La diocesi di Locri-Gerace () è una sede della Chiesa cattolica in Italia suffraganea dell'arcidiocesi di Reggio Calabria-Bova, appartenente alla regione ecclesiastica Calabria. Nel 2023 contava 108.208 battezzati su 118.617 abitanti. È retta dal vescovo Cesare Di Pietro.
I vescovi di Locri-Gerace, oltre al titolo proprio, hanno unito il titolo di "abati commendatari" di Santa Maria di Polsi.Annuario pontificio 2000, p. 424.
Territorio La diocesi comprende i seguenti comuni nella città metropolitana di Reggio Calabria: Africo, Agnana Calabra, Antonimina, Ardore, Benestare, Bianco, Bivongi, Bovalino, Bruzzano Zeffirio, Camini, Canolo, Caraffa del Bianco, Careri, Casignana, Caulonia, Ciminà, Ferruzzano, Gerace, Gioiosa Ionica, Grotteria, Locri, Mammola, Marina di Gioiosa Ionica, Martone, Monasterace, Pazzano, Placanica, Platì, Portigliola, Riace, Roccella Ionica, Samo, San Giovanni di Gerace, San Luca, Sant'Agata del Bianco, Sant'Ilario dello Ionio, Siderno, Stignano, Stilo.
Sede vescovile è la città di Locri, dove si trova la cattedrale di Santa Maria del Mastro. A Gerace sorge la basilica concattedrale di Santa Maria Assunta.L'elevazione a basilica è contenuta nel decreto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, 8 settembre 2018; Prot. 343/18. Tra i principali santuari della diocesi sono da ricordare il santuario della Madonna di Polsi nella frazione di Polsi (comune di San Luca), e il santuario dei Santi Cosma e Damiano a Riace.
Il territorio si estende su 1.248 km² ed è suddiviso in 73 parrocchie.
Storia Epoca antica e bizantina La storia della fede cristiana nella diocesi di Locri-Gerace comincia sin dai primi secoli del cristianesimo. Le notizie documentate dei secoli tardo antichi e alto medioevali riguardano il solo centro principale e sede del vescovo, Locri, non riferendosi al suo territorio. La presenza documentata del cristianesimo, per mezzo di due epigrafi, è del IV secolo. La cattedra vescovile fu istituita probabilmente assai presto, benché sia documentata solo a partire dalla fine del VI secolo.
I limiti della primitiva area d'influenza (non si potrebbe definirla diocesi) di Locri erano la fiumara Allaro (subito oltre Caulonia) a nord, e quella di Melito (Tuccio) a sud. Comprendeva interamente quella che sarebbe diventata in seguito la diocesi di Bova. È possibile che ci fossero dei piccoli centri abitati, oltre a Locri. Dovettero esserci anche degli edifici di culto, come ad esempio la chiesetta detta di San Marco nell'area di Kaulon (odierno sito archeologico nei pressi di Monasterace Marina), recentemente datata al V-VI secolo. Tra i primissimi monasteri in Calabria, documentati alla fine del VI secolo, ce ne è stato uno a Locri; erano monasteri di lingua e probabilmente di rito latino. Di questi si hanno notizie non oltre la metà del VII secolo, poi non si ha notizia di vita monastica nella regione fino all'arrivo dei monaci greci.
I primi vescovi locresi indicati dalla tradizione sono delle figure leggendarie, senza nessun fondamento storico, come il vescovo Suera, indicato nel I secolo. Tra i vescovi che la tradizione e le antiche cronotassi hanno attribuito a Locri, vi sono tre prelati che non hanno nulla a che fare con questa diocesi: Basilio I, presente al concilio di Calcedonia del 451, era in realtà vescovo di Nacolia in Frigia; Pietro fu vescovo Lorensis (Lorium in Etruria) e non Locrensis; infine, Basilio II compare nello pseudo-sinodo romano del 503 come episcopus Nacoliae, evidentemente desunto dalle sottoscrizioni del sinodo calcedonese.
Invece il primo vescovo di Locri di cui si conosce il nome è Dolcino, nominato in una lettera di papa Gregorio Magno, e di cui si sa solo che fu il predecessore immediato di Marciano, eletto nel 597 e che sedeva sulla cattedra locrense ancora nel 599. Altri vescovi documentati prima dell'anno mille presero parte ai concili o sinodi dell'antichità: Crescenzo (concilio lateranense del 649), Stefano (concilio romano del 680), Gregorio (vissuto agli inizi dell'VIII secolo), Cristoforo (concilio di Nicea del 787) e Giorgio (concilio costantinopolitano dell'870).
