La storia della controversia su razza e intelligenza concerne lo sviluppo storico di un dibattito riguardante le possibili spiegazioni inerenti alle "differenze di gruppo" incontrate nello studio della razza e dell'intelligenza.

Dall'inizio della messa a punto dei test psico-sociali sul quoziente d'intelligenza nel periodo della prima guerra mondiale sono state riscontrate (e fatte debitamente notare) differenze - anche rilevanti - tra i punteggi medi di diversi gruppi di popolazione; ma non vi è stato fin dal principio alcun accordo sul fatto che ciò fosse dovuto essenzialmente a fattori ambientali e culturali o, viceversa, a causa di alcuni predeterminati fattori genetici.

Non vi è d'altra parte neppure alcun accordo sulla questione se la dicotomia radicale tra fattori ambientali e/o genetici sia nella realtà dei risultati ottenuti l'approccio più efficace al dibattito.

Tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo si presunse che le differenze d'intelligenza riscontrate nei diversi gruppi presi in esame fossero dovute in maniera preponderante alla "razza" di appartenenza e, a parte i test del QI, la susseguente ricerca scientifica si basò su misurazioni come la dimensione del cervello umano o i tempi di reazione.

Verso la metà degli anni 1930 la maggior parte degli studiosi di psicologia aveva oramai adottato l'opinione che i fattori culturali e ambientali fossero quelli predominanti.

Alla metà degli anni 1960 il premio Nobel per la fisica William Bradford Shockley suscitò ampie polemiche sostenendo di fatto che potrebbero esserci motivi genetici alla base della constatazione che gli afroamericani tendessero per lo più ad ottenere punteggi più bassi nei test intellettivi rispetto ai bianchi americani. Nel 1969 l'esperto di psicologia dell'educazione Arthur Jensen pubblicò un lungo articolo (How Much Can We Boost IQ and Scholastic Achievement?) contenente il suggerimento che l'"educazione compensatoria" fosse fino ad allora irrimediabilmente fallita a causa delle differenze genetiche (quindi innate, quindi soggette a ereditarietà) di gruppo.

Un dibattito del tutto simile tra accademici seguì la pubblicazione nel 1994 di The Bell Curve, opera di Richard Herrnstein e Charles Murray; il loro libro rinnovò ancora una volta il dibattito sulla questione, oltre ad un certo numero di altre notizie interdisciplinari sullo stesso tema. Una delle risposte contemporanee è stata rappresentata dalla relazione dell'American Psychological Association la quale dichiara con chiarezza di non essere stata capace di rinvenire alcuna spiegazione conclusiva per i dati sulle differenze osservate tra i punteggi medi del QI nei diversi gruppi etnici.

Recentemente sono state scoperte migliaia di varianti genetiche che hanno un'associazione significativa con l'intelligenza su tutto il genoma. Queste varianti non sono distribuite equamente tra le razze. Tuttavia, non è chiaro se queste differenze siano il risultato della selezione naturale.https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/33529393/ Studi più recenti di James Flynn, William Dickens e Richard Nisbett hanno evidenziato la progressiva riduzione del divario tra i gruppi razziali nei risultati dei test del QI, insieme ad altre prove a sostegno dell'ipotesi che fattori ambientali, piuttosto che genetici, siano la causa di queste differenze.

Storia Gli inizi Nel corso del XVIII secolo una folta schiera di filosofi e scienziati di derivazione europea come Voltaire, David Hume, Immanuel Kant e Carl Linneo, proposero in sostanza l'esistenza di differenti abilità mentali tra quelle che al tempo venivano considerate "razze umane" distinte e più o meno perfettamente distinguibili..

Per tutto il XIX secolo e fino all'inizio del XX l'idea che vi fossero differenze riconoscibili e innate/ereditarie nelle strutture cerebrali e nelle stesse dimensioni del cervello umano di "razze diverse" - e che queste differenze spiegassero pertanto anche l'esistenza della "diversità d'intelligenza" - fu molto raccomandata e studiata....

