Il titolo di Beata Vergine Maria della Madia identifica la patrona della città di Monopoli e della diocesi di Conversano-Monopoli. La devozione è legata a un 'icona bizantina che, secondo la tradizione agiografica, approdò nel porto cittadino il 16 dicembre 1117, trasportata da una zattera di legname che permise il completamento del tetto della cattedrale romanica allora in costruzione. L'opera rappresenta un fondamentale punto di sintesi tra la teologia figurativa dell'Oriente greco e la sensibilità religiosa dell'Occidente latino, riflettendo la complessità culturale della costa adriatica. Il contesto storico Tra il XII e il XVI secolo, la Puglia assunse il ruolo di «cerniera» culturale e geografica tra l'Impero bizantino e l'Europa occidentale. La centralità dei porti adriatici favorì una circolazione continua di mercanti, pellegrini e intellettuali, facilitando l'innesto di culti orientali nel tessuto devozionale locale. Questa "cultura adriatica" si dimostrò particolarmente ricettiva verso le leggende delle icone 'venute dal mare', un fenomeno che trovò nuovo slancio dopo la caduta di Costantinopoli (1453). L'afflusso di esuli greci lungo le coste pugliesi agì da catalizzatore per la stabilizzazione di racconti relativi alla traslazione miracolosa di immagini sacre, intese come frammenti di un mondo bizantino in dissolvimento che cercavano rifugio sulle rive occidentali.

Il topos agiografico Il culto della Madonna della Madia non è un fenomeno isolato, ma si inserisce nella diffusione dell'icona Odegitria nell'Occidente bizantino tra il XII e il XIII secolo. La Puglia, grazie ai suoi porti adriatici, ha agito storicamente come una "cerniera" tra Oriente e Occidente,' rendendo Monopoli particolarmente ricettiva alle tradizioni devozionali greche. La leggenda dell'approdo miracoloso segue precisi topoi agiografici orientali, come quello dell'icona che attraversa il mare per sfuggire alle persecuzioni, un motivo già presente nell'Epistula synodica del IX secolo e nel dossier dell'icona Portaitissa del monte Athos. Sebbene la tradizione affondi le radici nel XII secolo, la sua sistemazione organica e letteraria avvenne solo nel XVII secolo per iniziativa del vescovo Francesco Surgente. Fu l'arcidiacono Francesco Antonio Glianes a pubblicare nel 1643 la prima Historia, definendo i dettagli del racconto, come le 31 travi e la triplice apparizione in sogno. È interessante notare come esistano varianti meno note, come quella riportata dal viaggiatore francese A. L. Castellan, che attribuisce il salvataggio dell'icona a un certo Euprasio durante il periodo iconoclasta.

Le fonti scritte Tra le testimonianze più antiche che riportano la tradizione:

Monopoli, Medioevo e Rinascimento. Historia et Miracoli della divota e miracolosa Imagine della Madonna della Madia miracolosamente venuta nella Città di Monopoli e d'alcune cose notabili di detta Città del 1643, ad opera di Francesco Antonio Glianes, arcidiacono del Capitolo Cattedrale di Monopoli. Si tratta della fonte più antica ad oggi nota e disponibile; Il racconto dell'approdo riportato in Italia Sacra di Ferdinando Ughelli, redatto dal Canonico teologo del Capitolo Cattedrale di Monopoli, Giovanni Francesco Cimino, nello stesso periodo; LAtlas marianus di Wilhelm Gumppenberg S.J., teologo di origine bavarese che volle fare un censimento delle immagini mariane esistenti; per far ciò, chiese la collaborazione dei suoi confratelli sparsi per il mondo (ben 270 corrispondenti) tra cui il collegio dei gesuiti di Monopolicfr. M. Fanizzi, (a cura di), G. Brescia (trad.), Contributo al IX centenario dell'approdo dell'icona di Maria SS. della Madia, C&C arti grafiche, Monopoli, 2017.; Il racconto dell'approdo riportato ne La Minopoli manifestata, o sia Monopoli manifestata, del 1773, di Alessandro Nardelli.

