Castro era una città della Maremma laziale, a pochi chilometri dall'attuale confine fra il Lazio e la Toscana.
Capitale dell'omonimo Ducato, città ideale del Rinascimento, fu distrutta dall'esercito pontificio nel 1649 e mai più ricostruita.
Fu definita la "Cartagine della Maremma".
Storia La città etrusca e medievale
La presenza di ricche necropoli nei dintorni e alla base della rupe testimonia che fu sede di un'importante città etrusca, a volte identificata come Statonia (centro dell'Etruria meridionale citato da Plinio e Vitruvio).
Nell'Alto Medioevo per la sua posizione protetta diventò un rifugio per gli abitanti dei dintorni in fuga dalle devastazioni. Nel VII secolo vi fu trasferito il titolo vescovile di Bisenzio, città sul lago di Bolsena, distrutta dai Longobardi.
Fra l'VII e il IX secolo fu vescovo San Bernardo Janni (o San Bernardo di Castro in altre fonti). Originario di Bagnoregio, trasferì a Castro il titolo vescovile della distrutta Vulci e si dedicò all'amministrazione civile della città facendone un luogo protetto e sicuro.
Nei documenti dell'epoca appare per la prima volta Castrum (nel latino tardoromano "luogo fortificato") come nome per identificare la città. Fu indicato anche come Castrum Felicitas, perché fu dominato da una donna tale Madonna Felicita.
Nel 1154, sotto Papa Adriano IV entrò a far parte del Patrimonio di San Pietro.
Come altri centri della zona alternò momenti di libertà a momenti in cui era intestato ai feudatari della zona.
Nel 1360 vi nacque il celebre giureconsulto medievale Paolo di Castro.
Nel 1527 con un colpo di mano una fazione guidata da Antonio Scaramuccia e Jacopo Caronio prese il potere in città invocando la protezione di Pier Luigi Farnese, all'epoca signore di Valentano, che entrò in città nel mese di settembre. Papa Clemente VII, fuggito ad Orvieto dopo il Sacco di Roma, ordinò ai Farnese di restituire Castro alla Chiesa. Pier Luigi abbandonò la città che fu saccheggiata dal duca di Latera Gian Galeazzo Farnese il 28 dicembre dello stesso anno.
La devastazione venne descritta nel 1575 dal notaio castrense Domenico Angeli nel De Depraedatione Castrensium et suae Patriae Historia ("Il Sacco di Castro e la storia della sua Patria").Gavelli, pp. 30.33
L'Angeli fornì una breve descrizione di Castro: "Situata su un'altura a forma di lira, circondata da rupi scoscese, da una valle profonda e da vigneti dove gli abitanti si recano per procurare canne. Tutto intorno pascolano le greggi. [...] Il centro di Castro è rappresentato da Piazza Maggiore. Castro prima del saccheggio era una città ricca, munita di più di sette centurie di soldati ed era la più forte tra le città del Patrimonio di San Pietro."
Secondo Domenico Angeli, Gian Galeazzo era riuscito ad entrare a Castro tramite la porta di Santa Maria che gli abitanti usavano per raggiungere una vicina sorgente, unica fonte d'acqua della città, grazie al tradimento di alcune guardie, mercenari originari di Pitigliano e di Sorano.
Nascita del ducato di Castro Nel 1534, fu eletto al Soglio Pontificio il cardinale Alessandro Farnese che assume il nome di Paolo III. Il 31 ottobre 1537, Paolo III decise di riunire una trentina di feudi della sua famiglia e di istituire un nuovo Stato di cui Castro sarebbe stata la capitale.
Per ottenere la città, fallito il tentativo per via armata di alcuni anni prima, i Farnese proposero alla Camera apostolica di scambiare Castro con la ben più ricca Frascati, altra città farnesiana nel Lazio. La Santa Sede accettò la permuta e il Papa poté istituire il ducato di Castro che si estendeva dal lago di Bolsena al mar Tirreno, comprendendo anche una piccola enclave nella zona di Ronciglione.
