Il dialetto reggiano (nome nativo dialèt arşân) è una varietà dialettale della lingua emiliana parlata, nelle sue declinazioni locali, nella provincia di Reggio Emilia; più specificamente, è articolato in un sottogruppo di parlate che, con il modenese e il bolognese occidentale ad ovest del Reno, forma un complesso più ampio definito emiliano centrale.
Diffusione e varianti Localmente denominato dialèt arşân, il dialetto reggiano è parlato in una zona che corrisponde abbastanza bene all'attuale provincia di Reggio Emilia.
Non si può parlare tuttavia di una variante unica parlata all'interno di tutto il territorio provinciale. Si pensi che fino alla Seconda guerra mondiale nel solo centro storico della città di Reggio Emilia erano parlate ben quattro varianti dialettali: quella del centro, del quartiere di San Pietro, del quartiere di Santo Stefano e del quartiere di Santa Croce. In quest'ultima zona era inoltre parlato un altro dialetto, il cosiddetto reggiano arsâve (storpiatura della parola "arvêrsa", che vuol dire al contrario in Italiano). Nel centro storico della città era parlato dalla popolazione ebraica il giudeo-reggiano; formatosi nel Ghetto, con l'abolizione di quest'ultimo, venne col tempo abbandonato e già quasi dimenticato agli inizi del Novecento. In provincia, esclusi i comuni e le ville orbitanti sul capoluogo, il dialetto si sfuma con altri. Nella bassa reggiana i comuni rivieraschi risentono in maniera più o meno marcata, a seconda del luogo, dell'influenza mantovana.
È più lieve a Boretto e Gualtieri dove si mantengono comunque i suoni ö ed ü tipici della Lombardia. Risulta invece molto accentuata a Guastalla, Luzzara e Reggiolo dove è parlato, con leggere sfumature tra i paesi, il dialetto guastallese, sottogruppo del dialetto mantovano e notevolmente diverso dal reggiano. Nella zona del Correggese il dialetto è pressoché simile al dialetto carpigiano, mentre nel Montecchiese ed in generale nella Val d'Enza forte è l'influsso del dialetto parmigiano. Nell'Appennino reggiano, in particolar modo dalla linea Vetto-Baiso verso l'alto crinale, sono parlati un insieme di dialetti che presentano molte somiglianze col dialetto lombardo occidentale ma che presentano caratteristiche differenti da paese a paese. Si stima che circa la metà della popolazione della provincia di Reggio Emilia sia almeno in grado di comprendere il dialetto parlato.
Guastalla e dintorni La parlata di cinque dei sette comuni più a nord della provincia (Boretto, Gualtieri, Guastalla, Luzzara e Reggiolo) perde varie caratteristiche del dialetto reggiano, andando così a formare un'area dialettale di transizione. Nei primi due centri rimane linguisticamente più rivolta al reggiano, mentre a Guastalla, Luzzara e Reggiolo è nettamente affine all'area dialettale mantovana, al cui contesto appartiene. La palatalizzazione della A, tipicamente emiliana, si mantiene infatti a Boretto e Gualtieri, mentre nei rimanenti centri manca: màr, sàl, al làva, al parlàva anziché mèr, sèl, al lèva, al parlèva (mare, sale, lui lava, lui parlava). In quest'area mancano anche i dittonghi èi/òu in ogni posizione: méla, bén, vént, fiur, témp anziché mèila, bèin, vèint, fiòur, tèimp (mela, bene, vento, fiore, tempo). La più forte influenza mantovana è tuttavia rappresentata dalla presenza delle vocali [y-ø]: mür, bö, fiöla, düra, incö, nüàtar (muro, buoi, figlia, dura, oggi, noi); in reggiano al posto di questi suoni si trovano le vocali lunghe [uː-oː]. Secondo la classificazione dialettale di Daniele Vitali è proprio Gualtieri che determina il confine tra il sistema dialettale reggiano e quello mantovano.