La tradizione dell'approdo

Secondo le fonti agiografiche e in particolare il racconto più antico, tradito da Francesco Antonio Glianes, la storia del culto affonda le sue radici nei primi decenni del XII secolo. Nel 1107, il vescovo di Monopoli Romualdo avviò la costruzione della nuova cattedrale romanica per sostituire il vecchio tempio, ormai angusto e fatiscente. Dieci anni più tardi, nel 1117, i lavori subirono un arresto forzato a causa della totale mancanza di legname necessario alla costruzione della volta a capriate della chiesa. La svolta, sospinta dalle fervide preghiere del prelato alla Vergine, assunse i tratti del prodigio nella notte tra il 15 e il 16 dicembre 1117.

La Madonna apparve in sogno a un pio cittadino monopolitano, identificato dalla tradizione successiva con il sacrestano Mercurio, annunciando che nel porto era giunto quanto richiesto dal vescovo. L'uomo si recò immediatamente dal vescovo Romualdo che, incredulo, lo rispedì a dormire; l'evento si ripeté per tre volte. Alla terza apparizione, Mercurio si recò personalmente al porto, dove scorse una grande zattera formata da 31 lunghe e grosse travi. Informato del fatto, il vescovo dispose una solenne processione verso lo scalo marittimo.

La tradizione orale racconta che la zattera sia arretrata per tre volte nel bacino portuale, impedendo al presule di avvicinarsi, come segno di sdegno per la sua iniziale incredulità. Solo dopo aver incensato il mare, l'anziano vescovo poté accogliere l'icona della Madre di Dio con il Bambino in braccio che si trovava sopra i legni, trasportando sia l'effigie sia le travi (tuttora parzialmente conservate) all'interno della cattedrale in costruzione.

Il titolo mariano

Il titolo mariano 'della Madia', secondo l'ipotesi popolare, farebbe riferimento all'arca da farina normalmente utilizzata per impastare il pane: sostenuta fin dal XVII secolo da autori come Giovanni Rho e Serafino Montorio, l'ipotesi suggerisce che le trentuno travi fossero concatenate in modo tale da assumere la forma concava del mobile in cui si impasta la farina.

La critica moderna tende a considerare il lemma, invece, di derivazione spagnola. Il termine almadía (a sua volta derivante dall'arabo al madiya, "zattera") indica specificamente una struttura di lunghi tronchi legati insieme e usate dagli 'zattieri' per trasportare merci sfruttando le correnti fluviali o marittime, tecnica ampiamente diffusa nella penisola iberica fin dal XIV secolo. La pratica è ancora oggi attiva e riconosciuta tra i patrimoni dell'UNESCO. La comparsa documentale del titolo a Monopoli a ridosso e durante la dominazione spagnola (tra il XVI e il XVII secolo) attesta l'assimilazione linguistica del termine, traducibile letteralmente come "Madonna della zattera".

La critica storica La critica storica evidenzia come il racconto del prodigioso approdo sia stato strutturato e ufficializzato solo in epoca barocca, precisamente tra il 1642 e il 1643, sotto l'episcopato del vescovo Francesco Surgente. Nel quadro della Controriforma e di una rinnovata promozione del culto mariano nel Regno di Napoli, il vescovo commissionò al predicatore teatino Luigi Dentice un ciclo di sermoni (1642) e all'arcidiacono Francesco Antonio Glianes la stesura dellHistoria e miracoli della divota e miracolosa imagine della Madonna della Madia (1643), prima trattazione organica della vicenda. Tra i dati più peculiari, si segnala che il Glianes parla genericamente di un «cittadino» che riceve in sogno l'annuncio dell'approdo: il nome di "Mercurio" (legato all'antica intitolazione della preesistente chiesa di San Mercurio) comparirebbe solo a partire dalla metà del 1700, come nel dipinto di Nicola Maria Signorile, Sogno del sagrestano Mercurio. Inoltre la narrazione si inserisce pienamente nel genere letterario delle icone "venute dal mare" per sfuggire alle persecuzioni iconoclaste (come nei celebri modelli della Maria Romaia o della Panagia Portaitissa del Monte Athos). Elementi come il viaggio miracoloso sulle acque, il rifiuto dell'icona ad approdare dinanzi al dubbio e lo spostamento prodigioso dell'effigie riflettono una profonda matrice culturale bizantina, rielaborata dalla memoria orale monopolitana.