La scelta della capitale derivò dalla sua posizione centrale nei domini della famiglia, anche se risentiva ancora dei danni provocati da Gian Galeazzo qualche anno prima ed aveva avuto una storia modesta lungo tutto il Medioevo.
I Farnese imposero per Castro un grandioso progetto di ricostruzione urbanistica, sul modello di quello applicato a Pienza, e affidarono l'opera all'architetto toscano Antonio da Sangallo il Giovane, che si mise subito all'opera.Cavoli, p. 40
Vennero ridisegnate le mura difensive, i palazzi pubblici, le strade, le case; l'intera città diventò un cantiere e a poco a poco si trasformò in un artistico sito rinascimentale. Vi si trasferirono numerose persone, attratte dalla prospettiva di lavoro che la corte dei Farnese poteva offrire ma anche molti nobili che speravano di entrare così nelle grazie della famiglia e di papa Paolo III.
Nel 1545 Paolo III riuscì a far assegnare ai Farnese il ducato di Parma e Piacenza. Il nuovo Stato ben più grande e popoloso del ducato di Castro spostò gli interessi della famiglia in Emilia-Romagna, i cantieri furono interrotti e il Ducato laziale venne affidato a membri cadetti della famiglia o ai loro vicari.
Castro, perduta la corte farnesiana, conobbe di nuovo un lento e graduale declino anche se conservò il ruolo di centro amministrativo e giudiziario del territorio circostante. La città e il territorio ducale aveva inoltre importanti rendite agricole che venivano impiegate nei Monti Farnesiani.
Le due guerre di Castro Nel 1623 divenne Papa Urbano VIII il quale iniziò un duro scontro con i Farnese per il mancato pagamento di numerosi debiti da parte della famiglia. I cardinali Francesco e Antonio Barberini, nipoti del Pontefice, proposero al Duca Odoardo di cedere Castro al Papa per permutare i debiti. Odoardo rifiutò lo scambio e i Barberini, per ritorsione, decisero di bloccare la riscossione delle rendite del ducato. Il fallimento delle trattative fra i Farnese e i Barberini portò allo scoppio della prima guerra di Castro: il 13 ottobre 1641 le truppe pontificie invasero il ducato occupando la capitale. L'intervento di Venezia, Firenze e Modena a favore dei Farnese capovolse le sorti della guerra: il 31 agosto 1642 fu occupata la fortezza pontificia di Acquapendente. La mediazione francese portò al trattato di Roma firmato il 31 marzo 1644 che sancì il ripristino dello status quo con la restituzione di Castro ai Farnese mentre restava irrisolta la questione dei debiti.
Nel 1649 scoppiò una nuova crisi fra i Farnese e lo Stato Pontificio: il nuovo Duca, Ranuccio II, si oppose alla nomina del barnabita Cristoforo Giarda come nuovo vescovo di Castro. Innocenzo X confermò la nomina e inviò ugualmente Giarda a Castro ma il vescovo, in viaggio verso la sua nuova sede, fu assassinato a Monterosi il 16 marzo. Il Papa accusò Ranuccio di essere stato il mandante del delitto e il 19 luglio le truppe pontificie invasero nuovamente il ducato. Castro fu assediata e capitolò il 2 settembre.
La fine I patti di resa firmati dal colonnello Sansone Asinelli (per i Farnese) e da Davide Vidman (per i pontifici) prevedevano il solo smantellamento delle fortificazioni cittadine.
A dicembre fu ordinata l'evacuazione totale degli abitanti e il Papa ordinò la distruzione totale di Castro, comprese le chiese e i luoghi sacri. La città fu rasa al suolo, le campane del Duomo furono trasferite nella chiesa di Sant'Agnese in Agone a Roma, altre opere d'arte furono sparse nei paesi dei dintorni. La capitale ducale fu spostata a Valentano mentre la sede vescovile e l'archivio diocesano furono trasferiti ad Acquapendente.
L'unico edificio ad essere risparmiato fu una piccola cappella dedicata al Santissimo Crocefisso che diventò meta di pellegrinaggi da parte degli abitanti di Castro che si recavano lì l'ultima domenica di giugno. La cappella diventò un santuario nel 1871 ed è tuttora oggetto di venerazione da parte della popolazione del luogo.