Dal VI secolo il territorio della Calabria meridionale divenne dominio dell'impero bizantino; da questo momento si impose in diocesi il rito greco che avrà larga diffusione su tutto il territorio fino al XV secolo. A partire dalla prima metà dell'VIII secolo, in seguito alla crisi iconoclastica, l'imperatore bizantino sottrasse le diocesi nei domini dell'Italia meridionale al patriarcato di Roma per sottometterle al patriarcato di Costantinopoli. In questo contesto la diocesi di Locri fu resa suffraganea dell'arcidiocesi di Reggio, come documentato dalle Notitiae Episcopatuum del patriarcato di Costantinopoli.Jean Darrouzès, Notitiae episcopatuum Ecclesiae Constantinopolitanae. Texte critique, introduction et notes, Parigi 1981, Notitia 3, p. 242, nº 633 (Aghìas Kuriakés); Notitia 7, p. 283, nº 539 (Lokrìdos); Notitia 9, p. 303, nº 400; Notitia 10, p. 325, nº 481.
Le liste episcopali del concilio di Nicea del 787 e la Notitia del IX secolo documentano il trasferimento della sede vescovile a Santa Ciriaca, nome bizantino di Gerace, a causa della decadenza e dell'abbandono di Locri, troppo esposta ai pericoli provenienti dal mare. I vescovi assunsero inizialmente il nome di "vescovi di Santa Ciriaca"; secondo le Notitiae del X secolo la diocesi riprese il nome di Locri o Locride, ad indicare la regione piuttosto che la città episcopale. In seguito si impose il nome di Gerace. Superstiti di quest'epoca, e per questo preziosissime, sono a Gerace le chiese di San Giovannello e della Nunziatella (di quest'ultima si conserva, del periodo, solo la zona absidale), databili al X secolo.
Dell'insediamento sul territorio in età bizantina si sa poco. Verosimilmente, Gerace non era il solo centro abitato. La fascia costiera era probabilmente desolata. Verso l'interno dovevano sorgere altri kastron o kastellion e numerosi Choria e Pyrgoi. Emergono dai documenti i nomi di Africo, Bovalino, Bruzzano, Bucito (antico nome di Martone), verosimilmente già esistevano Ardore, Grotteria, Mammola, Roccella, Castelvetere (Caulonia). In quel periodo, tra le colline, vivevano eremiti, ed i monasteri erano presenti un po' ovunque nel territorio.
Nel X secolo fu fondata la diocesi di Bova, ricavandone buona parte di territorio da quella di Gerace.
Le città calabresi furono lungamente contese dagli arabi che, dalla vicina Sicilia, le assaltarono più volte. Nel 925 depredarono Bruzzano; Gerace fu saccheggiata nel 985 assieme a Bovalino.
Il monachesimo greco Negli ultimi anni del IX secolo, e nei primi del X, la Calabria accolse i cristiani scacciati dalla Sicilia dagli arabi. Fu l'inizio dello sviluppo nella regione del monachesimo, cosiddetto, italogreco. Dalla Sicilia arrivarono, per stabilirsi in Calabria, santi come Elia il Giovane e Leoluca di Corleone. Secondo un noto studioso francese, nel X secolo «… la Calabria diviene per eccellenza la terra dei monaci e degli eremiti… una nuova Tebaide, la cui fama si espande, attraverso tutto il mondo bizantino, fino a Costantinopoli ed a Gerusalemme…».Jules Gay, L'Italie Méridionale et l'Empire Byzantin depuis l'avènement de Basile Ier jusqu'à la prise de Bari par les Normands (867-1071), Paris 1904, p. 254. La regione darà dei santi come Elia Speleota, Nicodemo da Cirò, Fantino il Giovane, Nilo da Rossano, Giovanni Theristis, Leo d'Africo.