L'origine dell'Icona

L'ipotesi costantinopolitana

Alcune particolari caratteristiche di questa icona sono di grande importanza per definirne le sue coordinate spazio-temporali. Secondo alcuni studiosi, la sua origine potrebbe essere collocabile nell'area costantinopolitana, in quanto è proprio nel monastero degli Odighoi (delle guide) di Costantinopoli che si diffuse il culto verso la prima e più antica icona della Madre di Dio Odigitria (oggi andata perduta) giunta da Gerusalemme nel V secolo. Il colore rosso scuro del maphorion della Vergine ricorderebbe quello tipico delle icone scritte in quella zona. Anche l'uso dei colori per gli incarnati fanno riscontrare una notevole somiglianza con l'icona della Madre di Dio di Vladimir, proveniente anch'essa dalla zona di Costantinopoli. Anche la postura del Cristo permetterebbe di fissare, con una certa precisione, la datazione dell'icona. Le antiche Odigitrie lo raffiguravano in posizione frontale rispetto al fedele, ma nel periodo della dinastia dei Comneni esso subisce una graduale rotazione del corpo verso la Madre; questo movimento darà poi vita al tipo iconografico della Glycophilousa (Madonna della dolcezza). L'anno 1117 troverebbe perciò una sua perfetta corrispondenza in questo particolare legame storico con la dinastia comnena che, infatti, ha governato l'impero bizantino tra l'XI e il XII secolo. Le due figure che sono riprodotte in basso, una presenza inconsueta in un'icona, dipinte in un secondo momento rispetto alla scrittura della tavola, rimanderebbero ancora al monastero costantinopolitano dove, oltre ai monaci (di cui abbiamo un richiamo nella figura prostrata ai piedi del Cristo), risiedeva anche la Confraternita dell'Odigitria che indossava come abito liturgico una veste rossa molto simile a quella della figura in basso a sinistra della Madia. Un'altra possibilità, meno certa della prima, è che l'iconografo stesso abbia voluto evidenziare in maniera più forte la provenienza di questa icona aggiungendo in basso i due uomini in preghiera, ma la loro fattura e lo stile utilizzato molto diversi rispetto alla Madre e al Cristo portano a pensare alla loro aggiunta posticcia. La notizia sembra confermata dalle analisi svolte sull'Icona durante il suo restauro negli anni Ottanta del Novecento. Le sue grandi dimensioni, inoltre, fanno pensare ad una sua origine per uso liturgico, quindi sicuramente anche processionaleM. A. Ziccheddu, Relazione al Convegno mariologico diocesano, Monopoli, 15 novembre 2017..

Alcune ipotesi tradizionali, infine, attribuiscono l'arrivo di questa icona a Monopoli da Costantinopoli per mano di un certo Euprasio, tuttavia non ci sono fonti storiche che lo accertino.

L'ipotesi del 'furto sacro' Nel panorama degli studi, lo storico dell'arte Valentino Pace propone una ricostruzione che si discosta dalle tradizionali attribuzioni locali. Respingendo l'ipotesi di una fattura pugliese, lo studioso colloca l'opera tra la fine del XII e la prima metà del XIII secolo nell'area culturale del "Mediterraneo greco", rilevando influssi costantinopolitani e ciprioti. A conferma di ciò, la figura femminile prostrata a destra in atteggiamento di proskynesis viene identificata come una monaca greca: il suo gesto di toccare a mani nude il tallone del Bambino, tipico della tradizione ortodossa, attesta che l'icona fu originariamente commissionata per un monastero femminile di rito greco, istituzione all'epoca assente a Monopoli. Al contrario, la figura del tonsurato orante a sinistra è un'aggiunta successiva, eseguita da un pittore pugliese entro la fine del XIII secolo. Secondo Pace l'icona potrebbe essere stata oggetto di un "furto sacro" (furtum sacrum) d'oltremare. Il danno subìto dalla tavola durante il trasporto fu coperto in Puglia facendo ridipingere la parte sinistra con l'immagine del nuovo committente occidentale.

L'ipotesi cipriota