La pandemia di COVID-19 che ha colpito il mondo nel 2019-2023 ha avuto origine in Asia, in particolare a Wuhan, una città nella provincia cinese dell'Hubei, da cui si è poi rapidamente diffusa in tutto il globo.
Tabella riassuntiva +Tabella riassuntiva dei casi confermati in Asia (al 1º gennaio 2023)PaeseCasi confermatiMortiGuarigioni (dettagli)98 660 944117 566 - 44 683 250530 74544 150 713 32 532 90568 091 - 30 243 393198 937 - 16 829 941393 76221 213 085 11 526 318117 09513 486 6839 483 26722 989 -7 539 698118 6515 335 8386 394 34025 7145 520 1855 038 35433 2284 606 183 4 726 51242 1344 532 968 4 642 53096 1873 477 188 3 908 29567 3743 234 288 2 862 31221 7952 611 454 2 458 5098 2931 672 8662 037 47812 2841 025 019 1 859 93712 7601 265 381 1 738 86713 7521 238 911 1 735 68220 9101 023 452 1 576 23539 1861 111 676 1 405 49816 665789 450 1 212 6683 287614 002 1 049 27430 983612 509 1 001 07812 609680 798 980 4425 609694 845 827 8611 258620 843 827 7387 420488 809673 9965 603442 971 670 4441 30588 952 657 74510 290362 809 620 37113 442192,218 616,8524 579262 278436 8201 56446 000 436 7271 938225 059 397 8467 975212 927243 8933 220201 282 223 0592 416159 435 214 9822 943 -205 83591594 838 196 18247940 671 184 92411322 739 137 7193720 654 59 61414020 563 57 1666713 346 23 21713823 035 17 786394 74211 932695 7153 4871203 357Totale201 938 7601 858 735194 125 378 Note
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Antefatti Il 12 gennaio 2020, l'Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha confermato che un nuovo coronavirus era la causa di una nuova infezione polmonare che aveva colpito diversi abitanti della città di Wuhan, nella provincia cinese dell'Hubei, il cui caso era stato portato all'attenzione dell'OMS il 31 dicembre 2019.
Sebbene nel tempo il tasso di mortalità del COVID-19 si sia rivelato decisamente più basso di quello dell'epidemia di SARS che aveva imperversato nel 2003, la trasmissione del virus SARS-CoV-2, alla base del COVID-19, è risultata essere molto più ampia di quella del precedente virus del 2003, ed ha portato a un numero totale di morti molto più elevato.
Panoramica
Il 12 gennaio 2020, l'Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha confermato che un nuovo coronavirus era la causa di una nuova infezione polmonare che aveva colpito diversi abitanti della città di Wuhan, nella provincia cinese dell'Hubei, il cui caso era stato portato all'attenzione dell'OMS il 31 dicembre 2019.
Sebbene nel tempo il tasso di mortalità del COVID-19 si sia rivelato decisamente più basso di quello dell'epidemia di SARS che aveva imperversato nel 2003, la trasmissione del virus SARS-CoV-2, alla base della COVID-19, è risultata essere molto più ampia di quella del precedente virus del 2003, ed ha portato a un numero totale di morti molto più elevato.
Ufficialmente il governo cinese dichiara che il primo paziente confermato ha mostrato i primi sintomi il 1º dicembre 2019, anche se in seguito il South China Morning Post ha riferito che il primo paziente potrebbe essere un uomo di 55 anni dalla provincia dello Hubei che ha mostrato i primi sintomi già dal 17 novembre. Il 27 marzo, poi, alcune testate giornalistiche, citando un documento governativo, hanno riportato che una donna di 57 anni, risultata positiva alla COVID-19 il 10 dicembre 2019, potrebbe essere considerata la paziente zero. Nonostante il primo paziente confermato sembra non avesse mai avuto contatti con il mercato del pesce di Huanan, nove giorni dopo vi fu l'individuazione di un nuovo focolaio proprio intorno alle zone del mercato.
Da Wuhan il virus si è quindi inizialmente propagato nella provincia dell'Hubei e nelle provincia limitrofe, tanto che, stando a informazioni riportate dal South China Morning Post il 13 marzo 2020, prima dell'inizio del 2020 le autorità cinesi avevano identificato 266 persone infettate dal virus.
