La chiesa di Santa Maria della Strada è una chiesa medievale posta nelle campagne a nord dell'abitato di Matrice, in provincia di Campobasso; per qualche secolo fu sede di un'abbazia benedettina. L'edificio viene generalmente ritenuto una delle realizzazioni più significative dell'arte romanica in Molise, per via delle sue qualità architettoniche nonché del complesso e controverso programma decorativo che orna le sue pareti esterne.

Storia Le origini

Una questione irrisolta sulla chiesa è il motivo della denominazione Sancta Maria de Strata. L'edificio non sembra trovarsi lungo direttrici importanti, almeno nell'assetto viario attuale, ed è stato supposto che con quella specificazione ci si potesse riferire a un braccio di tratturo che collega Matrice a Petrella Tifernina confluendo poi nella rete tratturale principale (il tratturo Celano-Foggia); oppure che si tratti di una bretella stradale di età romana che collegava la viabilità dell'entroterra sannitico con quella costiera.. In alternativa, viene ipotizzato anche che il nome non si riferisca a una strada specifica ma piuttosto richiami la Madonna Odigitria, interpretata in senso letterale come protettrice e guida del fedele viandante.; .

Un altro interrogativo aperto riguarda le origini della fondazione religiosa. Il castrum di Santa Maria della Strada viene citato in una pergamena, datata agosto 1039, che stabilisce i confini del territorio di Montagano: si tratterebbe di una concessione dei prìncipi beneventani Pandolfo III e Landolfo VI a favore di alcuni abitanti del luogo. Ciò implicherebbe che in tale anno l'abbazia era già esistente e ben avviata; tuttavia le caratteristiche della grafia spingono a datare il manoscritto a non prima del tardo XII secolo, e non è semplice chiarire se si tratta di una copia fedele di un originale perduto, o piuttosto di un falso.I problemi con questa pergamena, appena accennati in , vengono affrontati sistematicamente da .

Più solida è l'informazione secondo cui nel 1148 la chiesa fu consacrata da Pietro, arcivescovo di Benevento (il cui territorio controllato comprendeva questa zona), alla presenza dei vescovi di Vulturara, Civitate e Boiano. Se ne parla in un atto con cui Gerardo de Fay, signore di Jelsi, coglieva l'occasione della visita dell'arcivescovo per riconsegnare all'autorità di Pietro una chiesa che aveva acquisito indebitamente.. Nel 1153 compare esplicitamente anche l'abbazia di cui la chiesa era parte, nella lista stilata da papa Anastasio IV per chiarire la giurisdizione dell'arcivescovo Pietro; e di nuovo nel 1157, in una simile bolla emessa da papa Adriano IV per Enrico, successore di Pietro.; . Il nome di un abate, Landolfo, era leggibile nel pavimento della chiesa a metà del XIX secolo, e qualche ipotesi vuole che si trattasse del primo abate di Santa Maria nella Strada. Un altro, Nazzario, è menzionato nel 1176 perché intervenuto a dirimere una lite.; ; .

L'abbazia di Santa Maria della Strada si trovava in un'area al limite fra le sfere d'influenza dell'abbazia di Montecassino e quella di Santa Sofia di Benevento; tuttavia, le affermazioni che vogliono il cenobio dipendente dall'una o dall'altra sono congetture non supportate da evidenze documentarie. È poco chiaro perché alla fine del XIII secolo si usi l'espressione "monasterium Casinensis" alludendo a Santa Maria della Strada; ma potrebbe anche significare, semplicemente, che l'abbazia di Matrice abbia preso dai cassinesi la sua regola, o che i suoi primi monaci si siano distaccati appunto da Montecassino; con questo non si esclude che si sia trattato di una fondazione indipendente, fatto salvo il controllo arcivescovile.: la studiosa sottolinea comunque la presenza di un legame di Santa Maria della Strada con l'abbazia cassinese perché rafforza la sua tesi che vi abbiano lavorato Ruggero, Roberto e Nicodemo, spesso legati a chiese dipendenti da Cassino appunto. In si propende, per esclusione, a una dipendenza da Santa Sofia.

