Il portiere di notte è un film italiano del 1974, dramma erotico-psicologico di guerra, co-scritto e diretto da Liliana Cavani. È interpretato da Dirk Bogarde e Charlotte Rampling, con Philippe Leroy, Gabriele Ferzetti e Isa Miranda in ruoli secondari. Ambientato a Vienna nel 1957, il film è incentrato sulla relazione sadomasochista tra un ex ufficiale tedesco di un campo di concentramento nazista (Bogarde) e una ex internata (Rampling). I temi del film, l'ossessione sessuale e sadomasochistica, e l'uso di immagini dell'Olocausto, hanno reso il film controverso fin dalla sua uscita, dividendo la critica sul suo valore artistico. Nel luglio 2018, fu selezionato per essere proiettato nella sezione Venezia Classici della 75ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia.
Trama Durante la seconda guerra mondiale, Maximilian Theo Aldorfer, un ufficiale delle SS naziste che si spacciava per medico per scattare fotografie sensazionali nei campi di concentramento, e Lucia, una ragazza internata in uno di questi campi a causa dei legami politici del padre socialista, ebbero un'ambigua relazione sadomasochista. Max tormentava Lucia, ne abusava, ma fungeva anche da suo protettore.
Anni dopo, nel 1957, Lucia, sopravvissuta alla guerra, e il suo ex aguzzino Maximilian, che sotto un altro nome adesso lavora come portiere di notte, si incontrano casualmente nell'albergo di Vienna dove lui svolge le sue mansioni. Lucia, che si ferma nell'hotel per un breve soggiorno, è ora sposata con un direttore d'orchestra americano; Max è membro riluttante di un gruppo di ex commilitoni delle SS che hanno accuratamente nascosto il proprio passato distruggendo documenti ed eliminando testimoni delle loro attività belliche. Max dovrà affrontare un finto processo per mano del gruppo per i suoi crimini di guerra. Il leader del gruppo, Hans Vogler, afferma che per loro in realtà "la guerra non è mai finita" e accusa Max di "essersi arreso" e di voler vivere "nascosto come un topo di chiesa" (in Italiano "come una talpa"). Max desidera rimanere nascosto, ma esprime il suo sostegno alle attività del gruppo. In questo lugubre micro-ambiente, si alimenta la nostalgia in un culto quasi religioso per il defunto Führer.
L'inatteso incontro li fa precipitare in una relazione sadomasochista, con la variante che l'ex vittima è a conoscenza del passato del suo aguzzino e può fuggire oppure denunciarlo. Per occultare il proprio passato, Maximilian lavora ossessivamente per compiacere gli ospiti, specialmente la contessa, una confidente che richiede i suoi servigi come procacciatore di uomini che le facciano da partner sessuali.
Molti degli ospiti dell'albergo sono criminali di guerra, che tengono riunioni segrete nell'hotel per sviluppare strategie atte a far sparire qualsiasi prova che li colleghi ai loro crimini. Max prepara con questi ex nazisti la sua posizione per un suo ipotetico imminente processo di guerra condotto dagli Alleati, sviluppando così un finto processo segreto al fine di capire come reagire durante gli interrogatori, per sopprimere ogni residuo senso di colpa e, anche, per ricordarsi ogni dettaglio eventualmente presente negli archivi, che, in questo caso, doveva essere distrutto, o ricordare i nomi di possibili testimoni da intimidire o eliminare.
I ricordi del passato punteggiano il presente di Max e Lucia con incalzante frequenza, suggerendo che Lucia sia sopravvissuta proprio grazie alla sua relazione con Max: in una di queste scene ricordate, Lucia canta una canzone di Marlene Dietrich, "Wenn ich mir was wünschen dürfte" ("Se potessi esprimere un desiderio"), alle guardie del campo mentre indossa pezzi di un'uniforme delle SS, e Max la "ricompensa" con la testa mozzata di un detenuto che l'aveva maltrattata, riferendosi a Salomè. Egli è ancora ossessionato dalla loro passata relazione vittima/carnefice. I due subiscono una insana, reciproca e incontrollabile attrazione che li porta a legare i loro destini, nonostante il passato oscuro che condividono e per il pericolo rappresentato dai camerati di Max, Klaus e Hans, recidivi negli atteggiamenti da nazisti fanatici e assetati di sangue.
