Manifesto è un film del 2015 diretto da Julian Rosefeldt, adattamento cinematografico di un'omonima videoinstallazione in cui Cate Blanchett recita tredici diversi monologhi, ognuno composto da estratti di celebri manifesti artistici e politici.

Dati tecnici

Titolo: Manifesto Autore: Julian Rosefeldt (Monaco di Baviera, 1965; vive e lavora a Berlino) Anno di realizzazione: 2014–2015 Tipologia: Videoinstallazione multicanale Media: 13 canali digital video, colore, suono Durata: Canale 1 00:04:00 min; canali 2–13 00:10:30 min ciascuno Formato: 16:9 Edizione: Patron edition 1 (ed. 4 patron editions + 6 regular editions + 2 artist proofs) Firma e data: Firmato in basso a sinistra; certificato di autenticità, pennarello nero “Julian Rosefeldt”, non datato Collocazione: Non in esposizione permanente Proprietà / Credito: Mervyn Horton Bequest Fund 2013 Accession number: 235.2013.1 Copyright: © Julian Rosefeldt / VG Bild-Kunst – Copyright Agency

Descrizione generale Manifesto è una videoinstallazione a tredici canali in cui Julian Rosefeldt rende omaggio alla tradizione dei manifesti artistici e politici del XX e XXI secolo.

Attraverso tredici brevi film proiettati simultaneamente, l’artista riflette sul valore rivoluzionario della parola nell’arte moderna e contemporanea. L’opera è un collage di oltre cinquanta testi tratti da manifesti storici dell’avanguardia — dal Futurismo al Dadaismo, dal Surrealismo al Fluxus fino al Dogma 95 — rielaborati in forma di monologhi cinematografici.

Protagonista assoluta è Cate Blanchett, che interpreta tredici personaggi appartenenti a diversi contesti sociali e professionali — tra cui un’insegnante, una punk, una coreografa, una scienziata, una vedova, una presentatrice televisiva, una senzatetto — offrendo un’inedita lettura al femminile di testi storicamente pronunciati da voci maschili.

Struttura e contenuti Ogni segmento, della durata di circa dieci minuti, presenta un monologo poetico ottenuto dal montaggio di frammenti provenienti da differenti manifesti. L’opera si apre con un prologo tratto dal Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels (“Tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria”), per poi attraversare le dichiarazioni di movimenti e autori quali:

Futurismo: F. T. Marinetti, Manifesto del futurismo (1909) Dadaismo: Tristan Tzara, Francis Picabia, Richard Huelsenbeck Surrealismo: André Breton, Manifesti del surrealismo (1924, 1929) Costruttivismo / Suprematismo: Malevič, Rozanova, Gabo, Pevsner Fluxus: George Maciunas, Yvonne Rainer (No Manifesto, 1965) Situazionismo: Guy Debord, Lucio Fontana Dogma 95: Lars von Trier, Thomas Vinterberg Pop Art: Claes Oldenburg, I am for an Art... (1961) Minimalismo / Arte concettuale: Sol LeWitt, Sturtevant Architettura: Bruno Taut, Antonio Sant’Elia, Robert Venturi, Coop Himmelb(l)au Creazionismo / Stridentismo: Vicente Huidobro, Manuel Maples Arce Altri autori contemporanei citati: Jim Jarmusch, Werner Herzog, Adrian Piper

Le parole dei manifesti, recitate in contesti quotidiani e contemporanei, assumono un significato nuovo e provocatorio, interrogando il ruolo dell’artista e la funzione politica e sociale dell’arte oggi.

Premessa generale L’opera Manifesto di Julian Rosefeldt si configura come un esperimento cinematografico e installativo che traduce la forza linguistica dei manifesti artistici in esperienza visiva e performativa.

I tredici episodi non seguono una trama lineare, ma compongono una costellazione di situazioni autonome, ognuna delle quali associa un personaggio contemporaneo a un corpus di testi tratti dai manifesti storici delle avanguardie e neoavanguardie del XX e XXI secolo.

Cate Blanchett, in un vertiginoso esercizio attoriale, interpreta tredici identità distinte — di genere, classe e contesto — dando voce ai proclami delle avanguardie come fossero riflessioni intime, discorsi pubblici o confessioni interiori.

