Titolare della cattedra di storia del cristianesimo dal 1926 al 1928 e dal 1946 al 1959 all'Università di Roma, dal 1960 al 1971 insegnò in quella di Bari. Marxista, ambasciatore italiano in Polonia nel 1947, fu senatore della Repubblica dal 1953 al 1963, eletto nelle liste del Partito Comunista Italiano, e segretario dal 1960 dell'Associazione Italia-URSS. Collaborò con la rivista Il Calendario del Popolo.

Biografia Ambrogio Donini nacque a Lanzo Torinese (TO) in una ricca famiglia della borghesia piemontese: il nonno materno era banchiere, quello paterno un importante commerciante mentre il padre era un militare di carriera, generale di artiglieria; il fallimento della banca ridusse tuttavia di molto il tenore economico della famiglia Donini.

Trasferitosi a Roma con la famiglia, egli avrebbe dovuto seguire, come i suoi due fratelli, le orme paterne, intraprendendo la carriera militare, ma a nove anni perse un occhio in un banale incidente di gioco. Conseguita al liceo Tasso la maturità classica a pieni voti, si iscrisse alla facoltà di lettere dell'Università "La Sapienza" dove, allievo di Ernesto Buonaiuti, si dedicò soprattutto allo studio della storia delle religioni: una delle prime conseguenze dei suoi studi « fu l'abbandono di ogni prassi devozionale e della stessa fede cattolica che, come figlio di una famiglia estremamente devota, avevo sino allora seguito ».A. Donini, Sessant'anni di militanza comunista, 1988, p. 178.

Di Buonaiuti, prete modernista e docente dal 1916 di storia del cristianesimo nell'ateneo romano, Donini fu « allievo in senso quasi medievale », e cioè compartecipe non solo della sua dottrina ma anche del suo stesso modo di vivere e di pensare.

Donini si laureò con lui nel 1925 con una tesi su Ippolito di Roma, pubblicata quello stesso anno.

Nel 1926, su pressioni delle massime gerarchie cattoliche che avevano già sospeso a divinis e scomunicato Buonaiuti, Mussolini in persona - deciso a eliminare ogni ostacolo all'imminente accordo concordatario con il Vaticano - provvide a togliergli la cattedra per aver egli rifiutato, assieme a pochi altri docenti universitari di tutta la penisola, di pronunciare il giuramento di fedeltà al fascismo, come preteso dal regime. Alla cattedra di Buonaiuti succedette lo stesso Donini.

Aveva già clandestinamente aderito al Partito Comunista Italiano alla fine del 1926, e la polizia del regime s'interessò molto presto a lui: ottenuta una borsa di studio da Giorgio La Piana, allora professore di storia della Chiesa all'Università unitariana di Harvard, a Cambridge, nel Massachusetts, nel 1928 Donini lasciò l'insegnamento e l'Italia per trasferirsi negli Stati Uniti. Qui compì ricerche di lingua ebraica, siriaca e di storia del cristianesimo, ottenne il dottorato in teologia, fu lettore di letteratura italiana nella Brown University di Providence, nel Rhode Island, e professore d'italiano nello Smith College di Northampton. A Cambridge conobbe Olga Jahr, una cittadina ucraina emigrata negli Stati Uniti quando la sua terra era stata annessa alla Polonia, e la sposò nel 1930, avendone nel 1931 il figlio Pierluigi.

Alla fine del 1932 tornò in Europa, chiamato dal centro estero del suo partito, che gli affidò a Bruxelles la direzione delle «Edizioni di cultura sociale», nelle quali si presentavano traduzioni di testi marxisti, e la redazione del quotidiano antifascista « La Voce degli Italiani ». Dividendosi tra la capitale belga e Parigi, collaborò anche alla rivista teorica comunista « lo Stato Operaio » e conobbe i maggiori dirigenti comunisti, da Palmiro Togliatti a Luigi Longo, da Ruggero Grieco a Giuseppe Di Vittorio.