Attraverso la pubblicazione del suo testo intitolato Hereditary Genius nel 1869 il politologo Francis Galton (cugino di Charles Darwin) stimolò l'interesse per lo studio rivolto alle capacità mentali, in particolar modo per quanto concerne l'ereditarietà genetica e l'eugenetica (di cui fu uno dei padri fondatori)...

Mancando allora i mezzi atti a misurare per via diretta le capacità intellettuali, Galton tentò di stimare l'intelligenza media dei vari gruppi etnico/razziali basandosi essenzialmente sulle osservazioni derivate dai propri viaggi e sulle relazioni altrui; quindi sul numero e la qualità dei risultati intellettuali di diversi gruppi, oltre che sulla percentuale di "uomini eminenti" (maschi) presenti in ciascuno.

Giunse così a sostenere che l'intelligenza fosse normalmente distribuita in tutti i gruppi razziali ed etnici, seppur i mezzi della sua distribuzione variassero notevolmente tra i gruppi stessi. In questa stima galtoniana gli antichi greci attici (per lo più ateniesi) erano stati la popolazione con la più elevata intelligenza media della storia della civiltà occidentale, seguiti subito dopo dagli inglesi contemporanei; il negroide africano si sarebbe invece trovato ad un livello decisamente inferiore e gli aborigeni australiani nel gradino più basso in assoluto...

Non ebbe l'occasione di studiare mai specificamente gli ebrei, ma non mancò di osservare che "sembrano essere ricchi di famiglie con un alto livello di intelligenza razziale".

Nel 1895 R. Meade Bache dell'Università della Pennsylvania pubblicò un articolo su Psychological Review asserendo che il tempo di reazione va ad aumentare con l'evoluzione; supportò una tale affermazione con dati i quali avrebbero dimostrato un aumento dei tempi di reazione tra i bianchi americani rispetto a quelli dei nativi americani degli Stati Uniti d'America e degli afroamericani, con i secondi che avevano il tempo di reazione più breve.

Egli ipotizzò che il tempo più lungo necessario ai bianchi doveva essere spiegato dal fatto che questi possedevano dei "cervelli maggiormente contemplativi", che di conseguenza non riuscivano a funzionare bene su compiti che richiedevano risposte automatiche immediate. Questo rappresentò uno dei primi esempi di razzismo scientifico contemporaneo statunitense, ove la scienza venne utilizzata per rafforzare le credenze nella "superiorità innata" di una particolare razza (nello specifico la razza nordica di derivazione anglosassone)..

Nel 1912 il laureato in psicologia della Columbia University Frank Bruner esaminò la letteratura scientifica disponibile sulla percezione uditiva in soggetti bianchi e negri nello Psychological Bulletin, giungendo a caratterizzare:

Nel 1916 George O. Ferguson condusse ricerche nel suo "Columbia Ph.D" con una tesi su la psicologia del negro rinvenendovi una totale carenza di pensiero astratto, ma con risultati molto buoni di reazione nelle risposte fisiche immediate; concludendo quindi con la raccomandazione che ciò avrebbe di norma anche dovuto riflettersi nell'educazione impartita e nelle conseguenti capacità intellettive..

In quello stesso anno Lewis Madison Terman, nel manuale che accompagnava il test di intelligenza Stanford-Binet, si riferì alla più alta frequenza di "deficienti" tra i gruppi razziali statunitensi non bianchi e affermando che ulteriori ricerche sulla differenza intellettuale razziale avrebbero dovuto venire condotte al più presto e che le "differenze razziali enormemente significative nell'intelligenza generale" non potevano essere sanate in alcuna maniera dall'educazione ricevuta.

