Bianco è un comune italiano di abitanti della città metropolitana di Reggio Calabria, in Calabria.
Geografia fisica
Il centro abitato sorge sulla Costa dei Gelsomini, posta sulla fascia ionica della Città metropolitana di Reggio Calabria, ad est del capoluogo, e sorge sul litorale a 12 metri s.l.m., tra le foci delle fiumare Bonamico e Laverde.
Origini del nome L'origine del nome deriva dal colore bianco del terreno argilloso tipico del paese calabrese, al quale i marinai attribuirono il nome "Bianco" poiché in lontananza, dal largo del mare, era ben riconoscibile, apparendo come una macchia bianca tra i territori dei comuni confinanti.
Storia Origini L’area di Bianco, nella Locride, trae le sue radici da un nucleo insediativo greco-romano denominato Butroto, situato a pochi chilometri dall’attuale centro e identificato come possibile porto dell'antica Locri Epizefiri nel periodo di Magna Grecia. Tuttavia, questa derivazione resta ipotetica perché non esistono documenti antichi diretti che attestino l’evoluzione da Butroto alla comunità medievale di Bianco.
Le prime attestazioni documentali del nome Bianco risalgono a fonti altomedievali. In una platea della contea di Sinopoli datata 1194 (con aggiunte posteriori del 1274 e una trascrizione del 1335), l’abitato è citato come Mocta Blanci, indicando l’esistenza di un borgo già fortificato e provvisto di mura nel pieno Medioevo.Pietro De Leo (a cura di), La Platea di Sinopoli (sec. XII-XIV), Rubbettino, Soveria Mannelli 2006, p. 170.
Dominio feudale Nel medioevo la località fu inserita nel sistema feudale del Regno di Napoli sotto l’influenza della Corona aragonese. I Ruffo furono i primi feudatari documentati, detenendo la baronia fino al 1445. L’ultima erede della famiglia, Enrichetta Ruffo, sposò Antonio Centelles, che tuttavia fu privato dei titoli da Ferrante d’Aragona per il suo coinvolgimento in una congiura nobiliare. Dopo il perdono reale, Centelles riottenne i feudi nel 1462, che poi passarono al fratello Alfonso nel 1466. In quello stesso anno Bianco, insieme a Bovalino e Bruzzano, ricevette da re Ferrante il privilegio di terra demaniale, ossia di istituzione sotto l’autorità diretta della Corona, benché questo status fosse temporaneo. Nel 1496 il feudo fu nuovamente infeudato a Tommaso Marullo, conte di Condojanni, la cui famiglia detenne la signoria fino al 1588, quando dovette cederla a causa di debiti.Mario Pellicano Castagna, La storia dei feudi e dei titoli nobiliari della Calabria, vol. I, Frama Sud, Chiaravalle Centrale 1984, pp. 213-219.
Il feudo bianchese fu acquistato nel 1589 da Fabrizio Carafa, principe di Roccella e marchese di Castelvetere, e rimase sotto la giurisdizione della sua famiglia fino al 1806, anno in cui venne decretata l'eversione della feudalità da re Giuseppe Bonaparte, messo sul trono da Napoleone Bonaparte dopo aver costretto all'esilio la dinastia borbonica. Durante la signoria dei Carafa, il centro conobbe un relativo sviluppo economico e civile, soprattutto sotto il principe Carlo Maria Carafa, che nel 1692 promosse un corpo di norme (Ordini, Pandette e Costituzioni) volto a disciplinare amministrazione, economia, giustizia, istituzioni religiose e difesa costiera dalle incursioni dei pirati barbareschi. In questo periodo il borgo ebbe anche un’importanza commerciale legata all’esportazione di prodotti forestali (legname e pece) e allo sviluppo dell’allevamento equino, con i cosiddetti cavalli della Regia Razza, apprezzati anche alle scuderie della corte napoletana.
Per via della sua posizione geografica, Bianco divenne anche un importante snodo commerciale del luogo: la cittadina possedeva infatti un caricatoio di merci, da dove venivano imbarcati legname e pece nera, ricavati dalle foreste di Ferraina, sopra l'abitato dell'odierna Samo.Maria Sirago, La Calabria nel Seicento, in Storia della Calabria moderna e contemporanea, Gangemi Editore, Roma 1992, p. 264.