Attorno all'abbazia si formò un casale, ovvero un villaggio popolato dai contadini che si posero alle dipendenze dei monaci, probabilmente attratti da prospettive di maggiore tranquillità e tutela; . ammette che questo sembra un indizio che Santa Maria della Strada abbia avuto un ruolo di rilancio dell'agricoltura tipico dell'età longobarda. Ma va notato anche che il casale non assume mai la qualifica di castello, il che è una delle difficoltà per la citata pergamena di Montagano.. Sicuramente l'abbazia e il casale, durante le dominazioni normanna, sveva e angioina sul Regno di Sicilia, erano parte del feudo di Matrice. Il nome di Roberto Avalerio, signore di tale castello al momento della consacrazione della chiesa, si legge scolpito sulla fontanella situata nelle adiacenze di quest'ultima: è opinione diffusa che egli abbia donato il terreno per la fondazione dell'abbazia.; .

L'abbazia e le controversie feudali

I monaci di Santa Maria della Strada godevano di un certo grado di autonomia e libertà: avevano giurisdizione sul casale in qualità di suffeudatari del signore di Matrice, ma restavano esenti dai consueti obblighi feudali. Nei fatti si trattava di un equilibrio precario, come emerge dai documenti dei primi tempi della dominazione angioina. Nel 1269 Gemma, signora di Lupara, con tutta probabilità discendente dagli Avalerio attraverso la stirpe dei Marchisio, si vide riconoscere da Carlo I d'Angiò il possesso sul castello di Matrice. Suo figlio Pietro allora pretese giuramento di fedeltà dall'abbazia di Santa Maria della Strada e dai suoi vassalli; non ottenendolo, si impose con la forza sequestrando case, terre e animali del casale. I monaci si rivolsero alla Magna Curia, che diede sostanzialmente ragione a loro, in quanto non erano soggetti a doveri di carattere secolare; nel notificare a Pietro che la sua azione contro religiosi era punita con la scomunica, egli veniva anche invitato a far valere eventuali suoi diritti nella stessa Curia. Nel 1275 i monaci ricorsero di nuovo al potere giudiziario, perché Pietro di Lupara si era impadronito dei beni del casale accompagnato da un contingente armato. I monaci sostenevano che così veniva violato il loro diritto al possesso del casale, derivante da un privilegio di re Guglielmo di Sicilia (è incerto se si riferissero a Guglielmo il Malo o a Guglielmo II). La Curia incaricò il giustiziere di Terra di Lavoro e Molise, Galeotto di Fleury, di verificare se Pietro avesse ragione a reclamare quei beni; in caso contrario, di restituire il casale ai monaci. È possibile che il privilegio reale dichiarato dai monaci fosse già un tentativo di risoluzione di una controversia simile.; .

Non si conosce il risultato dell'indagine, anche se i Lupara resteranno presenti a Santa Maria della Strada fino all'estinzione della stirpe. Il motivo delle controversie con l'abbazia si intuisce guardando ai Fascicoli Angioini, nell'ambito di più ampie inchieste sui feudatari e sui loro doveri nei territori del Regno. Fra questi anni e la fine del XIII secolo, riguardo a Santa Maria della Strada, venne accertato che il tenutario diretto del casale era il monastero, che non aveva obblighi economici né militari verso la Curia. Tuttavia, ciò non significava affatto che non ci fossero tali obblighi da parte dei tenutari in capite: Pietro e Nicola di Lupara, in rappresentanza della madre Gemma, e in sua successione dopo la morte (1280, solo Nicola). Se per loro era davvero impossibile rivalersi sul monastero per soddisfare i servizi da loro dovuti, essi erano costretti a cercare risorse altrove.; ripercorre gli stessi documenti, giungendo a conclusioni diverse.

In seguito, mentre il casale di Santa Maria della Strada seguiva le sorti feudali di Matrice, si ha qualche menzione sporadica del monastero. Nel 1374 l'abate Ruggiero era mitrato e la sua presenza era richiesta nei concili provinciali di Benevento. La sua carica era nominata dall'arcivescovo di Benevento, segno probabilmente di un controllo arcivescovile più severo rispetto alle origini, quando l'abate doveva essere scelto solo dai monaci..