La pianura Le varianti della pianura a nord della Via Emilia possono rientrare nella denominazione di dialetti rustici settentrionali. Di questo areale fa parte Brescello, che, pur confinando direttamente con il Po e l'area guastallese, non presenta influenze mantovane significative. In tutta la zona sono sconosciute le vocali turbate [y-ø], e al loro posto si trovano le vocali lunghe [uː-oː]; risulta interessante l'esito in [eː] anziché in [oː], tipico del dialetto di Poviglio: [keːr - fjeːl - skeːla] (cuore, figlio, scuola). I dittonghi [ɛi-ɔu] sono presenti in alcune località, mentre mancano in altre, come Novellara, sostituiti da [eː-oː]; questi dittonghi sono comunque più diffusi in contesto nasale: galèina, matèina, bèin, pasiòun (gallina, mattina, bene, passione). Nella parte occidentale dell'area ci sono alcuni influssi parmensi, e in generale è sistematico il mantenimento delle [o] atone, che già dalla periferia orientale di Reggio tendono a chiudersi in [u] come in Modenese, Ferrarese, Bolognese e Romagnolo. Nella parte orientale dell'area, il vago confine tra le province di Reggio e Modena (che a nord di Rubiera non è delimitato da fiumi o particolari ostacoli naturali) favorisce reciproci contatti con le parlate carpigiane. Rolo, nonostante la vicinanza con l'area guastallese, fa parte della Diocesi di Carpi e non risente di particolari influssi mantovani.
La montagna alta I dialetti delle aree più elevate dell'Appennino sono molto conservativi e si distanziano significativamente dal reggiano urbano. Notevole è il mantenimento di una vocale indistinta in fine di parola: bassə, sciömmə, tlarə, tüttə, primmə, tèrzə (basso, scemo, telaio, tutto, primo, terzo); tale suono, che viene meno nella catena parlata, testimonia una fase intermedia della perdita di -o finale, ormai generalizzata nelle varietà linguistiche emiliano-romagnole, lombarde e piemontesi. Alcuni esiti possono essere limitati a singoli centri abitati: le A in sillaba aperta, per esempio, subiscono una certa velarizzazione a Sologno, frazione di Villa Minozzo Nel dialetto di Civago molti vocaboli unici con U accentata alla francese ' Angu'ta - niente oppure la Z chiusa 'Guarze'ta ' - Bambina o la gh morbida ' ghiesa' chiesa.
Ortografia, dizionari ed opere generali Nella sezione conservazione della biblioteca Panizzi di Reggio Emilia esistono, a livello di bozza, vari manoscritti di progetti di vocabolari reggiano-italiano; tuttavia solamente due opere sono state date alle stampe '. La prima è il datato dizionario reggiano-toscano di (Giovan Battista Ferrari, 1832), che non può essere usato acriticamente come riferimento, perché, come rilevato da alcuni autori, non è fedele nella trascrizione e spesso non è coerente nell'accentazione. L'opera più recente è il dizionario di (Luigi Ferrari e Luciano Serra, 1989), che invece si sforza di affrontare il problema della grafia in maniera sistematica. Nella prefazione si può anche trovare una discussione delle convenzioni precedentemente adottate da alcuni autori vernacolari. Nel dicembre del 2006 è infine uscito il primo vocabolario italiano-reggiano, ad opera degli stessi autori (L. Ferrari e L. Serra, 2006), che contiene circa trentamila parole ed una ricca fraseologia.
Alcune considerazioni interessanti, anche se non sempre coerenti, si possono inoltre trovare anche nell'ultima raccolta di versi di (Giuseppe Davoli, 1974)Si veda in particolare l'appendice Piccola guida alla grafia in dialetto.. Una panoramica molto esaustiva della letteratura vernacolare reggiana si trova nell'opera in più volumi di Bellocchi (Ugo Bellocchi, 1976; 1999). La fraseologia e le espressioni proverbiali sono ampiamente documentate in (Mario Mazzaperlini, 1976).
Convenzioni di scrittura Fino a tempi relativamente recenti non è esistita un'ortografia esatta del dialetto reggiano. La pubblicazione dei due dizionari di L. Ferrari e L. Serra, nel 1989 dal reggiano all'italiano e nel 2006 dall'italiano al reggiano (vedere bibliografia) ha portato ad una proposta di convenzione di scrittura, anche se è ancora in dubbio quanto ampiamente questa convenzione verrà adottata da altri autori. Il Ferrari ed il Serra sostanzialmente introducono segni diacritici per specificare la quantità e l'apertura delle vocali toniche, e la pronuncia di alcune consonanti. Le convenzioni ortografiche che non si trovano anche nell'italiano standard sono riportate nella tabella sottostante. Esse vengono utilizzate nel seguito di questo articolo. (Nota: la i e la u toniche brevi non sono utilizzate nel dialetto reggiano moderno.)
