La colonna dell'Abbondanza, o della Dovizia, è un monumento del centro storico di Firenze, situato in piazza della Repubblica. La colonna pare sostituisse, a partire dal 1430, un monumento analogo romano che segnava, nel foro, il centro della città, all'incrocio tra cardo e il decumano maggiori. Per secoli fulcro del Mercato Vecchio, fu smontata nel 1885 durante il "Risanamento", e ricollocata solo nel 1955.

La statua della Dovizia o Abbondanza sulla sommità, originariamente di Donatello, si è sgretolata ed è stata rifatta più volte: oggi si vede una replica in vetroresina che imita la pietra serena della statua che fece Mario Moschi negli anni '50, a sua volta riproducente un'opera di Giovanni Battista Foggini del 1721.

Storia e descrizione La colonna romana

La colonna odierna si erge più o meno nel punto in cui, ai tempi della Florentia romana, si incrociavano il cardo e il decumano massimi, a segnare il centro della città: quasi sicuramente, visto il valore simbolico del luogo, doveva quindi trovarsi qui già in antico una colonna o un traguardo. È una leggenda cittadina che una prima colonna romana esistesse ancora nel Medioevo e che fosse stata trasportata nel battistero assieme all'altrettanto leggendaria statua di Marte o, secondo un'altra versione, che i pezzi della colonna romana fossero stati atterrati e inglobati nel basamento di una colonna medievale qui ricollocata, in segno di continuità.

Un documento del XV secolo ricorda come comunque qui esistesse ancora una colonna prima dell'erezione dell'attuale, e che questa venne poi trasferita in piazza San Felice (ma non si tratta della colonna di San Felice poiché questa venne cavata ed eretta ex-novo nel XVI secolo)Libro segreto di Goro Dati, XV secolo, pubblicato nel 1889..

Nel 1887 venne effettivamente trovato un mozzicone di colonna in granito sotto il basamento della colonna quattrocentesca, che era fissato con della malta fino a un livello di pavimento dell'epoca romana. Più che di una colonna onoraria tuttavia il Milani ipotizzò che, con altri frammenti di pilastri trovati sotto il tabernacolo di Santa Maria della Tromba, si trattasse di un porticato simile al portico di Ottavia a Roma, che decorava il lato del foro opposto al tempio Capitolino. Tale ipotesi venne illustrata da Corinto Corinti, ma c'è anche chi enfatizzò questa scoperta legandola alla leggendaria "colonna" onoraria romanaCome D. Fraschetti, 1885., su cui i Fiorentini avrebbero voluto ricostruire il monumento, addirittura collegandolo ai resti con un palo di ferro.

La colonna quattrocentesca

In ogni caso l'attuale monumento, con il fusto in granito grigio dell'Elba, fu eretto nel 1430 dagli Ufficiali di Torre, i quali avevano ottenuto nel 1429 l'autorizzazione a utilizzare una colonna situata presso il campanile di Giotto dagli Operai del Duomo, su intercessione dell'Arte della LanaDocumenti pubblicati dal Milani nel 1887.. Vasari invece scrisse che la colonna proveniva dal battistero, ma come osservò già il Baldinucciripreso e documentato da Jodoco Del Badia., in quel caso l'autorizzazione sarebbe dovuta arrivare tramite l'arte dei Mercatanti, patroni del battistero stesso. Tuttavia la similitudine con alcune colonne dello stesso materiale lungo il perimetro interno del monumento ottagonale hanno fatto pensare che la colonna concessa fosse un avanzo di costruzione dello stesso, depositata presso Santa Maria del Fiore da così tanto tempo da farla ritenere ai Consoli del Duomo come di loro proprietàDomenico Fraschetti, 1885..

Il nuovo monumento venne inaugurato poco dopo il capodanno fiorentino, il 30 marzo del 1430, nella zona ormai fortemente caratterizzata per la presenza di un mercato e quindi in relazione alle attività che qui si svolgevano e alle merci che qui si vendevano. Vi venne installata infatti alla sommità una statua in pietra serena di Donatello, raffigurante la Dovizia (con allusione ai prodotti della terra che si commercializzavano), ossia una donna in piedi che reggeva con la mano sinistra una cornucopia e con la destra un cesto di frutta sulla testa. La scelta del soggetto alludeva anche alle virtù civiche celebrate dagli umanisti come Leonardo Bruni: l'opulenza era intesa come risultato dell'operosità dei cittadini e presupposto per la liberalità e la carità cristianaSframeli, cit..