Non ci sono testimonianze dirette sulle ripercussioni che il terremoto del 1456 ebbe sulla vita abbaziale, ma sembrerebbe che la consistenza del monastero si sia fortemente ridotta. Forse in questa occasione il casale finì abbandonato, e le sue tracce sono gradualmente sparite.È questa l'opinione di , ma anche di .

Dalla decadenza a oggi Di qui a poco, l'abbazia veniva concessa stabilmente in commendam. Nel 1499 era abate commendatario di Santa Maria della Strada tale Marcantonio Sperandeo, forse napoletano: il cardinale Lorenzo Cybo de Mari, allora arcivescovo di Benevento ma probabilmente stabilitosi a Roma, diede ordini a suo nipote affinché togliesse l'incarico a Sperandeo, requisendo tutte le entrate che gliene derivavano. Gli interessi dell'abate commendatario furono difesi dal re di Napoli, Federico I, che ordinò al giustiziere di Molise di bloccare qualunque disposizione emessa in merito da Roma. Nel 1576 l'abate commendatario era Pietro Antonio di Capua, arcivescovo di Otranto, e prima di lui lo era stato lo zio Fabrizio. Pietro Antonio donò alla chiesa abbaziale due campane, una nel 1560 e l'altra, più ricca, appunto nel 1576. La gestione in commendam cessò nel 1587, quando papa Sisto V aggregò le rendite dell'abbazia al Collegio Montalto di Bologna, da lui fondato..

È evidente, dunque, che a questo punto dell'istituzione abbaziale di Santa Maria della Strada non restava molto più che il titolo. Dopo i danni arrecati dal terremoto del 1688, l'arcivescovo di Benevento Vincenzo Maria Orsini nel 1703 ebbe cura di restaurare e riconsacrare la chiesa, donandole anche delle reliquie; ma nel contempo assegnava al capitolo della cattedrale di Benevento la dignità, ormai solo onorifica, di abate dell'antico monastero.. Nel 1809 Gioacchino Murat, abolendo i monasteri, prese possesso anche del patrimonio di Santa Maria della Strada, che diede in buona parte al duca della Regina, salvo doverlo restituire alle istituzioni ecclesiastiche con il concordato del 1818 (ma fu suddiviso da enti diversi da Santa Maria della Strada)..

Per qualche tempo (sicuramente fra gli anni 1920; . e gli anni 1980.) la chiesa venne gestita da un eremita o un custode, che alloggiava nel caseggiato annesso alla chiesa. Nel frattempo veniva gradualmente riconosciuta l'importanza storico-artistica del monumento: grazie anche all'interessamento di Vincenzo Ambrosiani, arciprete di Monacilioni, furono eseguiti restauri fra il 1887 e il 1889 (con particolare riferimento al tetto); inoltre, proprio nel 1889 Santa Maria della Strada fu riconosciuta come monumento nazionale italiano.; Ulteriori interventi seguirono nel 1925 (rifacimento del pavimento), nel 1954-1955, nel 1968. e infine nel 2007-2011 (riguardanti il monumento sepolcrale trecentesco e la facciata, avvennero in riparazione dei danni provocati dal terremoto del Molise del 2002; ).

Architettura

La chiesa di Santa Maria della Strada sorge sopra un terrazzo collinare, accompagnata dal campanile e da una costruzione secondaria, in posizione panoramica. L'attuale strada che la raggiunge è stata realizzata nel 1961..

La chiesa romanica

L'edificio ecclesiasticoDescrizioni dell'architettura dell'edificio si trovano in ; ; ; ha una pianta basilicale, a tre navate orientate quasi perfettamente lungo l'asse ovest-est; la facciata, a salienti corrispondenti alle navate, è rivolta verso occidente e l'estremità opposta si chiude con tre absidi, corrispondenti alle navate. Le dimensioni dell'edificio sono contenute: la pianta è larga 10,5 m (con la navata centrale ampia 5 m, includendo le mura che la delimitano) e lunga 20,5 m (ad esclusione delle absidi); l'altezza complessiva è di 9,5 m, e di 6,8 m per le navate laterali. Le mura perimetrali sono spesse oltre 80 cm; .