Il primo caso fuori dal territorio cinese è stato confermato il 13 gennaio, quando la Thailandia ha annunciato il suo primo caso di COVID-19; si trattava in particolare di una donna cinese di 66 anni residente a Wuhan e arrivata in Thailandia l'8 gennaio all'aeroporto di Bangkok-Suvarnabhumi, dove le era stata misurata la temperatura.
In casi si sono via via susseguiti nelle settimane sia in Cina che nel resto dell'Asia e poi nel mondo. In Asia la pandemia viene gestita autonomamente da ogni diverso Stato, che ha implementato con modi e tempi diversi alcune misure di prevenzione che sono comunque, nella maggior parte dei casi, comuni, come la restrizione dei viaggi, la cancellazione dei voli sia interni che internazionali, la cancellazione di eventi e manifestazioni pubbliche e la chiusura di scuole e frontiere. Tra i primi ad adottare tali misure c'è stato Hong Kong, una regione amministrativa speciale della Cina, il cui governo ha chiesto sin dal 2 gennaio a chi fosse da poco rientrato da Wuhan poco tempo di comunicarlo alle autorità sanitarie, dichiarando poi già il 4 gennaio di aver aumentato il livello di allerta nei confronti dell'epidemia in quanto erano stati comunicati 8 casi sospetti, i quali in seguito sono tutti risultati negativi.
Data la stretta connessione della Cina con i paesi europei e americani, in alcuni casi, il contagio ha raggiunto più velocemente questi Stati rispetto a nazioni spazialmente più vicini al focolaio cinese. Benché esistano dubbi sui modi in cui alcuni paesi asiatici conteggino i contagiati e sui modi in cui essi comunichino con il resto del mondo, è il caso ad esempio della Russia che, con una frontiera terrestre con al Cina che misura più di , a metà marzo dichiarava 93 contagi a fronte di una popolazione di 150 milioni di persone, e della Corea del Nord, il cui maggior partner commerciale è proprio la Cina ma che a metà aprile aveva dichiarato di non aver ancora riscontrato nemmeno un caso, è indubbio che molti paesi asiatici in cui la COVID-19 si è diffusa più tardi, abbiano mitigato l'impatto dell'epidemia adottando misure già prese dai paesi europei e imparando da questi. Così, ad esempio, il Kirghizistan e gli Stati ad esso confinanti come Tagikistan, Kazakistan e Uzbekistan avevano di prendere alcune misure di sicurezza, come chiudere le frontiere agli stranieri e limitare o sospendere del tutto le occasioni di assembramento pubblico, già prima di registrare casi all'interno dei propri confini.
In molti paesi asiatici, invece, la diffusione del contagio è stata agevolata dal fatto che l'epidemia ha iniziato a propagarsi dalla Cina proprio in concomitanza con feste e raduni religiosi, anche nella stessa Cina, d'altra parte, quando hanno iniziato a circolare le prime notizie della nuova polmonite virale si era in vicinanza del Capodanno cinese. Così, ad esempio, molti paesi del sud-est asiatico hanno sperimentato un'impennata dei contagi in seguito all'evento annuale dell'organizzazione religiosa islamica Jamaat Tabligh, un evento che ogni attira circa 2 milioni di persone e che si è svolto dal 27 febbraio a 1º marzo a Kuala Lumpur, in Malaysia, e lo stesso dicasi per gli eventi svolti dalla stessa organizzazione in India e in Pakistan verso la metà di marzo. Nonostante i governi abbiano infatti attivano misure quali il divieto di assembramento e il distanziamento sociale, la popolazione, in alcune regioni particolarmente devota, evade spesso tali restrizioni. Un esempio è quanto accaduto il 18 aprile 2020 in Bangladesh, dove circa persone hanno lasciato le proprie abitazioni per andare al funerale di Maulana Jubayer Ahmed Ansari, un membro anziano, capo seminarista e imam di un partito islamista bengalese.
