Gli Affreschi per le porte di Napoli furono realizzati da Mattia Preti tra il 1657 e 1659 quale ex voto offerto dalla città per la fine della spaventosa pestilenza che colpì la capitale meridionale nel 1656.

Dei sette affreschi realizzati dal Preti su altrettante porte cittadine ci è oggi pervenuto solo quello che sormonta Porta San Gennaro.

La peste a Napoli nel 1656

Nei decenni precedenti Napoli aveva conosciuto un forte incremento della popolazione urbana. L'amministrazione vice-reale spagnola tuttavia, memore della rivolta di Masaniello avvenuta solo pochi anni prima, impedì ogni ulteriore espansione della città, reputando che tale misura facilitasse il controllo e la repressione di eventuali nuovi moti insurrezionali.

L'altissima densità della popolazione unita alle precarie condizioni igieniche tipiche del tempo - a Napoli forse ancor più gravi a causa dell'inefficienza del governo vice-reale - creò le condizioni più favorevoli per la diffusione del morbo che già imperversava in altre zone del Mediterraneo: nel 1647 ampie parti della Spagna (in particolare Valenza e Barcellona con i rispettivi contadi) erano state duramente falcidiate dalla peste; poco dopo il morbo fece la sua comparsa a Marsiglia decimandone la popolazione; dalle coste meridionali francesi il male raggiunse quindi la Sardegna. Si tramanda che proprio da imbarcazioni provenienti da quest'isola l'epidemia venne portata a Napoli. I primi decessi causati dalla peste si registrarono nel rione Lavinaio (attuale quartiere Pendino), adiacente al porto, e nel limitrofo quartiere Mercato.

In assenza di qualsiasi efficace misura di contrasto, ed anzi inizialmente negata dalle autorità, l'epidemia ebbe rapidissima espansione e tra la primavera e l'estate del 1656 causò una vera e propria ecatombe tra la popolazione. In quei pochi mesi dei circa 450.000 abitanti che contava allora Napoli - e che ne facevano una delle città più popolose d'Europa - ne morirono di peste poco meno della metà.

All'acme dell'epidemia i decessi arrivarono ad alcune migliaia al giorno, al punto che la città precipitò nel caos più disperato: le vie e le piazze di Napoli erano ingombre di moribondi e di cadaveri senza nessuno che potesse soccorrere i primi o seppellire i secondi. Solo sul finire dell'estate la peste iniziò a perdere virulenza per poi cessare del tuttoPer la cronistoria della peste napoletana del 1656 si veda Salvatore De Renzi, Napoli nell'anno 1656: ovvero, Documenti della pestilenza che desolò Napoli nell'anno 1656, Napoli, 1867..

Vivida testimonianza ancora oggi osservabile dell'immane tragedia si trova nel cimitero delle Fontanelle ove tuttora si possono vedere i resti di migliaia di scheletri di napoletani morti durante la pestilenza del 1656.

Storia dell'opera

A fronte della sostanziale inutilità delle misure di profilassi pur adottate, le autorità cittadine emanarono alcuni provvedimenti finalizzati alla pubblica invocazione della grazia divina per la fine della calamità. In particolare i Deputati della Salute, in data 12 giugno 1656, deliberarono di porre la città di Napoli sotto la protezione della Vergine Immacolata e dichiararono altresì la solenne devozione dei napoletani per san Francesco Saverio, che in vita durante la sua attività di evangelizzazione condotta in Estremo Oriente aveva dimostrato miracolose capacità taumaturgichePer il testo di questa decisione dei Deputati della Salute si veda, di autore anonimo, Scelta d'alcuni Miracoli Operati dà S. Francesco Saverio Apostolo Del Giapone Della Compagnia di Giesù In Napoli e suo Regno, Gratz, 1660, pp. 68-69. .

