La tregua è un romanzo di Primo Levi, seguito di Se questo è un uomo, che descrive le esperienze dell'autore dall'abbandono di Auschwitz (Monowitz) da parte dei tedeschi con l'arrivo dell'Armata Rossa sovietica. Racconta il lungo viaggio del deportato ebreo per ritornare in Italia, nella città natale di Torino, con mesi di spostamenti nell'Europa centro-orientale. La sua testimonianza rappresenta quella dei milioni di sfollati al termine della Seconda Guerra Mondiale, in grandissima parte ex detenuti del Reich tedesco, sia lavoratori coatti sia sopravvissuti ai campi di concentramento.

Il libro vinse il Premio Campiello nel 1963. Lo stesso anno aveva raggiunto la finale del Premio Strega, che venne assegnato a Natalia Ginzburg.

La stesura del romanzo Scritto in gran parte tra il 1961 e il 1962, alcuni capitoli erano stati scritti già nel 1947–1948. La base della stesura di questo nuovo racconto, intrapresa nei primi mesi del 1961, è costituita da una traccia stesa all'inizio del 1946:

I vari capitoli hanno date di stesura differenti, ed è importante contestualizzarli nei relativi periodi di produzione artistica dell'autore: Il disgelo, 1947-1948 Il Campo Grande, 1947-1948 Il greco, 1961 Katowice, dicembre 1961 Cesare, febbraio 1962 Victory Day, marzo 1962 I sognatori, marzo 1962 Verso sud, maggio 1962 Verso nord, giugno 1962 Il bosco e la via, luglio 1962 Vacanza, agosto 1962 Teatro, agosto 1962

La tregua è composto da 17 capitoli di media lunghezza, tutti più o meno simili in dimensioni, ed è introdotto da una poesia che ha molta importanza nel contesto dell'opera. Innanzi tutto essa è stata scritta l'11 gennaio 1946 cioè il giorno dopo Shemà, che fa da introduzione a Se questo è un uomo.

La continuità delle opere Vi è quindi un elemento di simmetria e di raccordo con il precedente libro, rappresentato dalla poesia.

La poesia sintetizza anche lo spirito del libro che, pur presentando aspetti nuovi, si ricollega al messaggio finale di Se questo è un uomo. Infine, viene ripresa nella pagina finale del libro che si chiude come un cerchio per indicare la saldatura tra le due opere di Levi.

Levi stesso chiarisce il significato della pagina finale di La tregua. Nell'edizione scolastica del 1965 Levi così spiega e chiarisce il senso finale del libro e della ultima pagina:

Il critico Marco Belpoliti spiega la poesia come la saldatura tra Se questo è un uomo e La tregua:

La poesia

La poesia fu scritta l'11 gennaio 1946: Levi era da poco ritornato, con un lungo e tortuoso viaggio durato dal gennaio all'ottobre 1945.

E fu scritta il giorno dopo Voi che vivete sicuri, la poesia che fa da introduzione a Se questo è un uomo.

Dopo molti anni Levi sceglie questa poesia per introdurre il secondo racconto, con l'intenzione di unire i due racconti facendone un solo libro. Levi aveva già scritto del comando dell'alba in due capitoli della precedente opera; ora lo stesso tema ha la funzione di aprire e chiudere il secondo libro, La tregua, che completa i ricordi della terribile esperienza del lager e del viaggio di ritorno in patria.

Il tema della poesia è la paura che il lager aveva trasmesso ai prigionieri ebrei: paura della morte, paura della fame, paura del freddo, paura dei nazisti. Questa paura veniva trasmessa nel corpo e nei sogni dei prigionieri. Tutti i prigionieri facevano gli stessi sogni come è descritto da Levi nel quarto capitolo di Se questo è un uomo.I prigionieri sognano di mangiare, poiché essi non mangiano quasi niente, sognano di tornare a casa, sognano di raccontare agli altri la loro terrificante e atroce esperienza nel lager. Era un modo di esorcizzare la paura.