Un'errata lettura della raffigurazione della piazza nel Codice Rustici (1447-1452) ha fatto pensare che l'artista non avesse messo mano all'opera prima del suo ritorno da Padova (1454), contrariamente a quanto scritto dal Vasari che la ricorda come eseguita prima della partenza (1443). In realtà un abbozzo della statua è visibile anche nel Codice, ed essa è inoltre citata in una sacra rappresentazione che confermerebbe la sua datazione a un momento vicino all'erezione della colonna, nel periodo del sodalizio con Michelozzo e della realizzazione del pulpito di PratoLe fonti sono citate in Sframeli, cit., p. 31, e note a p. 33..

Per quanto riguarda l'aspetto della statua, perduto un disegno riferito alla mano del maestro stesso e ricordato nel XVIII secolo in possesso di padre Sebastiano Resta da Giovanni Bottari, restano comunque numerose attestazioni pittoriche e una serie di repliche in scala minore, con varianti, per lo più della bottega di Giovanni della Robbia. Tra le prime spiccano la Predica di san Pietro Martire di Giorgio Vasari nella cappella di San Pio V in Vaticano, la veduta dello Stradano nella sala di Gualdrada in palazzo Vecchio, una rappresentazione nella Città ideale riferita a Fra Carnevale nella Walters Art Gallery di Baltimora, e due vedute di Mercato Vecchio attribuite a Filippo Napoletano o alla sua scuola, una nelle collezioni della Fondazione della Cassa di Risparmio di Firenze, l'altra in collezione privata.

Sul capitello (corinzio) invece le fonti antiche tacciono: mai citato nelle fonti donatelliane, si trattava forse di un esemplare antico di spoglio.

Alla base venne realizzato un basamento a gradoni, che fungesse anche da panca di via.

Gli inserimenti

Parallelamente a un certo decadimento della piazza e dei suoi abitanti, anche della colonna si iniziarono a fare usi impropri. In particolare, ai primi di giugno del 1504 vennero impiombate alla colonna due catene con anello in ferro per esporre alla gogna i commercianti disonesti, così come i truffatori e i debitori insolventi. Tale usanza è ricordata nel Diario di Agostino Lapini: "A dì primo di giugno, si messe e s'impiombò quello anello e collare di ferro, che è nella colonna del Mercato Vecchio, che si mette al collo di quelli che stanno lì in gogna: che non era mai stato. A questa si può conoscere che la tristezza e cattività degli uomini va crescendo". Oltre a questa punizione, in Mercato Vecchio era installata anche una forca, poco più a nord, in cui si commisuravano le pene dei tratti di fune, come rappresentato nelle tele di Filippo Napoletano e come annotato anche nella pianta del Buonsignori.

La soppressione della tortura e delle pene corporali attuata da Pietro Leopoldo nel 1786 resero inutili gli anelli, che vennero smontati: sono ancora visibili a metà altezza i fori tappati in cui questi si trovavano, e non vanno scambiati con i tre anelli che, a mo' di cinta, si trovano sulla colonna dopo la sua ultima ricollocazione e che hanno la funzione di aumentarne la resistenza nei punti più critici.

Un altro tassello, più in alto, ricorda come qui fosse fissata una campanella, rivolta verso la loggia del Pesce a ovest, che veniva quotidianamente suonata da un magistrato della Grascia e che segnalava due ore prima del mezzogiorno il momento in cui i contadini, che ogni giorno portavano le merci dagli orti fuori città, potevano disfarsi di quanto rimasto cedendolo all'ingrosso agli ortolani e andarsene: fino ad allora essi potevano solo vendere al dettaglio. Questa usanza, riportata anche nei libri di Giuseppe Conti, è stata talvolta equivocata col suono di apertura e chiusura del mercato, che invece era affidato alla campana della chiesa di Santa Maria degli Ughi, nella vicina piazza delle Cipolle.