A stretto giro, il 16 giugno del 1656, il Consiglio degli Eletti (altro organo amministrativo partenopeo) deliberava che sulle porte cittadinePiù precisamente gli affreschi vennero realizzati su sette porte cittadine: oltre alla già citata Porta San Gennaro le altre porte decorate dal Preti furono: Porta Capuana, Porta Spirito Santo, Porta di Costantinopoli, Porta Nolana, Porta di Chiaia e la Porta del Carmine. Si tratta di alcune delle principali porte della Napoli del tempo, ma non di tutte le porte della città. Una porta molto importante che non fu toccata dalla campagna decorativa è Porta Medina. fosse effigiata un'immagine della Vergine Immacolata con il Bambino in braccio, affiancata da san Gennaro, san Francesco Saverio e santa Rosalia. Nel medesimo atto si dava mandato di procedere alla scelta del pittore cui assegnare questo incarico e si stabiliva altresì di pubblicare stampe raffiguranti lo stesso tema prescelto per le porte al fine di distribuirle al popolo per la devozione di ogni napoletanoPer il testo della deliberazione del Consiglio degli Eletti relativa alla decorazione delle porte di Napoli si veda, di autore anonimo, Ragguaglio della Miracolosa Protezione di Francesco Saverio Apostolo delle Indie verso la Città e il Regno di Napoli nel contagio del MDCLVI, Napoli e Gratz, 1660, pp. 154-155. . Alla realizzazione di queste stampe provvide l'incisore Nicolas Perrey (francese di nascita lungamente attivo a Napoli), licenziandole verosimilmente prima degli affreschi sulle porte e fornendo così un modello iconografico poi tenuto in conto nella stesura delle pitture murali James Clifton, Mattia Preti's frescoes for the city gates of Naples, in The Art Bulletin, Vol. 76, n. 3, 1994, pp. 479-501..

La commissione per gli affreschi fu invece conferita, nel novembre del 1656, a Mattia Preti che già da qualche anno viveva a Napoli e si era imposto come uno dei protagonisti del panorama artistico cittadino.

Particolarmente suggestivo è il racconto fatto da Bernardo De Dominici (peraltro un discendente del pittore di Taverna) circa le modalità di reclutamento del Cavalier Calabrese per questa impresa artistica. Narra lo storico che Mattia Preti era stato imprigionato e condannato a morte per aver ucciso una guardia che cercava di impedirgli di fare ingresso in città, da dove si era in precedenza allontanato, cui l'accesso era stato vietato per motivi sanitariBernardo De Dominici, Vite de' pittori, scultori ed architetti napoletani, Vol. II, Napoli, 1742, pp. 332-336. .

Giunta al Viceré la notizia che il reo fosse un valentissimo pittore, questi gli offrì la grazia se il Preti avesse accettato di realizzare i dipinti sulle porte cittadine gratuitamente. La versione del De Dominici tuttavia è del tutto fantasiosa in quanto risulta da fonti storiche che Mattia Preti fu prescelto per il suo indiscusso valore artistico e lautamente compensato per gli affreschi votivi voluti dalle istituzioni civiche napoletaneIl Preti ricevette infatti un compenso di 1500 scudi più una libra di oltremarino, il costosissimo pigmento ricavato dal lapislazzuli..

Mattia Preti portò a compimento l'opera affidatagli entro i primi mesi del 1659. Gli affreschi ebbero però sorte sfortunata: già nel 1688 un terremoto li danneggiò molto gravemente. Gli agenti atmosferici fecero il resto è già al tempo del De Dominici, come ci dice lo stesso erudito partenopeo, delle pitture sulle porte napoletane restava ben pocoBernardo De Dominici, Ibidem. . Nei secoli a seguire alcune delle sette porte sormontate dai dipinti votivi furono abbattute ed anche in quelle ancora esistenti si procedette all'eliminazione di ogni resto dell'affresco con la tamponatura della nicchia muraria che lo ospitava. Unica eccezione è la Porta San Gennaro dove, per quanto in stato precario, la pittura del Preti è ancora percepibile.