Poiché potrebbe testimoniare contro di lui, l'esistenza di Lucia rappresenta una minaccia per Max e i suoi ex compagni. Max si reca da un ex collaborazionista nazista, Mario, che sa che Lucia è ancora viva; Max lo uccide fuori campo per proteggere il suo segreto e Lucia. Dopo che il marito di Lucia lascia la città per lavoro, Max e Lucia riprendono i loro vecchi rapporti amorosi nell'appartamento di Max. Max confessa alla contessa Stein, un'altra ospite del suo hotel, di aver ritrovato la sua "bambina". La contessa gli dice che è pazzo; Max risponde che sono entrambi "sulla stessa barca". Nel frattempo, Vogler fa spiare Max da Adolph, un ragazzo che lavora nell'hotel.
Max viene interrogato dalla polizia sull'omicidio di Mario. Trascorre giorni con Lucia nel suo appartamento, incatenandola al muro in modo che "non possano portarla via", e dorme poco. Vogler, che vuole che Lucia testimoni contro Max nel processo simulato – sebbene nutra intenzioni più ambigue nei suoi confronti – le fa visita e la informa che Max è malato. Le suggerisce che anche Lucia debba essere malata per permettersi di trovarsi in quella situazione, ma lei lo manda via, sostenendo di stare con Max di sua spontanea volontà.
Gli ex ufficiali delle SS sono infuriati con Max per aver nascosto un testimone chiave. Max si rifiuta di procedere con il processo, definendolo una "farsa", e ammette di lavorare come portiere di notte a causa del suo senso di vergogna durante il giorno. Torna da Lucia, raccontandole che la polizia ha interrogato lui e altri in hotel sulla sua scomparsa e che nessun sospetto è caduto su di lui. Alla fine, Max lascia il lavoro, dedicando tutto il suo tempo a Lucia. Gli ex ufficiali delle SS tagliano le scorte di cibo della coppia da un vicino supermercato. Quando Max passeggia brevemente su una terrazza esterna, Vogler gli spara e lo ferisce. Max barrica la porta dell'appartamento e lui e Lucia iniziano a razionare il cibo.
Max chiede aiuto telefonando a uno dei suoi vecchi amici dell'hotel, che rifiuta, e implorando la sua vicina, che non è disposta a fornire aiuto e ospita Adolph nel suo appartamento. Max si ritira di nuovo nell'appartamento, dove Lucia è quasi priva di sensi per la malnutrizione. Dopo che uno degli ex ufficiali delle SS interrompe la corrente elettrica all'appartamento di Max, Max e Lucia, rispettivamente vestiti con la sua uniforme nazista e una vestaglia simile a quella che le aveva regalato nel campo di concentramento, lasciano l'edificio e se ne vanno, seguiti da un'auto guidata dagli ex colleghi di Max. Max parcheggia su un ponte, lui e Lucia scendono e camminano lungo il parapetto del ponte all'alba. Risuonano due colpi di pistola e i due amanti cadono morti.
Produzione Liliana Cavani aveva già ultimato la sceneggiatura almeno dal 1970, ma dovette aspettare il 1972 prima che trovasse persone disposte a finanziarle il progetto.
Inizialmente venne scelta Romy Schneider per il ruolo di Lucia ma rifiutò. Vennero poi prese in considerazione Mia Farrow e Dominique Sanda. Cavani inizialmente era riluttante a dare il ruolo a Charlotte Rampling, in quanto non convinta dalla sua performance eccessivamente "statica" ne La caduta degli dei (1969) di Luchino Visconti, altro controverso film sul nazismo in cui recitò a fianco di Dirk Bogarde, prima di cambiare idea.
