È noto anche come san Torello, sebbene non sia mai stato ufficialmente canonizzato.

Proveniente da un'agiata famiglia nobiliare, il suo percorso di vita ricalcò quello di san Francesco d'Assisi sull'onda del rinnovamento spirituale dell'epoca: dapprima giovane scapestrato, in seguito si convertì e si diede a una vita di ascesi e penitenza. Visse tutta la vita in un eremo sul Pratomagno, acquisendo fama di domatore di lupi, animali con cui spesso è ritratto secondo il più noto miracolo a lui legato, ovvero l'ammansimento di un lupo che stava per divorare un bambino.

Dopo la sua morte la tradizione popolare cominciò a venerarlo come santo, anche se il suo culto non fu mai ufficialmente riconosciuto dalla Chiesa cattolica. La venerazione di Torello conobbe comunque ampia diffusione nella zona dell'Appennino centrale, specialmente nel Casentino e in Romagna. Dopo che la Chiesa provò a ostacolarne la memoria abolendo il suo culto nel 1595 dietro delibera di papa Clemente VIII, presto l'eremita fu riabilitato e infine confermato beato da papa Benedetto XIV nel 1752. È patrono del comune di Poppi e compatrono di quello di Forlì, e delle diocesi di Arezzo e Forlì. La sua festa si celebra il 16 marzo.

Biografia Origini e gioventù TorelloNegli Acta Sanctorum si asserisce che si chiamasse in realtà Victorello, e che quindi Torello fosse solo un diminutivo. Cfr. . Torelli nacque nel borgo casentinese di Poppi nei primi anni del XIII secolo. (tradizionalmente è indicato il 1202). da Paolo di Salinguerra II e Lucrezia Torelli.. I Torelli erano originari di Ferrara, ma erano stati esiliati dalla città a causa dei torbidi politici derivati dallo stato di guerra costante tra guelfi e ghibellini; Paolo Torelli si era rifugiato presso i Conti Guidi, feudatari del Casentino, che gli avevano permesso di acquistare numerose terre e una casa a Poppi.. La Vita di san Torello del suo discepolo Pietro riporta, per mostrare il suo futuro da santo, come la madre Lucrezia mentre era incinta di lui abbia avuto un sogno profetico, immaginando un toro che usciva dal suo ventre a cui rendeva omaggio un lupo. L'appartenenza del futuro beato alla famiglia Torelli non è del tutto certa, ma si è tramandata nella tradizione.

Il giovane Torello rimase presto orfano di entrambi i genitori. A imitazione del padre Paolo, uomo dissoluto e licenzioso, Torello divenne a sua volta un giovane scapestrato e indisciplinato,. e formò quindi con altri giovani poppesi una banda che imperversava per il contado, e si diede a una vita dissoluta e peccaminosa.

La conversione A vent'anni, quindi all'incirca nel 1222,Alcuni biografi riportano "[...] mentre giocava a palla sotto il balcone di Settimia", altri "[...] mentre giocava a dadi sotto un albero con amici", mentre invece l'agiografo Luigi Torelli solo "passando per una strada". Cfr. .. al giovane Torello accadde un episodio che fu motivo di mutamento di vita: un giorno un gallo che si trovava vicino a lui improvvisamente spiccò il volo, si poggiò sulla sua spalla destra e gli cantò per tre volte nell'orecchio, assordandolo, per poi ritornare dov'era prima.. Un'altra versione della storia, ancor più miracolosa, asserisce che il gallo fosse già stato ucciso, spennato e appeso a una finestra per essere mangiato, ma che si rianimò appositamente per cantare per Torello. Profondamente scosso dall'episodio, Torello ebbe un improvviso risveglio spirituale: il giovane interpretò i gridi del gallo come un ordine perentorio di Dio, che lo invitava a risvegliare la sua anima dal torpore nel quale era caduta. Decise allora di cambiar vita e si recò nella chiesa di San Fedele, allora centro religioso di Poppi, e si confessò con l'abate, esternandogli poi la sua volontà di ritirarsi come eremita nelle foreste casentinesi. I monaci lo pregarono di restare presso di loro a Poppi, ma Torello rifiutò in maniera categorica:

