Il dialetto arianese è una varietà periferica del vernacolo irpino, afferente al gruppo campano dei dialetti italiani meridionali. Tipico della città di Ariano (ufficialmente Ariano di Puglia fino al 1930, poi Ariano Irpino), come tutti gli idiomi romanzi discende direttamente dal latino volgare, lingua di ceppo indoeuropeo diffusa nell'antica Roma in epoca classica.

Contesto geografico

Le caratteristiche del dialetto arianese appaiono piuttosto atipiche rispetto ai consueti canoni vernacolari irpini in virtù della posizione geografica della cittadina, situata lungo il margine settentrionale dell'Irpinia all'altezza del principale valico dell'Appennino campano (la cosiddetta sella di Ariano)Nel 1874 il geologo William Paget Jervis scriveva infatti: "Il Paese di Ariano di Puglia siede in cima all'; il suo territorio estendesi sui due fianchi della catena.", dunque nell'estremo entroterra della Campania e immediatamente a ridosso del versante dauno-pugliese. Di conseguenza, se da un lato la parlata arianese ha potuto resistere relativamente meglio alla contaminazione basso-campana in generale e napoletana in particolare (Napoli divenne capitale del Regno fin dal XIII secolo), dall'altro lato è rimasta esposta in qualche misura alle influenze dialettali pugliesi (e più precisamente daune), piuttosto evidenti soprattutto a livello fonetico. Per motivi analoghi si osserva anche un certo influsso dei dialetti irpini, e dell'arianese in particolare, sui vernacoli parlati lungo il versante pugliese dei monti della Daunia (i cosiddetti dialetti dauno-irpini) e finanche, sia pur solo superficialmente, sulle isole linguistiche ivi presenti. Si rimarca inoltre la presenza di un certo contatto con l'area dialettale beneventana, attribuibile principalmente alla vicinanza geografica oltre che alle vicende storiche alto-medievaliA suggestioni provenienti dal territorio beneventano è attribuibile, ad esempio, la diffusione del mito della janara, una sorta di strega malvagia che, a differenza del mazzamauriello (un folletto benevolo), incuteva terrore tra le popolazioni.. Fin dalla prima metà dell'Ottocento l'arianese è comunque considerato come uno dei principali dialetti dell'intero gruppo campano.

Contesto storico Cospicuo fu il rilievo storico della contea di Ariano che, in epoca medievale, si estendeva su ambo i lati degli Appennini, tanto che sotto il dominio normanno assurse a grancontea (nell'ambito del vasto ducato di Puglia e Calabria) e si espanse fino alle porte di Benevento da un lato e fino alle soglie del Tavoliere dall'altro; per di più Ariano stessa dal 1498 fu elevata a sede ducale, e dal 1585 a città règia, l'unica in tutto il Principato Ultra (all'interno del quale costituiva il centro di gran lunga più popoloso). Fondamentale fu inoltre il ruolo svolto dalle grandi direttrici di traffico, quali la medievale via Francigena e la moderna strada regia delle Puglie oltre agli antichi percorsi della transumanza: il tratturo Pescasseroli-Candela (cui è imputabile anche un modesto influsso lessicale abruzzese) e il tratturello Camporeale-Foggia.