Nel IV capitolo Levi parla della campanella del campo che annuncia il comando dell'alba “Wstawać” (Alzarsi). Questa parola – ordine spezzava il cuore dei prigionieri, perché interrompeva il riposo, il ristoro del sonno e dava inizio alla lunga e interminabile giornata fatta di fame, freddo, lavoro, gelo.

Mentre la prima strofa ricostruisce e rievoca la vita del lager, nella seconda strofa Levi descrive la ritrovata pace della casa, afferma che il ventre è sazio e che ha finito di raccontare agli altri la sua terribile storia. È tempo di riprendere il lavoro della vita civile, ma sa che ben presto ritornerà la paura del ricordare ancora il comando dell'Alba “Wstawać” che all'alba toglieva la gioia del sonno. Solo quando passerà la paura del comando dell'alba solo allora il cuore di Levi non si spezzerà più. Nella ultima pagina del libro, Levi accenna anche ad un'altra abitudine che lo abbandonerà molto tempo dopo:

Il messaggio della poesia è la denuncia delle paure subite nel lager, paure che non possono essere dimenticate, paure che vivranno per sempre in chi le ha vissute. Per chi ha subito le torture, le aberrazioni, le privazioni dei lager, non c'è modo di dimenticare, neppure al caldo, tra gli affetti, con il ventre sazio. Chi ha visto e subito l'orrore, chi ha conosciuto il lato oscuro, disumano, impietoso dell'animo umano, sa che non c'è tregua che tenga, che guerra è sempre, che finito il racconto si ricomincerà a sentire il grido nemico. L'unico modo per prolungare la tregua è continuare a ricordare

Il linguaggio della poesia è alto, sostenuto, lucido, costruito su una sintassi paratattica semplice e chiara. La poesia ha alcune figure retoriche: l'anafora, l'allitterazione. La lexis della poesia è tipicamente di Levi, personale e razionale.

Trama Il disgelo Il primo capitolo racconta e descrive il 27 gennaio 1945, quando Levi e il suo amico Charles, mentre stanno trasportando alla fossa comune il corpo del compagno di stanza Somogyi, scorgono da lontano la prima pattuglia di soldati russi. Subito dopo rientrano nel campo e riferiscono il fatto agli altri prigionieri. La stessa notte un prigioniero politico tedesco si siede accanto alla sua cuccetta a cantare L'Internazionale. Tre giorni dopo un giovane prigioniero russo, Yankel, trasporta Levi sopra un carretto nel lager centrale di Auschwitz.

Il Campo Grande Nel secondo capitolo Levi parla del suo ricovero in un ospedale nel Campo Grande di Auschwitz. Qui Levi sente le voci di altri prigionieri, e racconta la storia del piccolo Hurbinek, un bambino nato nel campo, paralitico e muto, morto nel marzo 1945. Levi poi accenna ad altre storie di prigionieri: Henek, Kiepura, Noah, due ragazze polacche, Hanca e Jadzia, e di Frau Vita.

In ultimo termina con la descrizione di Olga, la quale gli racconta la fine di un'altra prigioniera italiana, Vanda, gassata nell'ottobre precedente.

Il greco Il terzo capitolo, ambientato dopo la liberazione, è incentrato sull'incontro di Levi con un altro ex-prigioniero del lager, Mordo Nahum, un greco ebreo di Salonicco. Dopo aver fatto un patto di amicizia tutti e due vanno a Cracovia, dove alloggiano in una caserma di soldati italiani. L'indomani il greco sveglia Levi, con cui va al mercato a vendere una camicia. Nel pomeriggio vanno a mangiare in una mensa di poveri. Qui il greco racconta a Levi le sue idee sulla vita e sulla morte, sul lavoro e sugli uomini e sulla guerra.

Dopo qualche giorno di viaggio finalmente entrambi giungono al campo di raccolta di ex–prigionieri a Katowice. Qui i due amici si lasciano, ma Levi incontrerà altre due volte Mordo Nahum.

