Il Carcano Mod. 91, noto all’estero anche come Mannlicher-Carcano e chiamato colloquialmente Il Novantuno, fu un fucile a otturatore girevole-scorrevole adottato dal Regio Esercito nel 1891 e impiegato come principale arma individuale italiana fino al termine della seconda guerra mondiale. Progettato dall’arsenale di Torino sotto la direzione di Salvatore Carcano, sostituì il Vetterli-Vitali Mod. 1870/87 introducendo il moderno calibro 6,5 × 52 mm Mannlicher-Carcano e un sistema di caricamento tramite lastrina en bloc derivato dai brevetti di Ferdinand Mannlicher.
Prodotto in numerose varianti, tra cui fucili lunghi, moschetti e carabine speciali, il Mod. 91 equipaggiò le forze armate italiane per oltre cinquant'anni prendendo parte alla guerra italo-turca, la prima guerra mondiale, la guerra civile spagnola e la seconda guerra mondiale, rimanendo in servizio anche nel dopoguerra presso reparti ausiliari e forze di polizia, finché non venne sostituito dall'M1 Garand.
Tecnica e specifiche Il Carcano Mod. 91 era un fucile a ripetizione manuale con otturatore girevole-scorrevole, progettato da Salvatore Carcano presso l’Arsenale di Torino. L’arma adottava un sistema di alimentazione tramite lastrina en bloc derivato dai brevetti di Ferdinand Mannlicher: il caricatore fisso integrale conteneva sei cartucce calibro 6,5 × 52 mm Mannlicher-Carcano inserite mediante una clip metallica che, una volta esaurite le munizioni, cadeva automaticamente attraverso un’apertura sul fondo del serbatoio.
L’otturatore era costituito da due tenoni anteriori di chiusura e da una robusta azione girevole-scorrevole derivata concettualmente dai sistemi Mauser contemporanei. Nel Mod. 91 originale la manetta d’armamento era diritta e sporgente lateralmente, mentre nelle varianti successive e nei moschetti vennero adottate configurazioni ripiegate verso il basso per migliorare ergonomia e maneggevolezza.
Il percussore armava in chiusura, caratteristica che contribuiva a mantenere relativamente fluida l’apertura dell’otturatore anche in condizioni operative difficili. La sicura era collocata posteriormente all’otturatore e consisteva in un pomello girevole da ruotare e arretrare manualmente.
Una delle caratteristiche distintive del Mod. 91 era l’impiego della cartuccia 6,5 × 52 mm, sviluppata per ottenere un rinculo moderato, buona precisione e trasportabilità delle munizioni. Il proiettile originale, a palla tonda da 10,5 grammi, raggiungeva una velocità iniziale di circa 700 m/s. Sebbene meno potente rispetto ad altre munizioni militari contemporanee come il 7,92 × 57 mm Mauser o il .303 British, il calibro italiano risultava controllabile nel tiro rapido e particolarmente adatto al fuoco a lunga distanza tipico della dottrina di fine Ottocento.
La canna impiegava una rigatura progressiva, con passo variabile dalla culatta alla volata, introdotta per migliorare stabilità e precisione del proiettile riducendo al contempo l’usura interna. Tale soluzione, insolita per l’epoca, rese però più complessa la produzione industriale delle canne e causò in seguito difficoltà nella realizzazione di munizionamento perfettamente standardizzato.
Il Mod. 91 originale disponeva di una canna lunga 780 mm e di una lunghezza complessiva di circa 1.280 mm, con peso scarico attorno ai 3,8–3,9 kg. Le mire erano costituite da un mirino fisso anteriore e da una tacca di mira posteriore regolabile a cursore, graduata fino a 2.000 metri secondo le concezioni balistiche dell’epoca. Il fucile era inoltre dotato di baionetta ripiegabile o amovibile a seconda delle varianti.
Durante la propria vita operativa il sistema Carcano venne prodotto in numerose versioni, comprendenti fucili lunghi per la fanteria, moschetti da cavalleria con baionetta ripiegabile e carabine per truppe speciali. Negli anni Trenta alcune versioni furono adattate al calibro 7,35 × 51 mm Carcano nel tentativo di migliorare le prestazioni terminali dell’arma, ma lo scoppio della seconda guerra mondiale portò al ritorno del più diffuso 6,5 mm per ragioni logistiche e produttive.