Nell'ambito del regno di Napoli la cittadina era soprannominata "la chiave delle Puglie" in quanto essenziale nei collegamenti tra l'allora capitale e le vicine province pugliesi, con le quali vi erano intensi contatti e interscambi: perdipiù nel XV secolo si verificò un massiccio afflusso di rifugiati provenienti da Trani, i quali si insediarono nel borgo extramurale che da essi prese il nome (Tranìsi, ossia "Tranesi"); tale quartiere rupestre avrebbe poi ospitato le numerose fornaci della maiolica arianese, ed è proprio su alcune piastrelle in ceramica smaltata di produzione locale (datate 1772 e raffiguranti scene di caccia grossa) che si riscontrano le prime attestazioni scritte del dialetto arianese, consistenti in una complessa serie di locuzioni gergali velatamente licenziose o allusive e come tali non sempre agevolmente interpretabili Le piastrelle sono custodite nel museo archeologico Sigismondo Castromediano di Lecce.. Tuttavia inflessioni dialettali, peraltro già significativamente compenetrate da elementi di provenienza pugliese, emergono fin da epoche ben più antiche e perfino in documenti di epoca alto-medievale redatti nel locale latino volgare.Si osservi ad esempio il seguente atto (sottoscritto in Ariano nel 1062) "Declaro me abere undecim trophe de olibe in loco Balle", laddove la parola trophe (="giovani piante") è un antico vocabolo di origine greca ormai scomparso, ma assai comune negli scritti medievali seppur in ambito prettamente pugliese.

Si consideri inoltre che la diocesi di Ariano, dal momento della sua istituzione e fino al grande scisma, seguiva il rito bizantino analogamente alle diocesi pugliesi, nonostante dipendesse da un arcivescovato longobardo quale quello beneventano. Ed è altresì significativo che fino al 1930 la città fosse nota con la denominazione di Ariano di Puglia, resa ufficiale a decorrere dal 1868 ma già in uso da molti secoli presso gli scrittori (anche nella formulazione latino medievale Arianum in Apulia), benché il vernacolo locale abbia sempre privilegiato la semplice forma originaria Ariano, attestata fin dal lontano 782Leone Marsicano Ostiense, Chronica monasterii casinensis e di probabile origine personale o prediale.

Fonologia Fra i tratti salienti della parlata locale vi è la pronuncia delle vocali toniche che, per effetto di un isocronismo sillabico di matrice adriaticaFenomeno interpretabile anche come possibile esito di primitivi frangimenti vocalici., si presentano generalmente chiuse in sillaba libera nelle parole piane, a differenza che nel resto dell'Irpinia ove prevale piuttosto il timbro aperto. Pertanto in Ariano si dirà: "la mugliéra téne nóve sóre" (="sua moglie ha nove sorelle"), laddove nell'irpino standard si ha invece "(l)a muglièra tène nòve sòre". Viceversa nelle parole sdrucciole la pronuncia locale delle vocali toniche sovente si riapre, come ben si evidenzia nel caso dei sostantivi abbinati a possessivi enclitici: "muglièrima" (="mia moglie"), "sòreta" (="tua sorella").Un fenomeno più o meno analogo si osserva anche a Vallata, un altro centro irpino non immune da influssi pugliesi.Vedi anche G. Grhober, infra, pp. 195-207.

Peculiare è anche il modo di pronunciare la vocale tonica che in ArianoTale fenomeno si riscontra anche a Lacedonia, altro comune irpino situato ai confini con la Puglia. tende verso la mentre altrove in Irpinia volge piuttosto verso la , specialmente in sillaba libera o finale; così ad esempio la parola "fare" si pronuncia in arianese, nell'irpino standard. Nel complesso, si ritiene dunque che il dialetto arianese risenta di influssi fonetici pugliesi.

Nei tempi composti si osserva inoltre l'alternanza vocalica nelle diverse persone del verbo ausiliare: ritto (="hai detto") è dditto (="ha detto"); in realtà, mentre il primo costrutto deriva verosimilmente dal banale troncamento di un primitivo * ritto (lo si deduce dal mancato raddoppiamento fonosintattico –con conseguente rotacismo– della sillaba successiva), il secondo si sarebbe invece originato da un antico dditto, con successivo passaggio ; la matrice di tale ultima mutazione non è però pugliese, bensì basso-campana (Salerno, Pagani, Amalfi), a conferma del carattere squisitamente ibrido del dialetto arianese, tanto che in altri casi l'alternanza delle vocali toniche nella coniugazione dei verbi ausiliari diviene addirittura libera e intercambiabile: così ad esempio si potrà dire "àggiu capito" oppure "èggiu capito" (="ho capito"), senza che tra le due espressioni vi sia alcuna differenza di significato.

