In sociologia, antropologia ed etnologia il patriarcato è un sistema sociale in cui gli uomini anziani del gruppo detengono in via esclusiva il potere nella società, sia nella sfera pubblica, in termini legati alla leadership politica, autorità morale, privilegio sociale e controllo della proprietà privata, sia nella sfera familiare, dove il padre o la figura paterna esercita la propria autorità sulla donna e i figli. Tale modello sociale ha inoltre carattere patrilineare, il che significa che i beni familiari e il titolo vengono ereditati dalla prole maschile.
Storicamente, il patriarcato si è manifestato nell'organizzazione sociale, legislativa, politica, religiosa ed economica di una serie di culture tra loro differenti. Il patriarcato viene talvolta contrapposto alla nozione di matriarcato.
Per estensione, la parola patriarcato in italiano indica anche:
Etimologia Il termine patriarcato è derivato da patriarca e viene dal greco πατριάρχης (patriarkhēs), "capo di una stirpe",πατριάρχης, Henry George Liddell, Robert Scott, A Greek-English Lexicon, on Perseuspatriarchy , on Oxford Dictionaries che è composto da πατριά (patria), "stirpe, discendenza"πατριά, Henry George Liddell, Robert Scott, A Greek-English Lexicon, on Perseus (da πατήρ patēr, "padre") e ἄρχω (arkhō), "comando".ἄρχω, Henry George Liddell, Robert Scott, A Greek-English Lexicon, on Perseus.patriarca" traduce l'ebraicoאב Ab o aramaico: אבא, Abba"
Viene interpretato come "la legge del padre"
Accezioni del termine
Nell'ebraismo, Abramo, Isacco e Giacobbe vengono detti patriarchi ovvero capostipiti degli Israeliti ( "i tre padri" dell'Ebraismo). Il periodo in cui vissero è noto come età patriarcale."Storia degli ebrei" , su mamash.it Quest'accezione viene ripresa dalla parola patriarcato nella religione cristiana: il titolo di "patriarca" inizialmente poteva essere dato a qualsiasi vescovo cristiano; in seguito fu riservato a quelli che reggevano cinque circoscrizioni, che da allora presero il nome di patriarcati. La parola viene ripresa nelle discipline demo-etno-antropologiche, in cui il "patriarcato" è un termine tecnico, che indica il dominio autocratico da parte del capo di una famiglia e di un capo maschio sulla comunità Per estensione, la parola è usata nel linguaggio generale per indicare un insieme di pregiudizi che portano alla prevaricazione sul genere femminile. Quest'uso si riscontra anche nell'attivismo politico di stampo femminista, secondo cui la società è tuttora un sistema in cui il potere è prevalentemente detenuto da uomini adulti.
Origini e sviluppo storico Secondo Robert M. Strozier, il dominio maschile sulle donne è stato attestato fin dai più antichi documenti scritti, in Mesopotamia dal 3100 a.C.: questi documenti sanciscono le restrizioni sulla capacità riproduttiva delle donne e la loro esclusione dal "processo di rappresentanza o dalla costruzione della storia".
Gli archeologi e gli antropologi, tuttavia, sono concordi sull'idea che il patriarcato sia un fenomeno relativamente recente, non più vecchio di 4000 anni fa e coincidente con l'espansione della cultura kurgan.
La "nascita" del padre
Riguardo all'epoca preistorica, tra i primi ricercatori in materia si colloca lo svizzero Johann Jakob Bachofen,E. Cantarella, Johann Jakob Bachofen. Il potere femminile. Storia e teoria, Milano, 1977.Il viaggiatore solitario e il flâneur: saggio su Bachofen, a cura di Elisabetta Villari, Genova 1998 autore del saggio Il matriarcato, e poi l'americano Lewis H. Morgan, entrambi vissuti nell'Ottocento.
Costoro pervennero alla conclusione che il patriarcato fosse un'evoluzione sociale più recente rispetto alle civiltà matriacali, le quali avrebbero invece connotato in maniera diffusa le società preistoriche, dall'Atlantico agli Urali fino a tutto il bacino del Mediterraneo, prima delle ondate migratorie dei popoli indoeuropei, portatori di valori guerrieri e maschilisti, avvenute tra il 4000 e il 1000 a.C.