La città fu rasa al suolo dal terremoto del 1783, che provocò la morte di 36 abitantiCalabria 1783, il Terremoto. Storia di una catastrofe, migliaia di morti, vol. II, Local Genius, Catanzaro, 2018, p. 219.; in conseguenza del sisma, la popolazione iniziò a spostarsi verso la fascia costiera, dove si sviluppò il nuovo nucleo abitato, inizialmente denominato Bianco Novo. A pochi chilometri da esso, rimangono scarsi resti dell'insediamento originale.
Autonomia amministrativa e monarchia borbonica Durante la dominazione francese del Regno di Napoli, Bianco divenne sede del circondario omonimo (comprendente anche San Luca, Samo, Caraffa del Bianco e Casignana), facente parte del più ampio distretto di Gerace: tale ripartizione amministrativa fu mantenuta fino all'Unità d'Italia. Nel distretto, durante l'autunno del 1847, scoppiò una rivolta patriottica, inserita nel movimento rivoluzionario mazziniano di Reggio Calabria dello stesso anno: tra i promotori spiccò il bianchese Domenico Salvadori, uno dei Cinque Martiri di Gerace (insieme a Rocco Verduci, Gaetano Ruffo, Michele Bello e Pietro Mazzone). I rivoluzionari occuparono i paesi di Bianco, Bovalino e Caraffa del Bianco, bruciarono gli stemmi reali, distrussero le carte della polizia ed emanarono un proclama con cui si abolivano il divieto di attingere all'acqua di mare (allora usata come medicamento) e il dazio governativo, oltre a dimezzare il costo del sale e dei tabacchi.. La rivolta fu bene presto stroncata dall'intervento dell'esercito borbonico e dallo scarso seguito popolare: tutti e cinque i promotori del moto vennero catturati, processati e condannati a morte per fucilazione a Gerace il 2 ottobre 1847.
Unificazione italiana e monarchia sabauda Dopo l'Unità d'Italia, la suddivisione amministrativa del nuovo Stato cambiò di poco: Bianco divenne sede del mandamento omonimo, che comprendeva anche Samo, Caraffa, San Luca, Casignana e Sant'Agata del Bianco. Il paese venne coinvolto nella repressione del brigantaggio postunitario da parte della Guardia Nazionale: nel settembre del 1861, il generale De Gori, al comando di una compagnia di Guardie e di un reggimento di Bersaglieri, fece bruciare il convento del Crocefisso di Bianco e fucilare un monaco, in quanto il priore aveva dato ospitalità a José Borjès, generale spagnolo messosi al servizio dei Borbone delle Due Sicilie e sbarcato in Calabria con lo scopo di riunire le bande brigantesche in un unico esercito e tentare la riconquista dei territori dell'ex-Regno delle Due Sicilie..
Successivamente, la costruzione della ferrovia tra Reggio Calabria e Taranto, iniziata nel 1865 e terminata dieci anni dopo (il tratto tra Bianco e Roccella Ionica, lungo 36 km, fu inaugurato il 1° febbraio 1871Nicola A. Monteleone, La Locride dai Borboni ai Savoia, Ardore, AGE, 1997, p. 29.), contribuì ad accrescere l'importanza dell'abitato posto sulla marina a discapito del borgo medievale.
Nel 1908, in seguito al disastroso terremoto di Messina che aveva devastato anche Reggio Calabria e i paesi della costa calabrese ionica, l'antico borgo di Bianco fu definitivamente abbandonato e gli abitanti rimanenti si trasferirono presso Bianco Novo. Negli anni 1920, si fecero sentire le proteste delle leghe contadine per la ripartizione dei grandi latifondi agli ex-combattenti, secondo quanto disposto dal Decreto Visocchi del 1919; il paese fu successivamente sede del più consistente Fascio del Circondario di Gerace, che arrivò a contare 250 membri.Ferdinando Cordova, Il Fascismo nel Mezzogiorno. Le Calabrie, Rubbettino, Soveria Mannelli 2003, p. 118.Domenico Romeo, L'avvento del fascismo in Calabria. Il Circondario di Gerace, Ardore, AGE, 2009, p. 51. Durante il referendum istituzionale tra Monarchia e Repubblica del 2 giugno 1946, votarono 2300 abitanti, che preferirono la Monarchia, con 1414 voti, contro gli 803 suffragi espressi per la forma repubblicana; vi furono, inoltre, 55 schede bianche e 83 schede nulle.