La crisi mistica e la conseguente conversione di Torello ricordano, non casualmente, quelle di san Francesco d'Assisi. Le due figure in effetti erano molto simili: quasi contemporanei, entrambi provenienti da famiglie agiate e dediti a una vita di piacere, sperimentarono un improvviso risveglio spirituale e si convertirono a una vita di ascesi e penitenza animata da una fortissima fede religiosa. La loro era in effetti una reazione di rigetto alla società mondana che li circondava: i borghi di provenienza, Assisi per Francesco e Poppi per Torello, erano allora in piena fase di floridezza politica ed economica, con notevole afflusso di uomini e ricchezze, e la conversione e la religiosità erano forme di resistenza contro il materialismo sfrenato di tali ambienti. Durante la giovinezza di Torello inoltre Francesco spesso visitava il Casentino, quindi non è improbabile che il giovane poppese ne avesse sentito parlare, entrando quindi in contatto più o meno diretto con la sua figura e le sue idee. Il rifiuto di Torello di unirsi ai monaci di San Fedele era inoltre una critica alla Chiesa stessa, il cui modello di vita era ormai considerato troppo rilassato e indulgente.

Eremitaggio e fama di santità L'eremita di Avellaneto Secondo le sue agiografie, partito da Poppi e inoltratosi nei boschi del Pratomagno, Torello vagò per otto giorni; raggiunta la remota località di Avellaneto,. creò un rudimentale romitorio rifugiandosi in un anfratto formato da un grande macigno, luogo che elesse a sua nuova residenza. Qui sopravvisse nutrendosi solo di pane ed erbe selvatiche. Rientrato a Poppi dopo qualche tempo, vendette tutti i suoi averi e distribuì il ricavato ai poveri. Trattenne per sé solo una piccola somma di denaro, subito utilizzata per pagare un muratore che gli costruisse una piccola celletta sul masso che aveva trovato, massimo lusso che arrivò a concedersi. Qui, per circa sessant'anni, condusse un'austera vita di contemplazione, di digiuni e di preghiera, coltivando per sostenersi solo un piccolo orticello.

Presto la conversione di Torello divenne nota presso la popolazione, e molti cominciarono ad andarlo a trovare nel suo piccolo eremo. I monaci di san Fedele, impressionati dal suo zelo, tentarono a più riprese di convincerlo a entrare a far parte del loro ordine vallombrosano, ma l'eremita, pur simpatizzando per loro, preferì sempre mantenersi indipendente (Pompeo Litta Biumi lo definisce per questo "eremita laico", mentre Andrea Czortek "penitente laico"). Nei primi tempi fu visitato anche dall'abate di San Fedele, venuto per sincerarsi che Torello non esagerasse con le penitenze e non rischiasse di morire per il suo estremo ascetismo (in segreto anche per verificare che l'eremita non appartenesse ai movimenti pauperistici o al catarismo, che allora la Chiesa stava combattendo con forza come eresie temendo proprio l'estremo ascetismo che predicavano). Tuttavia Torello tranquillizzò l'abate, spiegandogli che seguiva piuttosto il modello di Francesco d'Assisi e Domenico di Guzmán, i cui recenti esempi monastici erano ben impressi nella sua mente..

Spesso i popolani gli rendevano visita e gli donavano cesti di cibo, ma quasi sempre Torello preferiva donarli a sua volta ai viandanti oppure li lasciava agli animali del bosco, intendendo mantenere la ferrea vita di penitenza e digiuno che si era imposto. Fino a circa trent'anni continuò con tale estremo regime, fatto di prolungati digiuni e pasti scarsissimi, ma quando il suo fisico cominciò a esserne molto provato allentò le penitenze, e a cinquant'anni oltre a pane, erbe e acqua si concedeva anche frutta, orzo, legumi e un po' di vino annacquato, dieta non troppo dissimile da quella dei contadini casentinesi. Rimase comunque per questo sempre molto magro ed emaciato, impressione favorita dal fatto che era solito strapparsi barba e capelli per provare dolore. Oltre ai prolungati digiuni, spesso si autopuniva gettandosi in un roveto oppure immergendosi nelle acque gelide dei torrenti. Dormiva solo tre ore per notte disteso su rozze assi di legno, oppure, più di frequente, sulla pietra o per terra.