Secondo Bachofen, quella matriarcale era un'epoca felice di stabilità e sicurezza, definita «poesia della storia», perché dominata dal sentimento della compassione e dell'amore incondizionato, che tuttavia mancava di progresso e di individualità. Il passaggio al patriarcato sarebbe stato quindi un trauma violento ma necessario, una vera e propria rottura culturale e psicologica, che distrusse l'uguaglianza indifferenziata del grembo materno, introducendo la responsabilità individuale, la proprietà, la meritocrazia e lo sviluppo dell'azione politica e scientifica.
A queste teorie si sono ispirati in parte Friedrich Engels e Karl Marx, secondo cui il patriarcato è nato a causa di una primitiva divisione del lavoro in cui gli uomini si occupavano dell'approvvigionamento di cibo (lavoro produttivo) mentre le donne si prendevano cura della casa e dei figli (lavoro riproduttivo). Poiché il lavoro produttivo è monetizzato, esso viene stimato di più rispetto al lavoro riproduttivo, che invece non è mai stato monetizzato: in altre parole, l'uomo gode di maggiore considerazione sociale in quanto è "la persona che porta da mangiare in famiglia". La percezione e il potere degli uomini sarebbero dunque cambiati di conseguenza all'uso del denaro, e la differenza sarebbe diventata tanto più forte con l'avvento del capitalismo.
In alcuni casi, nella seconda metà del XX secolo l'etichetta di matriarcato è stata abbandonata da certi archeologi e antropologi, i quali pensano che esso non vada inteso come struttura in cui le donne fossero ai vertici della società e gli uomini sottomessi (in una sorta di ginecocrazia); bensì che si trattasse di un ordine sociale improntato ad armonia, pace, e valori femminili, dove cioè vi fosse concordia o bilanciamento tra i ruoli sessuali. Tale modello viene di preferenza indicato da Gimbutas col termine gilania, oppure come improntato a matrilocalità e matrilinearità.Pur non gradendo il termine matriarcato, Gimbutas si è comunque adattata ad adoperarlo, dando luogo a varie interpretazioni sull'effettivo significato che lei gli attribuiva,
Secondo i ricercatori, a ogni modo, le strutture sociali patriarcali si sarebbero sviluppate molti anni dopo l'inizio dell'Olocene, cioè con l'inizio dell'età del bronzo, dopo che per millenni gli esseri umani erano vissuti di raccolta e caccia, e anche dopo l'introduzione dell'agricoltura nel neolitico, solo in seguito agli avanzamenti tecnologici e dell'addomesticazione di animali.
Quest'evoluzione tecnologica ha avuto inevitabilmente anche un impatto culturale. Per tutto l'Evo Paleolitico, infatti, le rappresentazioni del corpo umano sono quasi solo di corpi femminili (le cosiddette "Veneri paleolitiche"). È solo a partire dal Neolitico che si trovano anche rappresentazioni del corpo maschile e del rapporto sessuale.
Per spiegare questo, gli studiosi hanno ipotizzato che, quando gli umani hanno capito che potevano intervenire nella produzione di piante con la semina, si sono resi conto che esisteva un collegamento causale anche fra il rapporto sessuale e la gravidanza della donna, cioè che l'uomo aveva un ruolo nella procreazione.
È con questo passaggio, tecnologico e culturale, che nasce la figura del padre e la nozione di paternità.
Infatti, benché sia difficile da concepire oggi, la figura del padre non è esistita sempre né dappertutto. Per esempio nelle società avunculate, la figura maschile che educa il bambino è lo zio materno, cioè il fratello della madre. Questo è il caso dei Naxi in Cina: fino agli anni 1990 in questa comunità cinese i bambini venivano allevati dallo zio materno, senza conoscere il loro padre biologico, a cui non veniva attribuita importanza Ciò deriva da una delle loro credenze, secondo cui sarebbe la dea Abaogdu a mettere i semi nel grembo delle donne mentre l'uomo non avrebbe alcun ruolo nella procreazione, tranne essere come la "pioggia sull'erba", cioè aiutare a far crescere un seme già presentel'istituto dell'avunculato sopravvive anche in società patriarcali, come l'antica Grecia, Ada Privitera, Due glosse polisemiche in Polluce: riflessioni sulla coppia ppxpcoc; - vevvoq, COMMENTARIA CLASSICA, Studi di filologia greca e latina, IV, 2017.