Storia
Sviluppo Negli anni ottanta del XIX secolo l’introduzione della polvere infume rivoluzionò la progettazione delle armi portatili militari europee. La scoperta della Poudre B da parte del chimico francese Paul Vieille nel 1884 rese infatti possibile l’impiego di cartucce di piccolo calibro ad alta velocità iniziale, progressivamente destinate a sostituire le precedenti munizioni a polvere nera, oltre a rendere praticamente obsolete tutte le armi allora in dotazione alle potenze europee.
All’epoca il Regio Esercito italiano era equipaggiato principalmente con i fucili Vetterli-Vitali Mod. 1870/87 nel calibro 10,35 × 47 mm R, ormai considerati superati rispetto ai nuovi sistemi adottati dalle principali potenze europee. L’introduzione dello Steyr-Mannlicher M1888 austro-ungarico e del Gewehr 88 tedesco, entrambe potenze alleate dell'Italia nella Triplice Alleanza, convinse anche i vertici militari italiani della necessità di adottare un’arma moderna camerata per una munizione di minor calibro.
Dopo una serie di studi ed esperimenti, la Commissione delle Armi Portatili della Scuola di Tiro di Fanteria di Parma optò per una cartuccia calibro 6,5 mm, ritenuta un compromesso efficace tra precisione, controllabilità e peso delle munizioni trasportate dal soldato. La scelta era influenzata anche dalle esigenze logistiche delle guerre coloniali, nelle quali il rifornimento di munizioni risultava spesso difficoltoso.
Nel corso delle prove comparative furono esaminati diversi sistemi di chiusura e alimentazione, sia di progettazione nazionale sia estera. Il progetto infine selezionato venne sviluppato da Salvatore Carcano, il quale aveva già lavorato alla progettazione del Carcano mod. 67 più di vent'anni prima, presso la Regia Fabbrica d’Armi di Torino, con la collaborazione del generale Parravicino dell’arsenale di Terni. Il nuovo fucile combinava un otturatore girevole-scorrevole derivato dai sistemi Mauser con un caricatore a lastrina en bloc di tipo Mannlicher.
Durante lo sviluppo emersero anche problemi relativi all’usura delle canne causata dai nuovi propellenti infumi. Per ridurre tali inconvenienti venne introdotta una rigatura progressiva, soluzione allora innovativa che prevedeva una variazione del passo della rigatura lungo la canna. La progettazione di questo sistema viene generalmente attribuita al maggiore Pietro Galelli.
Adozione Il Fucile Mod. 91 venne adottato ufficialmente dal Regio Esercito il 29 marzo 1892. Camerato per la cartuccia 6,5 × 52 mm Mannlicher-Carcano, rappresentò il primo moderno fucile di piccolo calibro delle forze armate italiane.
Nei primi anni di servizio furono sperimentati differenti propellenti, tra cui la balistite, successivamente sostituita dalla solenite nel 1896 a causa di problemi di erosione delle canne e instabilità alle alte temperature. Il sistema Mod. 91 fu in seguito declinato in numerose varianti comprendenti fucili lunghi, moschetti da cavalleria e carabine per truppe speciali.
L'arma non prese parte alla sfortunata campagna di Etiopia del 1896, in quanto la produzione non aveva ancora raggiunto volumi sufficienti per riequipaggiare integralmente tutti i reparti del Regio Esercito. Di conseguenza la maggior parte dei reparti italiani, sia coloniali che metropolitani, che presero parte alla campagna (compresa la sfortunata Battaglia di Adua) era ancora armata nella stragrande maggioranza dei casi con i vecchi fucili Vetterli-Vitali Mod. 1870/87.
