortificata della Motta che sovrasta la vallata, risulta strategicamente più idonea al controllo del territorio, rispetto all'elevazione artificiale della torre su un'area collinare. Oltretutto tale area collinare non trova rispondenza con la solida altura ("mont moult fort") descritta da Amato di Montecassino come origine di una successiva fortificazione castrale ("appareillà de ligname").Amato da Montecassino, "L'ystoire del li Normant", testo edito da M. Campollion-Figeac, Parigi 1835

Anche la nascita del primo insediamento abitativo, sul costone roccioso occidentale, va attribuita ai normanni e più esattamente al Guiscardo, che assegnò quella vasta area denominata Vardara, con il territorio sottostante, ai sessanta sclavi mercenari al suo seguito. Viene quindi smentita l'ipotesi di abitanti rifugiatisi sul promontorio a seguito di incursioni saracene. La presenza slava è documentata da una relazione ad limina del 1665 del vescovo del tempo Teodoro Fantoni, da alcuni toponimi e dalle circostanze dettagliatamente narrate dallo storico Malaterra. Dalle evidenze di tali riscontri, risulta che gli slavi erano di origine macedone e, precisamente sclaveni dragoviti della Macedonia del Nord, sottoposti alla giurisdizione bizantina. Il quartiere della Vardara, che prende il nome del fiume macedone Vardar, la chiesa di Santa Maria de Illirico (oggi dei Longobardi), la porta dei Tribulisi (appartenenti ad una tribù) con l'omonima contrada sottostante, il quartiere del Crité ("krites" era il magistrato bizantino a cui i drogoviti erano sottoposti) attestano quanto detto sopra. La chiesa anzidetta in altro documento è chiamata "della porterola", lasciando intendere che i normanni avessero posto una porta secondaria di accesso al castrum.

Ancora oggi il centro storico presenta l'originaria struttura feudale, lungo la dorsale del percorso che unisce il Duomo e la torre normanna. La parte occidentale, quella più antica e popolata di cui abbiamo ampiamente parlato, è nascosta alla vista, l'altra più esposta e più prossima alla torre coincideva con l'antico quartiere ebraico della Giudeca. Adolfo La Valle, sulla base di documenti conservati nel convento della Riforma, afferma che gli Ebrei erano in San Marco assai potenti: avevano un quartiere segregato che anche oggi si chiama la Giudeca, una piccola sinagoga, il traffico della seta e dei grani, il monopolio della piazza e dei mercati, speciose tintorieA. La Valle, Il convento dei frati minori, Nicastro, O.T. Gigliotti, 1906.

L'accesso al paese, oltre che attraverso la vecchia Porterola di Santa Maria, lungo la strada proveniente dal Fullone e zone a monte, era possibile dalla Pie' la Silica che si arrampicava dalla valle del Fullone all'area dove si erge il Duomo passando per la contrada Santo Pietro. Solo dopo la costruzione della strada cosiddetta militare, che congiungeva Castrovillari con San Fili, la città si aprì ai traffici commerciali con i centri vicini, modificando il proprio assetto urbano che si sviluppò lungo le nuove arterie.