Dirk Bogarde era stato agente per l'intelligence segreta britannica durante la seconda guerra mondiale e testimone oculare delle atrocità del campo di concentramento di Bergen-Belsen, essendo ivi presente nei giorni in cui venne liberato. Bogarde definì le riprese di questo film come un'esperienza psicologicamente estenuante a tal punto da decidere di ritirarsi dalla recitazione.
Le riprese avvennero a Vienna, in Austria, e negli studios di Cinecittà a Roma. Le locations viennesi includono anche il Volksoper, la Linke Wienzelle, la Mozarthaus, il cimitero centrale di Vienna, il Karl-Marx Hof e il castello di Schönbrunn. Le scene ambientate nel campo di concentramento furono girate nel quartiere Tuscolano di Roma.
Accoglienza La promozione del film metteva in risalto una delle immagini forti, racconta la stessa Liliana Cavani, «riferita a Charlotte Rampling: cappello nazista in testa, torso nudo, due esigue bretelline che evidenziavano anziché celare». L'immagine fu presente soltanto nei settimanali, subito dopo la censura ricoprì i capezzoli dell'attrice, cui seguì «l'episodio della pubblicità su La Stampa, quello del torso ridipinto con una pseudo canottiera a strisce». Polemiche furono aperte anche su L'Unità e se la Rai non passò in televisione il film, «su una rete di Berlusconi» fu programmato l'8 maggio 1984. Cavani aggiunge ancora che la promozione rimaneggiata del Portiere di notte rappresenta una storia «non tanto dell'evoluzione del gusto in Italia o delle propensioni erotiche degli italiani [...], quanto di tristezze, vergogne, pentimenti e – il termine mi pare appropriato – di mezze misure».
Gian Piero Brunetta scrivendo della censura in Italia tra la fine degli anni Sessanta e Settanta tra sequestri e dissequestri, insieme al Portiere di notte del 1974, cita, «alla rinfusa, Le bambole (1965), Blow-Up (1967), Teorema (1968), Satyricon (1969), L'assoluto naturale (1969), La Califfa (1971), il Decameron (1971), e i successivi film della triologia pasolinina, più volte sottoposti a giudizio, La proprietà non è più un furto e La grande abbuffata (1973), [...], Mio Dio, come sono caduta in basso! (1974), Salò (1976), Novecento (1976), Porci con le ali (1977), Kleinhoff Hotel (1977)». Focalizzandosi sul film della Cavani più avanti lo stesso Brunetta scrive, nel contesto del cinema di quegli anni, del «fascino crescente per l'irrazionale, per le zone oscure della personalità. Questo spiega forse l'esperienza del Portiere di notte, il richiamo che, dopo Visconti, le ideologie del negativo e dell'irrazionale cominciano a esercitare sul piano intellettuale».
Tullio Kezich accoglie l'opera scrivendo «Cinema della crudeltà ad alto livello e conferma definitiva, sul piano internazionale, del grande talento di Liliana Cavani, [...]». Fa poi un nesso con L'angelo sterminatore di Luis Buñuel riguardo alla «lunga descrizione dell'abbrutimento di Max e Lucia assediati in casa dai nazisti: un naufragio tra le mura domestiche [...]».
Sul Sadoul la scheda sul film di Andrea Vannini inserita nell'opera del critico francese curata e tradotta in italiano da Goffredo Fofi e Paolo Gobetti, parla del successo internazionale del Portiere di notte rilevando altresì «qualche riserva soprattutto rispetto ad una analisi politica relativa anche a molti altri film, realizzati quasi contemporaneamente, dove sono stati rivisitati fascismo e nazismo dall'interno, attraverso varie componenti psicologiche».
Stigmatizzato senza appello da Goffredo Fofi su Quaderni piacentini Il portiere di notte è definito una «brutta sciocchezza e non meriterebbe dunque che uno sguardo distratto, e neanche tanta indignazione, se non valesse la pena di soffermarcisi perché finisce per essere un esempio, nel suo generale successo, di una voga la cui indicatività "pregolpista" non finisce di sorprenderci, venendo ovviamente, da gente che si dice di sinistra (in questo senso, la lista dei film nostrani che dissodano questo terreno è lunga assai».
Critica