Katowice

Nel quarto capitolo Levi descrive la sua attività di infermiere nel campo di sosta, gestito e diretto da un commando russo. In questo campo conosce altri amici: il medico Leonardo, l'infermiera Galina, il presunto responsabile degli italiani, il ragioniere Rovi, il Ferrari, piccolo ladro milanese, ed infine conosce Cesare che sarà protagonista del capitolo successivo

Cesare Nel quinto capitolo Levi parla di Cesare, un commerciante di Roma con cui andava a vendere degli oggetti al mercato di Katowice e che diventerà suo compagno di viaggio. Cesare impara qualche parola polacca per riuscire a vendere una camicia bucata e una penna rotta. Nella realtà sembra che il personaggio chiamato "Cesare" sia Lello Perugia.

Victory Day Nel sesto capitolo Levi racconta l'euforia generale che segna la fine della guerra e lo spettacolo teatrale che i sovietici allestirono per festeggiare la vittoria dell'armata rossa sui nazisti. L'8 maggio i sovietici si esibirono in un teatro. Vi recitano quasi tutti i capi del campo: Galina, il dottore, Maria Prima. Tutti cantano e ballano accompagnati da musiche tradizionali del folclore russo. Dopo una partita di calcio, Levi si ammala di pleurite.

I sognatori Nel settimo capitolo Levi descrive la fortunata guarigione dalla malattia grazie al suo amico dottore Leonardo e grazie all'opera di guarigione del dottore Gottlieb. Seguono le storie di alcuni compagni di camera: il moro di Verona, il Trovati, il ladruncolo torinese Cravero, il signor Unverdorben, un musicista, e il siciliano D'Agata. Questi compagni di camera hanno in comune la tendenza a raccontare fatti della loro vita trasfigurati dalla loro fantasia, storie in gran parte inventate di sana pianta tanto da essere inverosimili.

Verso sud Nell'ottavo capitolo si parla del viaggio verso Odessa, punto di imbarco per l'Italia. Levi e Cesare vanno a Katowice per comprare del cibo e festeggiare l'inizio del viaggio di ritorno. A Katowice incontrano una bottegaia che racconta di aver scritto una lettera a Hitler in cui lo pregava di non entrare in guerra, per evitare la morte di molte persone e perché la Germania non avrebbe potuto vincere. Il viaggio in treno viene bloccato dalla interruzione della ferrovia, fermandosi per tre giorni a Zmerinka.

Verso nord Nel nono capitolo il viaggio riprende verso Nord. Dopo due giorni di viaggio Levi e Cesare arrivano in un paese. Poi proseguono verso un campo di smistamento nei pressi di Sluzk in Bielorussia - la città sovietica con la più ricca ed influente comunità ebraica prima del comunismo - e Levi in aperta campagna ritrova ancora una volta il suo amico greco, Mordo Nahum, quasi irriconoscibile in un’uniforme sovietica.

Una curizetta Nel decimo capitolo Levi racconta il viaggio a piedi verso il campo di Staryje Doroghi che si trova nell'odierna Bielorussia. Il protagonista e i suoi compagni di viaggio si fermano presso un piccolo villaggio disperso nei boschi, dove Cesare vuole a tutti i costi comperare una gallina. Ma farsi capire è difficile: persino l'imitazione di un pollo facendo pure "coccodè" ("come è noto, questa interpretazione del verso gallinesco è altamente convenzionale; circola esclusivamente in Italia, e non ha corso altrove"; p. 160) fallisce ed anzi poco ci manca che essi vengano presi per matti. Finalmente una vecchia del villaggio ha l'illuminazione e "con voce squillante pronunziò: Kura! Kúritza!" (gallina, gallinella, in russo), cosicché gli italiani riescono a barattare una gallinella con i sei piatti (Tarelki) che usavano per mangiare e dei quali, per un po', dovranno fare a meno.

Vecchie strade Nell'undicesimo capitolo, il giorno dopo, con la cifra di otto rubli, Levi e i suoi compagni riescono ad ottenere un passaggio su un carro agricolo che li porterà a Staryje Doroghi. Durante il tragitto incontrano il vecchio e lunatico Moro, che stava percorrendo a piedi il loro stesso tragitto. Viene invitato a salire sul carro, ma egli sdegnosamente rifiuta.