In missione clandestina in Italia La direzione del partito lo incaricò nel 1934 di prender contatto con ambienti intellettuali italiani e di distribuire materiale illegale: giunto in Italia munito di documenti falsi, incontrò a Torino l'editore Giulio Einaudi e a Parma, e poi a Bologna, il vecchio amico Cesare Magni, professore di diritto ecclesiastico in quella Università, ma « Magni apparteneva ormai a quella categoria di docenti universitari che guardano tutto attraverso le lenti accademiche e non nutrono che scarso interesse per quello che avviene intorno a loro ».A. Donini, op. cit., p. 23.

A Roma contattò un altro amico della prima gioventù, Paolo Milano, critico letterario, allora « giovane sovversivo [...] in stretto legame con studenti, artigiani e piccoli commercianti. Non appariva mai in primo piano ma la sua influenza era abbastanza grande, specie nel ristretto mondo dei perseguitati politici e dei giovani ansiosi di "fare qualcosa" ». Anche il Milano, qualche anno dopo, si allontanò dal Partito Comunista, fino a diventare, nel dopoguerra, un « cinico, disabusato, patrocinatore delle cause meno serie [...] è la sorte di quegli intellettuali che si isolano dagli elementi operai con i quali avevano, più sentimentalmente che per convinzione, collaborato ».A. Donini, op. cit., pp. 25-28.

Nell'ultima tappa della sua missione, a Milano avvicinò, al termine di una conferenza, il suo vecchio professore Buonaiuti:

Il Buonaiuti ribatté con sarcasmo e mancò l'appuntamento del giorno dopo: « evidentemente la mia presenza in veste di propagandista comunista era soltanto riuscita a impressionarlo e a gettarlo nel panico ». L'episodio fu poi narrato dallo stesso Buonaiuti in un modo che Donini giudicò « assai poco convincente ma non privo di fascino »: Buonaiuti avrebbe visto nella scelta comunista del suo allievo preferito una conferma della perdita di prestigio della gerarchia ecclesiastica che lo aveva rimosso dal suo compito di maestro dei giovani.A. Donini, op. cit., p. 31.

A Mosca e in Spagna Nell'aprile del 1935 si recò a Mosca con Celeste Negarville, quando si stava preparando il VII Congresso dell'Internazionale comunista che doveva riformulare la strategia politica del movimento comunista, aprendo un periodo di collaborazione con la socialdemocrazia di fronte all'affermarsi del fascismo in Italia, in Germania e, presto, in Spagna e in Portogallo. A maggio era a Parigi, per partecipare al Congresso mondiale degli scrittori per la difesa della cultura, al quale presero parte, tra gli altri, André Gide, Romain Rolland, André Breton, Louis Aragon, Robert Musil, Ėrenburg, Boris Pasternak, Bertolt Brecht, Anna Seghers, i fratelli Heinrich e Thomas Mann e, tra gli italiani, Guglielmo Ferrero e Gaetano Salvemini. A Parigi, Donini diresse la casa editrice del partito e la « Libreria franco-italiana », e stabilì con la famiglia la sua residenza legale, così che la polizia politica italiana poté facilmente individuarlo.

Il 1936 vide l'inizio della guerra civile spagnola: Donini si trovò a Madrid e a Valencia nel giugno del 1937 per partecipare alla nuova edizione del Congresso degli scrittori e tenere alcune trasmissioni radiofoniche per l'Italia. Tornato a Parigi nell'autunno del 1937, nel 1938, dopo l'annessione dell'Austria al III Reich, ebbe un incontro segreto, insieme con due altri esponenti comunisti italiani, il cattolico Fausto Marzi Marchesi ed Emilio Sereni, nella certosa della Valsainte, in Svizzera, con monsignor Mariano Rampolla del Tindaro, nipote dell'omonimo segretario di Stato di Leone XIII e consigliere di papa Pio XI, per valutare la possibilità di un avvicinamento della Santa Sede con l'Unione Sovietica che potesse servire da freno all'espansione nazista in Europa.A. Donini, op. cit., pp. 73-74. Alla fine dei colloqui, Donini prese l'impegno di continuare a spedire a Roma la rivista comunista « lo Stato Operaio » che « veniva letto con grande interesse dagli elementi più vicini a monsignor Rampolla ». Su quest'incontro, si veda R. Pertici, Quella mano tesa dal Vaticano a Mosca

Quell'incontro non ebbe seguito né in Vaticano né ai vertici del partito, anche se il Rampolla mantenne contatti con Marzi Marchesi e nel 1944, durante l'occupazione tedesca di Roma, nascose nella sua casa armi e documenti necessari ai gruppi della Resistenza romana. La relazione dei colloqui, presentata a Giuseppe Berti, il capo del centro estero di Parigi, fu da questi lasciata cadere e non fu nemmeno trasmessa a Togliatti.A. Donini, op. cit., p. 74.