Naturalmente data la distruzione pressoché integrale degli affreschi non è dato sapere con certezza che cosa essi raffigurassero, salvo ovviamente che per il tema dell'Immacolata affiancata dai tre santi protettori, ripetuto su ogni porta, come deliberato dal Consiglio degli Eletti. Tema che occupava la parte alta dell'affresco come si deduce sia da quel che resta su Porta San Gennaro sia dai mirabili bozzetti pretiani di Capodimonte (sui quali più avanti).

In verità il De Dominici ha lasciato una descrizione abbastanza dettagliata di tutti e sette gli affreschi - anche delle parti in basso, dedicate alla rappresentazione delle tragedie della peste napoletana - ma essendo gli stessi già quasi del tutto perduti nel momento in cui egli ne scrive (né indicando quali fossero le sue fonti) sull'attendibilità di queste descrizioni vi sono dei dubbiIn generale l'attendibilità storica di Bernardo De Dominici è ritenuta piuttosto labile, come del resto comprova anche il già riferito aneddoto, privo di ogni fondamento, circa la condanna a morte di Mattia Preti. Oltre a questa constatazione sembra destare perplessità circa la credibilità delle descrizioni del De Dominici la circostanza che egli afferma essere presenti negli affreschi perduti anche santi diversi dai tre indicati nella decisione degli Eletti, elemento smentito dalle testimonianze pittoriche della decorazione delle porte che si sono conservate. Inoltre, a proposito di uno degli affreschi andati persi De Dominici dice che vi era raffigurato anche san Gaetano Thiene, il che appare piuttosto improbabile posto che proprio il mancato inserimento di questo santo nella decorazione votiva delle porte - come si dirà più avanti nel testo - causò le decise rimostranze dei teatini..

Sempre secondo il De Dominici, ma anche questo è un dato che non può essere verificato, lo stesso Mattia Preti raccontava che per raffigurare su Porta Spirito Santo un drammatico episodio dei giorni della peste - cioè, una bambina che tentava di succhiare il latte dal seno vizzo della madre già morta ed accasciata sul sagrato di una chiesa - il pittore si sarebbe rifatto ad un evento cui aveva personalmente assistito.

Iconografia

Tornando al programma figurativo prescritto dal Consiglio degli Eletti per la decorazione delle porte, un primo elemento peculiare è dato dall'indicazione che l'Immacolata avrebbe dovuto essere raffigurata con il Bambino in grembo (come in effetti si riscontra sia nell'incisione di Perrey che nei dipinti di Mattia Preti).

In effetti, mentre il richiamo all'Immacolata è coerente alla funzione votiva degli affreschi - nel senso che la purezza della Vergine dal peccato, immune anche da quello originale, è chiara antitesi ai peccati dell'umanità puniti con la peste - meno immediata è la presenza del Bambino che nella consolidata iconografia dell'Immacolata Concezione - derivata dal Libro dell'Apocalisse - usualmente è assente.

L'insolita rappresentazione del Bambino tra le braccia della Vergine Immacolata è stata spiegata con la particolare devozione che nei momenti più tragici della pestilenza i napoletani rivolsero alla chiesa dell'Immacolata Concezione fondata a fine Cinquecento dalla suora Orsola Benincasa, chiesa che in quei terribili giorni fu meta di continui pellegrinaggi e dove moltissime persone, in specie le donne del popolo, erano costantemente in preghiera.

In questa chiesa si trova una statua lignea della Vergine Immacolata, appartenuta alla stessa suor Orsola, ove la Madonna ha in braccio il Bambino. La prescrizione degli Eletti di raffigurare sulle porte della città l'Immacolata in questo modo inusuale è quindi un omaggio proprio alla statua situata nella chiesa fondata da suor Orsola Benincasa, luogo che aveva assunto un significato così pregnante per il popolo di Napoli durante la sciagura. Fu questa scultura quindi il modello iconografico della Madonna Immacolata posta al centro degli affreschi di Mattia Preti (nonché dell'immagine del Perrey).

Sempre come previsto dalla deliberazione degli Eletti, tre santi affiancano la Vergine nell'intercessione della benevolenza divina per la città afflitta dal morbo: san Gennaro, san Francesco Saverio e santa Rosalia.