A livello puramente ortografico, oltre alla pressoché sistematica omissione della etimologica nelle forme coniugate del verbo ausiliare "avere", si rimarca il frequente uso della lettera (e talvolta anche della ) per indicare una semiconsonante in posizione iniziale o intervocalica, mentre i grafemi e (o altri consimili) vengono sovente adoperati per segnalare rispettivamente l'eventuale palatalizzazione della (in posizione preconsonantica) e l'alquanto infrequente sonorizzazione della Così come in diversi altri dialetti centro-meridionali e siciliani, la palatalizzazione della deriva da antichi nessi -squ- / -scl- / -spl- / -stl- (con contestuale caduta dei fonemi ), oppure da prestiti dal napoletano. La sonorizzazione della si riscontra invece soltanto in prestiti dal provenzale, dal francese o dall'italiano.. Si noti ad esempio la differenza di pronuncia tra scasà (="traslocare") e šcascià (="sfasciare"), ove il monogramma ha in effetti lo stesso suono del successivo trigramma ; oppure tra spitazzà (="spezzare") e smiẓẓà (="dimezzare"), in questo caso analogamente all'italiano. Sono inoltre costantemente trascritti i raddoppiamenti consonantici, anche a inizio parola (ad esempio ssuppilà, ="stappare").

Nel complesso sono comunque abbastanza evidenti (benché non eccessivamente profonde) le divergenze tra il dialetto arianese e i vari vernacoli diffusi nei piccoli paesi limitrofi, ove non di rado si tende a conservare le tipiche cadenze irpine in modo ancora più genuino, sebbene anche questi appaiano più o meno dissimili gli uni dagli altri, talvolta alterati da una componente gergale di solito poco appariscente ma in qualche caso assai ben marcata (un esempio è dato dal gergo ciaschino, parlato un tempo nella vicina Baronia).

Radicalmente diversi, nonostante i continui interscambi, sono invece gli idiomi in uso presso le comunità appartenenti alle minoranze linguistiche territoriali, quali gli albanesi di Greci (un tempo presenti anche in ArianoTale informazione è confermata nel 1788 dall'abate Francesco Antonio Vitale, infra, pp. 27-28.Intorno al 1500 i feudatari di Ariano solevano tenere al proprio servizio vignaioli albanesi e schiavoni. All'uopo vedi anche T. Vitale, infra, p. 112.), i francoprovenzali della Valmaggiore (anch'essi infiltratisi fin nella città di Ariano, ove permangono cospicue tracce della loro presenzaLa presenza francoprovenzale doveva concentrarsi nel rione Sambuco (in dialetto Saùco), e in particolare nelle grotte che ne fanno parte, poiché in quel quartiere il vernacolo presentava una marcata cadenza galloromanza (in termini sia fonetici che lessicali) almeno fino alla prima metà dell'Ottocento.Secondo una locale leggenda popolaresca, lo stesso dialetto arianese deriverebbe da un ipotetico idioma provenzale (="francoprovenzale") penetrato nel territorio al seguito dei Normanni.) nonché gli antichi schiavoni (pure attestati ad Ariano e dintorni); questi ultimi, a differenza degli affini croati del Molise, hanno perso la loro individualità linguistica dopo aver però influito in modo determinante sulla storia e sulla cultura di Ginestra degli Schiavoni, Sant'Arcangelo Trimonte (in passato nota come Montemale o Montemalo) e Villanova del Battista (l'antica Polcarino degli Schiavoni), tre comunità legate fin dagli albori alla diocesi di Ariano (benché dal 1997 la parrocchia di Sant'Arcangelo Trimonte sia stata ceduta all'arcidiocesi di Benevento in cambio di Savignano Irpino e della già citata Greci).