L’operazione di Rosefeldt si fonda su un principio di anacronismo produttivo: i testi originali vengono decontestualizzati e ricomposti in ambienti contemporanei (una scuola, un talk show, una fabbrica, una discarica, una messa funebre), generando uno scarto ironico e poetico che invita a interrogarsi sulla sopravvivenza dei linguaggi utopici dell’arte.

Analisi dei segmenti e corrispondenze testuali

1. Futurismo – Filippo Tommaso Marinetti, Manifesto del Futurismo (1909) Nel primo episodio di Manifesto, Julian Rosefeldt trasporta l’estetica e la retorica del Futurismo in un contesto contemporaneo che ne rivela tanto l’attualità quanto la deriva. Cate Blanchett interpreta un’operatrice di borsa, figura paradigmatica della società postindustriale, immersa in un ambiente dominato da schermi, numeri, flussi di dati e rumori di mercato. È un universo che vive di accelerazione, competizione e rischio, e in cui l’energia vitale celebrata da Marinetti nel 1909 si è trasformata in un moto cieco, autoreferenziale e disumanizzato.

Le parole del manifesto originario — «Noi vogliamo cantare l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerità» — trovano eco nel linguaggio euforico dei mercati finanziari, dove la “temerarietà” è divenuta un imperativo economico. Rosefeldt compie un’operazione di traslazione semantica: la “guerra, sola igiene del mondo”, diventa la guerra dei capitali, la lotta quotidiana del profitto, una battaglia condotta attraverso algoritmi e transazioni. In questo senso, l’artista non solo reinterpreta il messaggio futurista, ma ne svela la persistenza ideologica nel neoliberismo contemporaneo, che eredita — sebbene inconsapevolmente — la fede marinettiana nella modernità come forza distruttiva e rigeneratrice.

Il gesto performativo di Blanchett — corpo teso, voce tagliente, gestualità controllata ma nervosa — richiama la teatralità delle serate futuriste e il carattere declamatorio dei manifesti originari. Tuttavia, laddove Marinetti proclamava la necessità di “bruciare i musei” e di distruggere il passato, qui l’attrice appare come una sacerdotessa di un nuovo culto: quello del capitale immateriale. L’energia futurista, privata della sua utopia estetica, si è mutata in energia di sistema, in frenesia di produzione e consumo.

Rosefeldt opera così una critica mimetica: non condanna il Futurismo dall’esterno, ma ne ripete i toni e le posture all’interno di un ambiente che incarna il suo stesso esito paradossale. L’elogio della macchina e della velocità, che in Marinetti erano simboli di progresso e di emancipazione, diventano nel XXI secolo strumenti di alienazione e di controllo. L’artista mostra come la “religione della velocità” si sia trasformata in ideologia della produttività, e come la promessa di una modernità liberatrice si sia rovesciata in un meccanismo autoreferenziale, dove il gesto eroico è sostituito dal clic sullo schermo.

Dal punto di vista visivo, Rosefeldt costruisce un ambiente freddo e geometrico, illuminato da luci artificiali e dominato da monitor in continuo aggiornamento: un paesaggio che rimanda tanto ai dipinti dinamici di Boccioni e Carrà quanto all’estetica del cinema postmoderno. I movimenti di macchina e i tagli di montaggio rapidi rispecchiano il ritmo sincopato della modernità futurista, ma anche la saturazione sensoriale del presente. L’artista utilizza così il linguaggio del cinema per materializzare ciò che Marinetti evocava in parola: la simultaneità, la frammentazione, l’ubiquità del moderno.

Sotto questa superficie ipnotica, tuttavia, emerge un tono di ironia tragica. L’operatrice di borsa è al tempo stesso soggetto e vittima della sua stessa accelerazione: è incarnazione della promessa futurista, ma anche del suo collasso. Rosefeldt, attraverso la performance di Blanchett, restituisce alla figura futurista la sua ambiguità originaria — oscillante tra liberazione e violenza, tra euforia e distruzione — e la proietta nel cuore del XXI secolo, dove la tecnologia e la finanza hanno sostituito la macchina e la guerra come nuove divinità della velocità.