Impiego operativo
La Guerra Italo-Turca e la Prima Guerra Mondiale Una volta che la produzione entrò a regime, il Carcano mod. 91 equipaggiò le truppe del Regio Esercito in tutti i conflitti a cui prese parte dalla fine del XIX secolo alla prima metà del XX. Il primo impiego fu durante la Ribellione dei Boxer, durante la quale equipaggiò sia i soldati italiani impegnati nella difesa delle Legazioni che i contingenti che presero parte alla marcia verso Pechino della forza multinazionale composta da truppe inglesi, tedesche, francesi, russe, giapponesi, statunitensi e austro-ungariche, anche se in questo caso convisse ancora con il Vetterli-Vitali, visto che non era ancora stato standardizzato l'armamento.
Il fucile trovò poi un impiego ben più esteso durante la Guerra italo-turca durante la quale equipaggiò le forze italiane impegnate in Libia e nel Dodecaneso. In questo contesto il sistema si confrontò con combattimenti in ambiente desertico e semi-desertico, caratterizzati da elevata polvere, lunghe distanze di ingaggio e difficoltà logistiche, confermando nel complesso una buona robustezza operativa pur con i limiti intrinseci del calibro 6,5 mm in termini di effetto terminale.
In tale contesto desertico ebbe anche modo di venire testata una delle poche versioni automatiche del fucile, il Carcano Genovesi-Revelli Modello 1908, in circa 150 esemplari, ma i risultati furono disastrosi e l'arma si dimostrò inadatta all'uso efficace in ambiente libico. Questo giudizio negativo sull'arma influenzò anche il successivo implemento di altri Carcano di questi tipo, che nonostante i 6.000 esemplari ordinati non videro altro impiego attivo sul campo.
Durante la Prima guerra mondiale, il Carcano Modello 91 costituì l’arma individuale standard del Regio Esercito, che aveva ormai quasi completato l’armonizzazione dell’armamento dei reparti di prima linea. Nonostante ciò, il precedente Vetterli-Vitali Mod. 1870/87/16, ricalibrato per la cartuccia 6,5 × 52 mm, continuò a essere impiegato da reparti territoriali, unità di seconda linea, servizi logistici e formazioni ausiliarie, soprattutto nei primi anni del conflitto, a causa dell’enorme fabbisogno di armi generato dalla mobilitazione di massa.
Il conflitto segnò il primo impiego su larga scala del sistema Mod. 91 in tutte le sue principali varianti: il fucile lungo per la fanteria, i moschetti da cavalleria e per truppe speciali, nonché le versioni destinate ad artiglieria, genio e reparti alpini. Le caratteristiche del fucile riflettevano ancora concezioni ottocentesche di tiro disciplinato e a lunga distanza, ma il combattimento in trincea impose nuove esigenze operative, privilegiando rapidità di fuoco, maneggevolezza e semplicità d’impiego in ambienti ristretti. In questo contesto, i moschetti Mod. 91 si dimostrarono spesso più pratici del lungo fucile da fanteria nei combattimenti ravvicinati e nelle azioni d’assalto.
Le condizioni estreme del fronte alpino e carsico — fango, neve, gelo, polvere e pioggia — sottoposero il sistema a un impiego particolarmente gravoso. Il Carcano si dimostrò generalmente robusto, affidabile e relativamente semplice da mantenere, qualità apprezzate dai soldati italiani, anche se emersero alcune criticità. Il sistema di alimentazione a lastrina Mannlicher, pur rapido da ricaricare, risultava sensibile allo sporco accumulato nel serbatoio e poteva causare inceppamenti in caso di deformazione delle lastrine o di scarsa manutenzione. Furono inoltre mosse critiche alla cartuccia 6,5 × 52 mm, giudicata da parte di ufficiali e combattenti meno efficace nel tiro d’arresto rispetto ai calibri più potenti adottati da altri eserciti europei, pur garantendo rinculo moderato, buona precisione e facilità di controllo nel tiro rapido.
Durante il conflitto furono avviate anche sperimentazioni e modifiche destinate a migliorare l’impiego dell’arma, comprese versioni per tiratori scelti dotate di ottiche e adattamenti per il lancio di bombe da fucile. L’esperienza maturata nelle trincee influenzò profondamente l’evoluzione successiva della famiglia Carcano e contribuì alle riflessioni che avrebbero portato, negli anni successivi, allo sviluppo di nuove varianti più corte e maneggevoli.
Gli studi per la modernizzazione negli anni '20 e '30