L'istituto del matrimonio, inteso come unione di una moglie e un marito, nasce dunque come conseguenza della comprensione del ruolo maschile nella procreazione. In effetti, gli antropologi collegano il patriarcato alla richiesta dell'uomo di avere il controllo sulla propria discendenza. In altre parole, così come chi coltiva un terreno desidera trattarlo come una sua proprietà, chi ha un rapporto sessuale con una donna cerca di mantenere l'"esclusiva" in modo da essere certo che i figli siano suoi. Il matrimonio insomma si configura come la proprietà di una moglieEhrenberg, 1989 ; Harris, M. (1993) The Evolution of Human Gender Hierarchies; Leibowitz, 1983; Lerner, 1986; Sanday, 1981.
Non sembra un caso che la prima attestazione scritta di una cerimonia di nozze risalga al 2350 a.C. in Mesopotamia, dove si è inizialmente sviluppata l'agricoltura e che una delle cerimonie nuziali più antiche, la coemptio latina, sia una forma di compravendita di una sposa. Anche il costume del "prezzo della sposa", più antico di quello della dote, corrisponde a una transazione economica.Il linguista francese André Martinet riassume la questione in questi termini: André Martinet, 1987, L'indoeuropeo. Lingue, popoli e culture, Bari, Laterza, pag. 9 e pag. 243Gli etnologi del XIX secolo usavano il termine promiscuità per indicare una condizione sociale antica o primitiva che poteva essere caratterizzata dalla presenza di rapporti tra individui dei due sessi senza regole né convenzioni. In realtà, la ricerca del XX secolo non ha trovato molti riscontri su questo punto e ha iniziato usare il termine per indicare l'etairismo, cioè il matrimonio comune di gruppo in forma poliandrica: questo è il caso dei popoli Olo-ot del Borneo.
Europa
Il Neolitico Secondo la studiosa lituana Marija Gimbutas, durante il Neolitico il patriarcato è stato introdotto in Europa in tre ondate successive, dei popoli indoeuropei provenienti dal Caucaso.
Marija Gimbutas ha vagliato le testimonianze delle culture materiali dell'Est europeo, identificando gli indoeuropei con una cultura guerriera dell'età del rame (epoca: circa 4000 a.C. - 2000 a.C.): la cultura kurgan, così denominata a partire dalle grandi sepolture a tumulo (i kurgan appunto) che la caratterizzano, tombe nelle quali venivano seppelliti i principi locali insieme alle loro mogli e concubine, agli schiavi e a tutto il séguitoMarija Gimbutas, «Proto-Indo-European culture: the Kurgan culture during the fifth to the third millennia B.C.», in Indo-European and Indo-Europeans. Papers Presented at the Third Indo-European Conference at the University of Pennsylvania, a cura di George Cardona, Henry M. Hoenigswald ed Alfred Senn, Philadelphia, University of Pennsylvania Press, 1970, pagg. 155–198.Marija Gimbutas, Kurgan. Le origini della cultura europea, Milano, Medusa, 2010..
L'ipotesi che i Protoindoeuropei venissero dal Caucaso è basata su ricostruzioni linguistiche e archeologiche, ed è stata definitivamente provata dalla paleogeneticaDavid Reich Chi siamo e come siamo arrivati fin qui. 2019 Raffaello Cortina Editore.
André Martinet riprendendo gli studi di Gimbutas descrive la società protoindoeuropea come patriarcale e altamente gerarchizzata. Le tombe in particolare mostrano l'usanza di sacrificare le mogli dell'uomo, uso che non ha corrispettivo nell'Europa pre-indoeuropea:
Secondo Gimbutas, le culture pre-indoeuropee del Neolitico non sembrano avere attraversato i forti conflitti che caratterizzavano invece i popoli protoindoeuropeiMarija Gimbutas, 1991, The Civilization of the Goddess. San Francisco: Harper SanFrancisco, 331.: “L’assenza di armi da guerra e di colline fortificate per più di due millenni, dal 6500 fino al 4500 P.E.C., permette di dedurre l’assenza di aggressioni territoriali" (Marija Gimbutas)