Il 7 aprile la Cina ha dichiarato che per la prima volta non era stato registrato nessun nuovo caso e, alla mezzanotte dello stesso giorno, ha tolto Wuhan dal regime di isolamento che durava dal 23 gennaio. Nel corso del mese anche le curve dei contagi di paesi come la Corea del Sud e Singapore si sono appiattite, ma, stando a quanto affermato Takeshi Kasai, direttore regionale dell'Organizzazione Mondiale della Sanità per il Pacifico occidentale, l'epidemia poteva comunque dirsi tutt'altro che finita dato che ancora a metà aprile continuavano a comparire nuovi focolai nella regione.
Uno dei paesi che preoccupa di più in questo senso è l'India, che ha una popolazione di oltre un miliardo e 400 milioni di persone, oltre un quarto delle quali vivono in condizioni di miseria assoluta, e infrastrutture ritenute per la maggior parte inadeguate ad affrontare una simile catastrofe sanitaria. Ciò nonostante, anche grazie a un preventivo lockdown, a fine marzo i casi confermati erano meno di mille, anche se si teme che un così basso numero di contagi riportati sia frutto di un numero di controlli effettuati relativamente bassissimo.
Per quanto riguarda il Medio Oriente, il paese che sin da subito è apparso il più colpito è stato l'Iran, dove i primi due casi sono stati confermati il 19 febbraio e dove il 18 aprile è stata superata la soglia degli contagi, quando le morti per COVID-19 erano salite a . Osservando l'apparizione dei primi casi negli altri paesi asiatici si nota che molte delle persone coinvolte era da poco rientrate dall'Iran, che si può quindi considerare il focolaio per il Medio Oriente, come l'Italia sembra essere stata per la zona del Mediterraneo. Seppur in Iran i contagi siano molti, chi ha sin da subito destate le preoccupazioni degli esperti sanitari nella regione mediorientale sono stati la Siria e lo Yemen. Data la guerra civile che imperversa in Siria dal 2011, infatti, le strutture sanitarie del paese erano già al collasso prima dell'arrivo della COVID-19 e si teme quindi non solo che i numeri che arrivano da quel paese siano poco rappresentativi della realtà, ma che se l'epidemia dovesse diffondersi nel paese, potrebbe tramutarsi in una vera e propria catastrofe. Stessa cosa dicasi per lo Yemen, in cui una guerra civile infuria dal 2015, guerra che ha portato a una carestia e a un'epidemia di colera che durano dal 2016, e dove vige un blocco militare imposto al paese dall'Arabia Saudita e dai suoi alleati. Anche in questo caso i dati relativi alla pandemia di COVID-19 che provengono dal paese sono certamente poco affidabili e una diffusione del virus porterebbe a una catastrofe ancora peggiore.
Il 5 maggio 2023, l'Organizzazione mondiale della sanità dichiara ufficialmente la fine della pandemia.
Casi confermati per singolo paese Afghanistan
Il 23 febbraio 2020, almeno tre cittadini di Herat che erano da poco ritornati da Qom, in Iran, erano stati indicati come sospetti casi di COVID-19 e campioni del loro sangue erano stati quindi inviati a Kabul per le analisi del caso.
Il 24 febbraio, il governo ha quindi confermato che uno dei tre, un uomo di 35 anni, era il primo caso di COVID-19 in Afghanistan.
Alla fine di marzo, in Afghanistan era stato confermato un totale di 196 casi e di 4 morti, la prima delle quali avvenuta il 22 del mese. La soglia dei casi è stata superata il 19 aprile, quando le morti per COVID-19 erano salite a 32. Alla fine di maggio il totale dei casi era salito a e le morti a .
Arabia Saudita
Il primo caso di COVID-19 è stato confermato nel paese il 2 marzo; si trattava in particolare di un cittadino saudita da poco rientrato dall'Iran passando dal Bahrain.
Alla fine di marzo, in Arabia Saudita era stato confermato un totale di casi e di morti, la prima delle quali era stata registrata il 24 del mese. Il numero dei contagi ha poi avuto un'impennata nei mesi seguenti, tanto che alla fine di maggio il totale dei casi era salito a e le morti a .
Armenia
Il primo caso di COVID-19 è stato confermato nel paese tra la notte del 29 febbraio e l'inizio di marzo; in particolare si trattava di un cittadino armeno di 29 anni da poro rientrato dall'Iran.