Nel 1848, in pieno Risorgimento, il ricordo della città distrutta dal Papa ispirò la nascita dellAssociazione Castrense di stampo mazziniano e anticlericale che fu sciolta dalla polizia pontificia l'anno successivo. Dopo l'unità d'Italia, quattro comuni dell'ex ducato mutuarono il nome aggiungendovi "Castro": (Montalto di Castro, Ischia di Castro, Grotte di Castro, Arlena di Castro) in memoria della città distrutta.
Nella città scomparsa è ambientato il romanzo La badessa di Castro dello scrittore francese Stendhal.
La città
Come molte altre città medievali della Maremma (ad esempio Sorano o Pitigliano) Castro appariva al visitatore sospesa su una rupe vulcanica lievemente ondulata circondata per due lati da piccoli corsi d'acqua. Porta Castello era il principale ingresso della città, dove confluivano le principali strade di collegamento con la campagna circostante e con i comuni vicini.
La conoscenza sulla città viene prevalentemente dai resoconti dei visitatori dell'epoca come il letterato Annibale Caro, che visitò la città al seguito dei Farnese, dai disegni dei progetti urbanistici conservati agli Uffizi, dalle relazioni di visite pastorali compiute dai vescovi di Castro e da affreschi e stampe coevi (come la veduta di Castro conservata nella Sala d'Ercole di Palazzo Farnese a Caprarola.)
Dopo la nascita del Ducato i Farnese affidarono all'architetto Antonio da Sangallo il compito di riprogettare la capitale secondo le indicazioni rinascimentali della città ideale. Il lavoro del Sangallo, non potendo stravolgere l'urbanistica medievale del borgo, si concentrò principalmente sulla cinta muraria e sul complesso delle opere difensive, su Piazza Maggiore e gli edifici che vi si affacciavano (tra tutti il Palazzo Ducale) e infine sulla chiesa di San Francesco realizzata nel nuovo rione di Prato Cotone.
Gli scavi archeologici, compiuti solo parzialmente, hanno permesso di ricostruire e identificare alcuni dei luoghi principali della città.
Piazza Maggiore
Già cuore della città medievale (qui si affacciava il Palazzo del Podestà con la sua torre), Piazza Maggiore diventò lo spazio di rappresentanza della capitale del Ducato e ospitava gli edifici del potere politico e civile nonché le residenze delle famiglie nobili della città. Di forma rettangolare, era concepita per stupire il visitatore che giungeva in questo luogo armonico e spazioso dopo aver attraversato gli oscuri vicoli medievali.
Piazza Maggiore fu lastricata con laterizi disposti a spina di pesce con filari interrotti da bocchette di travertino per la raccolta dell'acqua (una sistemazione simile, anche se più piccola, si può vedere ancora oggi nella piazza del Palazzo Farnese di Gradoli, anch'esso opera del Sangallo).
Palazzo Ducale (o Hostaria) Il Palazzo Ducale occupava tutto il lato nord della piazza. Il Palazzo aveva un porticato con tredici arcate. Delle tredici arcate, tre conducevano direttamente alla "Strada Nova", un'arteria che scorreva sul retro di Palazzo Ducale, tre ad altrettanti ingressi del Palazzo e le rimanenti sei erano botteghe che affacciavano direttamente sulla piazza. L'ingresso centrale permetteva di accedere al cortile interno del Palazzo con l'ingresso al piano nobile.
Nella realizzazione finale, ridimensionata e modificata dopo il trasferimento del Duca a Parma, il Palazzo Ducale vero e proprio doveva ergersi su cinque arcate, alto due piani con un'imponente loggia centrale e lo stemma farnesiano sopra la loggia. Due palazzine più piccole (alte un solo piano) sorgevano a destra e a sinistra del Palazzo occupando rispettivamente tre arcate. Le due arcate che separavano le palazzine gemelle dal Palazzo Ducale si aprivano su vicoli che conducevano alla Strada Nova. Palazzo della Zecca