Simboli
Stemma
Lo stemma, raffigurante un cavallo bianco al galoppo verso la destra araldica su un manto erboso e un cielo, entrambi al naturale, e circondato dagli ornamenti esteriori da comune, trae le sue origini dall’allevamento equino dei cosiddetti cavalli della Regia Razza, apprezzati anche alle scuderie della corte napoletana durante il periodo feudale dei Carafa.
Gonfalone
Il gonfalone comunale è un drappo rettangolare di rosso, caricato al centro dello stemma comunale e della denominazione istituzionale in caratteri latini dorati .
Monumenti e luoghi d'interesse Architetture religiose Duomo (Chiesa di Tutti i Santi)
È la principale chiesa parrocchiale del comune. La storia dell’attuale edificio di culto ha origine nel contesto del terremoto del 5 febbraio 1783, uno degli eventi sismici più devastanti nella storia della Calabria. A seguito del sisma, l’antico abitato di Bianco risultò gravemente compromesso e si rese necessario il trasferimento del paese nel cosiddetto suolo di Pigliano, dove fu avviata anche la costruzione della nuova chiesa parrocchiale.
I lavori di edificazione della chiesa di Tutti i Santi procedettero con notevoli difficoltà e subirono numerose interruzioni, tanto che l’opera poté dirsi conclusa soltanto nel gennaio del 1840. L’edificio presentava caratteri riconducibili allo stile barocco, seppure con evidenti elementi di ritardo stilistico, tipici dell’architettura ecclesiastica calabrese dell’Ottocento. Nel 1928, a seguito di rilievi tecnici approfonditi, emersero gravi problemi di natura strutturale che compromettevano la stabilità dell’edificio. Le perizie evidenziarono come un semplice intervento di restauro non sarebbe stato sufficiente né economicamente conveniente, poiché le opere necessarie avrebbero comportato una spesa prossima a quella di una completa ricostruzione, senza garantire un risultato duraturo. Alla luce di tali considerazioni, si decise di procedere con la demolizione della chiesa, che ebbe luogo nel 1929, e di affidare il progetto della nuova costruzione all’ingegnere Foderaro.
L’avvio dei lavori della nuova chiesa non fu immediato: trascorsero circa due anni prima che il cantiere fosse attivato, tra la fine del 1931 e l’inizio del 1932. I lavori proseguirono fino alla realizzazione della copertura dell’intero edificio, ma furono successivamente interrotti per una serie di cause concomitanti, tra cui la guerra italo-etiopica e, soprattutto, la seconda guerra mondiale, che determinarono una lunga sospensione delle attività edilizie. Nel 1946 fu nominato economo della parrocchia di Tutti i Santi, con diritto alla successione, il sacerdote don Pasqualino Palamara, il quale si adoperò immediatamente per la ripresa dei lavori. Nonostante l’edificio non fosse ancora completamente ultimato, la chiesa fu riaperta al culto il 19 gennaio 1947. Le celebrazioni liturgiche si svolsero regolarmente, sebbene l’altare fosse inizialmente allestito in forma provvisoria. Nell’ottobre dello stesso anno, grazie anche a un contributo economico inviato dagli emigrati bianchesi residenti all’estero, fu possibile completare la pavimentazione, il presbiterio, la balaustra e l’altare in marmo.
Nel corso dei decenni successivi, l’edificio ha richiesto periodici interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria. Don Pasqualino Palamara, parroco fino al 1979, promosse importanti lavori di restauro della cupola, che presentava problemi dovuti a infiltrazioni di acqua piovana. Analoga attenzione fu riservata alla struttura anche dal suo successore, padre Emanuele Tognazza. A partire dal 1991, sotto la guida di padre Achille Valsecchi, furono eseguiti ulteriori interventi di rilievo, tra cui il rifacimento degli intonaci, il restauro del tetto, la sistemazione della scalinata di ingresso e il rinnovamento del pavimento interno, contribuendo in modo significativo alla conservazione e alla valorizzazione dell’edificio.
Santuario di Maria Santissima di Pugliano