Ne settembre del 1938 Donini fu ancora negli Stati Uniti e poi in Tunisia, per organizzare la stampa comunista fra gli emigrati italiani. A New York fu disposta la pubblicazione del settimanale Unità del Popolo, mentre a Tunisi uscì per un anno il quotidiano Il Giornale, diretto da Giorgio Amendola. A Barcellona, con Togliatti esaminò le prime copie, giunte da Mosca, dei Quaderni del carcere di Gramsci. Il progetto di pubblicarli in Francia svanì a causa della guerra e la pubblicazione avverrà in Italia a partire dal 1947.A. Donini, op. cit., pp. 75-77.

Negli Stati Uniti Alla fine dell'anno il centro estero comunista decise d'inviare nuovamente Donini a New York. Si trattava di combattere, in accordo con il Partito Comunista degli Stati Uniti, l'influenza che il fascismo era riuscito a esercitare tra i milioni di emigrati italiani e i loro figli e nipoti, ormai divenuti cittadini americani. Nel marzo del 1939, con la moglie e il figlio Pierluigi, s'imbarcava da Le Havre per New York.

Mentre la moglie trovò lavoro nella Biblioteca pubblica di New York, Donini collaborò con alcuni quotidiani americani. In giugno partecipò al III Congresso mondiale degli scrittori, pronunciandovi un discorso in inglese. La sua traduzione italiana, eseguita dalla « Casa italiana » della Columbia University diretta da Giuseppe Prezzolini, fu inviata all'OVRA.A. Donini, op. cit., p. 83. Donini, come altri antifascisti, deduce l'esistenza di una fattiva collaborazione dello scrittore con la polizia fascista durante il suo lungo soggiorno americano.

La firma del patto di non aggressione stipulato il 23 agosto tra la Germania nazista e l'Unione Sovietica comportò che i comunisti negli Stati Uniti fossero visti come possibili agenti sovietici. Poi l'attacco di Pearl Harbor, il 7 dicembre 1941, comportò che gli italiani fossero guardati come eventuali collaboratori del nemico: in questa duplice veste di comunista e italiano - benché ormai l'Unione Sovietica fosse in guerra contro l'Asse - Donini fu arrestato l'8 dicembre 1941. L'intervento della giornalista gollista Geneviève Tabouis, di Carlo Sforza e soprattutto di Eleanor Roosevelt, moglie del presidente, gli fecero ottenere, dopo due mesi di carcere, un sollecito processo, dal quale Donini uscì totalmente assolto.

Nel 1943, in seguito all'omicidio dell'anarchico Carlo Tresca avvenuto l'11 gennaio a New York, la stampa americana indicò in un primo momento in Vittorio Vidali, allora in Messico, il probabile esecutore e nel gruppo comunista newyorkese il mandante. Fu poi chiarito che la malavita di New York era responsabile dell'omicidio e il fascismo italiano il suo mandante.M. Canali, "Tutta la verità sul caso Tresca", in Fondazione Liberal, n. 4, 2001.

Alla caduta del fascismo, il 25 luglio, gli emigrati politici ottennero di rientrare in Italia, non però i comunisti, cui il Dipartimento di Stato americano negò il visto pensando che essi potessero recare difficoltà al governo provvisorio di Badoglio.A. Donini, op. cit., pp. 96-97. Passarono così due anni e fu necessaria una causa giudiziaria e lescamotage della nomina di Donini e di Giuseppe Berti a funzionari del Ministero degli esteri italiano, decretata su iniziativa di Togliatti dal governo Bonomi, perché essi potessero tornare in Italia nell'ottobre del 1945.A. Donini, op. cit., pp. 101-103.

Il ritorno all'insegnamento