Nonostante l'eremitaggio, ogni domenica Torello tornava a Poppi per assistere alla messa presso San Fedele. Per rispettare la sua volontà di solitudine, i monaci aprirono una finestrella nella facciata dell'edificio che permetteva di vedere e udire la celebrazione anche dall'esterno, al fine di garantirgli il minimo contatto umano possibile. Nonostante non desiderasse compagnia, dopo alcuni anni si stabilì ad Avellaneto un tale Pietro, che divenne suo discepolo e primo agiografo.

Il miracolo del lupo Numerosi sono i miracoli attribuiti a Torello (almeno sei), ma il più noto è senza dubbio quello legato all'ammansimento di un lupo. Le agiografie riportano come un giorno una donna, accompagnata dal figlioletto, andasse a lavare i panni in un torrente non lontano da Avellaneto, e di come all'improvviso un grande lupo nero si fosse avventato sul bambino cercando di trascinarlo via per divorarlo. Udito il clamore, Torello accorse dal suo eremo e approcciò il lupo, parlandogli e in apparenza ordinandogli di risparmiare il bambino, che poté riunirsi con la madre. L'eremita quindi tornò al suo rifugio, ma il lupo, divenuto totalmente mansueto, lo seguì e da allora lo andò spesso a trovare rimanendogli fedele come un cane; nelle agiografie viene riferito che Torello sostenesse con lui delle vere e proprie conversazioni..

Il miracolo del lupo, benché probabilmente una leggenda, testimonia l'adattamento e la comunione dell'eremita con l'ambiente silvano e dette origine alla credenza che gli abitanti di Poppi godano di una speciale protezione contro i lupi, che non li avrebbero mai più importunati. Sempre del lupo si perpetua anche un aneddoto per rimarcare l'austerità di Torello: durante un carnevale, gli abitanti di Poppi, con l'incitamento del conte Guido Guerra IV Guidi, vollero inviare in dono all'eremita una grande quantità di cibo, tra cui un cappone arrosto, pane, vino, torte e altre carni. Il famiglio del conte portò il carico di cibo a Torello, e si stupì molto che l'eremita lo accettasse (probabilmente per non offendere il conte),. facendogli notare che era troppo perché lo potesse mangiare da solo, ma egli lo rassicurò dicendo che aspettava un ospite. Incuriosito, il famiglio si nascose nelle vicinanze e poco dopo vide giungere il lupo di Torello, che da solo divorò il lauto pasto.

Un altro miracolo, molto simile al principale, riguarda un diverso lupo: una donna, Dorazia d'Arezzo, si stava recando col figlio di nove anni a Bibbiena, ma lungo la strada fu aggredita dalla bestia, che tentò di uccidere suo figlio. Torello tuttavia giunse in tempo per scacciare il lupo e curare miracolosamente il bambino dalle ferite riportate con la propria saliva.. Come nota Andrea Czortek, la massiccia presenza della figura del lupo nella tradizione legata a Torello è mutuata dall'onnipresente timore che la società medievale provava verso tale animale, spesso aggressivo in risposta all'invasione e alla distruzione dei boschi che le città in espansione, i contadini, i pastori e gli eremiti stessi mettevano in atto. nel Casentino sotto l'egida dei potenti Conti Guidi.. Del resto, la totale armonia con la natura e la dominazione delle belve feroci sono tópoi ricorrenti nelle agiografie dei santi e degli eremiti medievali (come, ad esempio, proprio san Francesco)..

Altri miracoli Oltre al miracolo del lupo, secondo le sue agiografie Torello compì anche altri prodigi, nonostante inizialmente avesse espresso riluttanza nell'operare tali atti. Un altro miracolo molto noto fu la guarigione di due pellegrini di Bologna, ammalatisi mentre visitavano il santuario della Verna; la loro madre avrebbe voluto ricompensare l'eremita con una somma di denaro, ma Torello rifiutò.