Vocali toniche lungheVocali toniche brevi Consonanti e semiconsonantidescrizionepronunciasegnodescrizionepronunciasegnodescrizionepronunciasegno a /aː/ â a /a/ à i intervocalica e finale /j/ j i /iː/ î i /i/ ì s sorda emilianaSi veda la pagina di fonetica del sit bulgnais che descrive la "s bolognese", identica a quella reggiana. ~ /s/ s u /uː/ û u /u/ ù s sonora emilana ~ /z/ - /dz/ ṣ (ş) - z e aperta /ɛː/ ê e aperta /ɛ/ è s+c(palatale) /st͡ʃ/ s'c e chiusa /eː/ ē e chiusa /e/ é c(palatale)+l (~ṣl) /t͡ʃl/ c'l o aperta /ɔː/ ô o aperta /ɔ/ ò c(palatale)+r /t͡ʃr/ c'r o chiusa /oː/ ō o chiusa /o/ ó doppia s iniziale /sː/ 'ss c finale (velare - palatale) /k/ - /t͡ʃ/ ch - c g finale (velare - palatale) /g/ - /d͡ʒ/ gh - g Lettera a. +aaàɑâa:äɐåʌ Lettera c +ce, ci, c' davanti a consonante dolce, c a fine parolatʃch, ca, co, cu, c davanti a consonantekçç Lettera e. +eɛèæêɛ:êræ:éeēe:ëə Lettera g. +gi, ge, g a fine parola dʒgh, ga, go, gug Lettera i. +iiìɪîi:
Esempi di dialetto reggiano Il testo del Padre Nostro in grafia moderna Pêder nòster, che t'é int al cēl, c'al sia santifichê al tó nòm, c'al vègna al tó règn, c'la sia fata la tó volontê, cme in cēl, acsé anch'in tèra.
Das incō al nòster pan, e scanşèla i nòster dèbit cme nuêter e j scanşlòm ai nòster debitōr, e an lasêr mia ch'e cascòm in tentasiòun, e lébres dal mēl. Amen.
Un sonetto di Giovanni Ramusani in grafia originale Amilcare, guardè el cumbinazion, Ch'el g'ha domilla franch int el cassett, Ai depon da n'amigh, ch'el gh'imprumett D'restituirghi seinza provvigion.
Ma l'amigh, ch'l'è un sgnurazz propia da bon, E el sa che i sold en gh'farann mai difett, Ai presta a d'j'etr, e ai fa fruttèr el sett, E el dà indrè el capitèl a la stagion.
An omnia bene? -- Optime, e rispond! Però d'Amilcar, seinza fergh ingiuria, An s'è mai vist un mèrel più rotond.
Ma in mezz el cojonisem, meno mel, Ch'an j'ha depositè int la nostra Curia, Ch'an vdiva più nè frutt nè capitèl! (da "I ches del congregazioun", 29/12/1899)
Fonologia Vocalismo tonico +Esempi di vocali toniche distintive vocale tonica lunga vocale tonica breveepêla /pε:la/ pala ↔ pèla /pεla/ pellepēla /pe:la/ abete ↔ péla /pela/ pilaocôl /kɔ:l/ collo ↔ còl /kɔl/ quellorōl /ro:l/ ruolo ↔ ról /rol/ rullo Il dialetto reggiano, così come l'italiano standard, possiede 7 suoni vocalici: /a/, /ε/ (e aperta o grave), /e/ (e chiusa o acuta), /i/, /ɔ/ (o aperta), /o/ (o chiusa), /u/. Tuttavia, diversamente dall'italiano, la quantità della vocale può essere distintiva per una vocale tonica; in altri termini, cambiando una vocale tonica lunga in una breve si può talvolta modificare il significato del vocabolo. Più precisamente, sono distintive le vocali che possono essere sia aperte che chiuse, ovvero /ε/, /e/, /ɔ/, e /o/ lunghe e brevi, mentre i ed u brevi sono decadute rispettivamente in e ed o chiuse brevi, come in pór (pure) e sés ("liquame").
+ Esempi di mutazione a > êlatinoreggianoitalianotipo di sillabaCĂ-PRAM chêvra capra aperta breveFĀ-TAM fêda fata aperta lungaCĂR-NEM chêrna carne chiusa (r/l+cons.)CĂT-TUM gât gatto chiusa Per quanto riguarda le mutazioni fonetiche, nel reggiano ha destato l'interesse di molti studiosi il passaggio /a/ > /ε/ in sillaba libera, che sembra essere avvenuto a partire dal XVI secolo (per questa mutazione si è fatto spesso ricorso alla spiegazione del “sostrato celtico”vedere Rohlfs, 1970, vol. I, p. 41.. Da notare che /r/ o /l/ seguite da consonante non sempre “chiudono” la sillaba, motivo per cui si hanno esiti come chêrna e êlt. In altre parole, una sillaba accentata che in latino termina in -a, (talvolta -al o -ar) si trasforma in reggiano in -ê (-êl o -êr), mentre la a rimane invariata se la sillaba termina per consonante.