Nella diocesi, i monaci greci sono presenti esplicitamente nelle fonti non prima della fine del IX – inizi del X secolo. La tradizione che vuole sant'Ilarione romitante a Caulonia nel IV secolo, non ha alcun fondamento storico. I greci di Calabria sono insieme coltivatori e copisti; essi dissodano il suolo, sradicano gli alberi, piantano la vite. Così in molti luoghi, attorno ai monasteri, si formano paesi, che rapidamente si popolano di contadini.
Nella diocesi c'erano quattro zone monastiche eminenti: quella di Stilo - Bivongi; l'attuale valle del Torbido, compresa la Limina; il territorio di Gerace; e la valle del Buonamico. Oltre alle forme eremitica e lavriotica, che sono bene attestate, non molto si sa dei monasteri che dovettero essere presenti.
Il monastero più importante della diocesi era San Filippo d'Argirò a Gerace, mentre l'unico monastero femminile, anch'esso a Gerace, era quello di Santa Parasceve. Nella vallata dello Stilaro si trovavano il monastero di San Giovanni Theristis a Bivongi (che ebbe come grangia Santi Cosma e Damiano a Riace), Santa Maria di Monte Stella e Santa Maria della Cattolica a Stilo. Notevoli, a sud, Santa Maria di Polsi, che avrà un grande destino nel corso dei secoli, e San Giorgio di Pietra Kappa, vicino a San Luca, mentre scarse sono le fonti storiche riguardanti il cenobio dei Basiliani sul monte Varraro a nord di Careri.
Nella vallata del Torbido, sulla Limina, fu fondato da san Nicodemo da Cirò il monastero di San Nicola di Kellarana, il più importante della zona; tra XV e XVI secolo la sua sede fu poi trasferita a Mammola, nella grangia di San Biagio. In una carta greca del 1106 sono documentati i monasteri della Santissima Deipara dei Buceti a Martone, di Sant'Anania, forse nei pressi di Martone, e di San Giovanni Profeta Precursore e Battista, forse a San Giovanni di Gerace.
Lungo il corso del Pretoriate (attuale Torbido), si trovava il monastero di San Fantino Vecchio; sempre lungo lo stesso corso d'acqua, vi era San Fantino di Pretoriate.
In una carta greca di donazione databile al 1011-1012 un tale Nicodemo Kondos, per il perdono dei suoi peccati, dona al "santo padre nostro Nicodemo" la chiesa (o monastero) della Theotokos ton Orton, quattromila viti e due capienti botti. Non si sa se fu un monastero o una semplice chiesa, ed è comunemente identificata con Santa Maria delle Grazie nei pressi di Gioiosa. A Grotteria, presso la recente chiesa di Santa Maria del Soccorso, si ha notizia di un monastero di San Nicola; risulta da un documento del 1232 e sarebbe stato distrutto da un terremoto nel 1349.
Oltre a questi monasteri, ne sono documentati altri nella diocesi, quasi una trentina, di cinque dei quali non si conosce la collocazione geografica. La forte fluttuazione di monaci fra un monastero e l'altro, e la brevità della vita di molti monasteri, rendono impossibile qualsiasi valutazione dell'entità numerica dei singoli centri monastici.
Il culto dato ai numerosi santi monaci calabresi fu spontaneo e immediato, e certamente rimase limitato – com'è ancora oggi – alla sola zona che era stata teatro della loro vita, e dove morirono e furono sepolti. Ciò avviene perché i santi italogreci erano venerati soprattutto nei monasteri. Per di più ogni monastero, oltre ad essere indipendente dagli altri, poteva vantare santi propri cui dedicare il massimo delle attenzioni ed il culto.
Epoca normanno-sveva Nella seconda metà dell'XI secolo i Normanni conquistarono progressivamente la Calabria ponendo fine alla dominazione bizantina. L'arrivo dei nuovi padroni non sconvolse la vita della diocesi di Gerace. Il rito bizantino vi fu mantenuto e i monasteri greci poterono prosperare ancor più che nel passato. Tuttavia con i Normanni iniziarono la loro penetrazione nelle terre calabresi i benedettini, che fondarono importanti abbazie in tutto il territorio (per esempio, Santa Maria della Matina presso San Marco Argentano, Santa Maria di Corazzo presso l'attuale Carlopoli, Santissima Trinità a Mileto), seguiti dai Cistercensi e dagli Agostiniani; furono questi monaci lo strumento attraverso i quali il rito latino cominciò a diffondersi in modo inarrestabile in Calabria.