Nel 1916 una squadra di psicologi guidata da Robert Yerkes e comprendente Terman e Henry H. Goddard adattò i test di Stanford-Binet come test a gruppi a scelta multipla da utilizzare nell'United States Armed Forces. Tre anni dopo lo stesso Yerkes ideò una versione rinnovata del test per poter essere sottoposta anche ai civili, il "National Intelligence Test", che fu alla fine usato a tutti i livelli dell'istruzione e del campo lavorativo..

Esattamente come Terman, anche Goddard aveva già sostenuto nel suo libro intitolato Feeble-mindedness: Its causes and consequences (1914) che la "debolezza mentale" era senza alcun ombra di dubbio ereditaria; nel 1920 Yerkes nel suo Yoakum on the Army Mental Tests descrisse come i detti test "erano originariamente intesi, e ora sono sicuramente riconosciuti, per poter misurare l'abilità intellettuale nativa"..

Sia Goddard che Terman sostennero quindi con forza che tutti i "deboli di mente" non dovessero in nessun caso venire autorizzati a riprodursi.

Negli Stati Uniti d'America, tuttavia, indipendentemente e prima degli stessi test del QI, si sviluppò una forte pressione a livello istituzionale per mettere in atto tali politiche di "pulizia e igiene eugenetica", da imporre con la sterilizzazione obbligatoria; a tempo debito i test del QI furono poi usati come giustificazione per sterilizzare anche tutti coloro che venivano etichettati come affetti da "ritardo mentale"...

Venne inoltre sostenuto che i test del QI avrebbero dovuto essere utilizzati come forma di controllo dell'immigrazione negli Stati Uniti d'America. Fin dal 1917 Goddard riferì sugli estremamente bassi punteggi del QI tra la stragrande maggioranza dei nuovi arrivati a Ellis Island (innanzitutto dall'Europa orientale e dall'Europa meridionale); mentre Yerkes da parte sua sostenne - dai propri punteggi nei test militari - l'esistenza di livelli di QI sempre più bassi tra gli immigrati sud-europei, il che poteva pericolosamente condurre ad un irreversibile declino dell'intelligenza nazionale.

Nel 1923, nel suo libro A study of American intelligence, Carl Brigham - professore all'Università di Princeton - sostenne che sulla base dei test eseguiti nell'United States Army: "Il declino dell'intelligenza è dovuto a due fattori, il cambiamento delle razze che migrano in questo paese e al fattore aggiuntivo di inviare rappresentanti di ogni razza sempre più bassi e inferiori intellettualmente".. Giunse quindi alla conclusione che "i passi che dovrebbero essere intrapresi per preservare o aumentare la nostra attuale capacità mentale devono ovviamente essere dettati dalla scienza e non da opportunità politiche. L'immigrazione non dovrebbe essere solo restrittiva, ma anche altamente selettiva"..

L'"Immigration Act of 1924" mise effettivamente in pratica tali raccomandazioni, introducendovi quote basate sul censimento degli Stati Uniti d'America del 1890, prima quindi delle grandi ondate migratorie provenienti da Polonia e Regno d'Italia (i due paesi europei maggiormente affetti da "deficienza mentale congenita"). Mentre Stephen Jay Gould e Kamin sostengono che le conclusioni ottenute con l'aiuto della psicometria sulla superiorità nordica ebbero una profonda influenza sull'istituzionalizzazione della legge sull'immigrazione del 1924, altri studiosi hanno altresì ribadito che "la definitiva promulgazione della legge razzista sull'immigrazione" non fu influenzata in modo cruciale dai contributi di Yerkes o di altri psicologi operanti sul campo a quei tempi..ma vedi anche .

Dal 1920 al 1960 Nel corso degli anni 1920 gli psicologi cominciarono a mettere in discussione le ipotesi sottostanti alle differenze razziali nell'espressione dell'intelligenza; sebbene non le stessero mettendo radicalmente in discussione si ritenne però che esse esistessero in realtà su una scala molto inferiore di quanto si fosse supposto fino ad allora, quindi provocate da fattori anche assai diversi dall'ereditarietà genetica.