La statua settecentesca

All'inizio del XVIII secolo la statua di Donatello era così deteriorata dal tempo e dalle intemperie da dover essere rimossa, nel 1720-1721: Il Richa parla di una vera e propria rovina che la statua fece crollando dalla colonna durante delle intemperie, mentre Il Baldinucci, il Burgassi, il Settimanni e altri parlano di una sostituzione dell'opera ormai troppo logora. Lo stesso anno i Capitani di Parte Guelfa commissionarono a Giovanni Battista Foggini una nuova statua della Dovizia (per quanto al termine "Dovizia" si andasse sostituendo quello di "Abbondanza") e un nuovo capitello (ionico), che vennero installati il 19 novembre 1721, come ricordava un'iscrizione posta sulla colonna, sul lato nord verso il Ghetto. Di tale iscrizione oggi non c'è più traccia, ma è ricordata da alcune fonti: forse si trattava di una pittura sulla pietra che è svanita o di una tabella andata perduta. Sicuramente l'opera venne soltanto disegnata dallo scultore e scolpita dai suoi allievi, essendo egli ormai anziano e paralizzato negli arti inferiori per una disabilità che lo tormentò tutta la vita. Si trattava una creazione autonoma, non di una copia pedissequa, con una slanciata figura femminile che reca in testa una corona di spighe di grano, e tiene la cornucopia con entrambe le mani e rovesciata verso il basso, quasi a distribuire le sue ricchezze al popolo.

Non si sa che fine fece la statua di Donatello: alcuni hanno ipotizzato che venisse smontata e riutilizzata per quanto possibile in altre opere, come per restaurare la testa della Fede di Jacopo di Piero Guidi nei polilobi della loggia dei LanziGiulia Brunetti 1969. Oltre che per la diversità dei materiali (marmo anziché pietra), tale ipotesi non è sostenibile perché la statua donatelliana dopo tre secoli doveva essere ormai ridotta a un mozzicone, in condizioni molto peggiori in cui si trovava la statua fogginiana quando fu rimossa un secolo e mezzo dopo. È non è forse un caso che il Foggini, pur dovendo copiare lo stesso soggetto, omise il dettaglio del braccio sollevato e del cesto sopra la testa, poiché queste parti libere e sporgenti dovettero probabilmente essere le prime a staccarsi e andare perdute.

Anche nell'opera del Foggini, oggi custodita nel palazzo della Cassa di Risparmio di Firenze in via Bufalini, un braccio che reggeva la cornucopia si è distaccato ed è andato perduto, per le note fragilità della pietra serena esposta alle intemperie.

La colonna durante il Risanamento

Lo sviluppo del mercato portò la colonna ad essere inglobata in una delle botteghe dell'area, con la parte alta del fusto, il capitello e la statua sporgenti oltre il tetto del piccolo edificio, così come documentano numerosi dipinti, disegni e fotografie ottocentesche. Forse in quell'epoca, approfittando della raggiungibilità della parte alta del fusto, fu scolpito un posizione semirovesciata un piccolo monte con una croce che ancora oggi si vede, simbolo del Calvario.

In occasione delle demolizioni che interessarono l'area del Mercato Vecchio e del Ghetto ebraico tra il 1881 e il 1895 la colonna venne prima liberata, poi in seguito alla caduta di un braccio, nel marzo 1885 venne poi smontata: la statua e il capitello ricoverati nel lapidario allestito presso il museo di San Marco, il fusto nei magazzini presso Porta Romana.

Il 3 marzo 1887 iniziarono i lavori di scavo sul sito della colonna e nella sua relazione Luigi Adriano Milani riferì di aver trovato, al di sotto di essa, a circa tre metri di profondità, un tronco di granito simile a quello della Dovizia, murato su un getto di malta profondo altri quattro metri, fino a un livello di pavimento dell'epoca romana. Come già accennato, lui ipotizzò che facesse parte di un portico dell'antico foro. I resti vennero comunque rinterrati.

Ricostruzione