In questo modo, l’episodio sul Futurismo diventa una meditazione sul destino delle avanguardie: ciò che nasceva come progetto di emancipazione dal passato si traduce, nel presente, in un sistema che ne ha assorbito e neutralizzato la carica sovversiva. La “glorificazione del movimento” è ormai priva di direzione; la velocità, fine a se stessa, genera solo vertigine. Eppure, proprio in questa vertigine, Rosefeldt intravede la possibilità di una riflessione rinnovata: nel confronto tra la voce di Marinetti e la figura contemporanea di Blanchett si apre lo spazio per una nuova autocoscienza del moderno, capace di riconoscere nel proprio ritmo frenetico tanto la potenza creativa quanto il rischio di disumanizzazione.

Rosefeldt ironizza sulla retorica della modernità come conquista, mostrando come il culto della velocità e dell’aggressività sopravviva nella cultura economica globale.

Il legame concettuale tra il dinamismo futurista e la violenza del mercato rende visibile l’attualità perturbante del manifesto marinettiano.

2. Dadaismo – Tristan Tzara, Francis Picabia, Richard Huelsenbeck In un episodio ambientato durante un funerale, Blanchett veste i panni di un’oratrice funebre che recita, con tono solenne e assurdo, frammenti dei manifesti dadaisti.

L’ironia nasce dal contrasto tra il linguaggio nonsense, irriverente, antiautoritario dei dadaisti e la cerimonia del lutto, simbolo di ordine e convenzione.

L’effetto è una liturgia del caos, in cui la morte — dell’arte, delle ideologie, della logica — si trasforma in paradossale celebrazione della libertà creativa.

Il Dadaismo diventa così un atto di resistenza poetica contro ogni sistema simbolico chiuso.

3. Surrealismo – André Breton, Manifesti del Surrealismo (1924, 1929) In un contesto domestico apparentemente ordinario, Blanchett interpreta una madre di famiglia che, mentre prepara la cena, pronuncia le frasi visionarie di Breton.

Le parole sull’automatismo psichico e il sogno si mescolano ai gesti quotidiani, rivelando il potenziale surrealista nascosto nella banalità.

Rosefeldt evidenzia come il Surrealismo, con la sua ricerca dell’inconscio e dell’immaginazione, resti una forma di emancipazione dall’alienazione domestica e sociale.

Il linguaggio poetico diventa atto di rivolta silenziosa contro la routine.

4. Costruttivismo / Suprematismo – Kazimir Malevič, Olga Rozanova, Naum Gabo, Antoine Pevsner In un paesaggio urbano post-industriale, una operaia recita i testi costruttivisti, circondata da macchine e strutture geometriche.

L’idea di costruzione come principio spirituale — ereditata da Malevič e Gabo — si intreccia con l’immagine del lavoro manuale e meccanico.

Rosefeldt reinterpreta l’utopia costruttivista alla luce del presente, mostrando come l’ideale di un’arte integrata nella vita e nella produzione si sia dissolto in un sistema economico automatizzato, ma ancora conservi un valore di disciplina e rigore formale.

5. Fluxus – George Maciunas, Yvonne Rainer, No Manifesto (1965) In questo episodio, Julian Rosefeldt spinge al massimo grado la sua riflessione sulla negazione come forma di creazione, incarnando nello spazio performativo il principio cardine di Fluxus: l’arte come processo, gesto quotidiano e provocazione contro l’istituzione stessa dell’arte. Cate Blanchett interpreta una coreografa e performer, immersa in un ambiente di prova teatrale — uno spazio ibrido tra palcoscenico e laboratorio, segnato da luci fredde, attrezzi scenici, microfoni, corpi in movimento. È una scena che rimanda direttamente alla pratica sperimentale di Yvonne Rainer e alla radicalità anti-spettacolare della danza postmoderna degli anni ’60.

L’episodio si apre con la lettura di frammenti tratti dal No Manifesto (1965), in cui Rainer rifiuta categoricamente gli elementi tradizionali della performance artistica: «No to spectacle. No to virtuosity. No to transformations and magic and make-believe».