Esponente del sindacalismo rivoluzionario e del sindacalismo nazionale, inizialmente membro del Partito Socialista Italiano che poi abbandonò in polemica con la scelta neutralista e perché ritenuto non incisivo nella lotta per i lavoratori, poi divenuto fervente interventista di sinistra e amico del futuro capo del fascismo Benito Mussolini, di cui seguì l'evoluzione ideologica dalla fondazione de Il Popolo d'Italia in poi. Cadde in combattimento nei pressi di San Martino del Carso durante la terza battaglia dell'Isonzo sul fronte italiano nei primi mesi della prima guerra mondiale.

Biografia La gioventù

Figlio di Enrico, operaio in una fornace per la costruzione di mattoni, grazie all'aiuto di un prozio frate francescano e predicatore, Filippo ricevette un'infarinatura di cultura umanistica. Dopo le elementari venne avviato al lavoro paterno di fornace. Dotato di vivissima intelligenza, proseguì gli studi, anche grazie ad una borsa di studio presso l'Istituto Tecnico industriale "Montani" di Fermo (che anni dopo, durante il fascismo, sarà intitolato per un periodo proprio a lui). Si appassionò alle letture su Carlo Pisacane, Giuseppe Mazzini e Karl Marx, in seguito a Georges Sorel. Iniziò così ad evidenziarsi il suo carattere proteso alla difesa dei più deboli.

Le prime lotte

Nel 1905 a Milano, metropoli in fermento per la nuova fase di rivoluzione industriale, trovò lavoro quale disegnatore tecnico presso l'industria metallurgica "Miani e Silvestri".

Divenne segretario della sezione giovanile del Partito Socialista Italiano di Porta Venezia e, nel marzo 1907, fondò con Maria Rygier, giovane anarchica, il giornale Rompete le Righe, avvicinandosi così sempre più alla corrente sindacalista rivoluzionaria. Il giornale fu di natura antimilitarista e ne uscirono circa una decina di numeri. Al fine di attirare l'attenzione sulla pubblicazione, Corridoni inviò alcuni numeri al militare Felice SantiniQuesto al fine di suscitarne la reazione fingendosi un cittadino sdegnato. Vedi , che però non si convinse a rivedere le sue idee a favore della guerra e riuscì a far condannare il giovane Filippo a quattro anni di detenzione nonché a sancire la chiusura del giornale. Grazie ad un'amnistia, però, Corridoni fu liberato prima dello scadere dei quattro anni e riparò in Francia a Nizza, dove fece amicizia con Edmondo Rossoni. Quando a Parma incominciarono gli scioperi dei braccianti lasciò Nizza sotto il nome di Leo Celvisio, a ricordo della rocca di San Leo, fortezza papalina dove venivano rinchiusi soprattutto i detenuti politici.

L'agitazione

Scrisse sul giornale L'Internazionale, organo della "Camera del Lavoro sindacalista rivoluzionaria" di Parma, poi pubblicato anche a Milano e Bologna: oltre ai fratelli Alceste e Amilcare De Ambris (quest'ultimo in seguito sposò la sorella di Corridoni), si occupavano del giornale Michele Bianchi, Paolo Mantica, Tullio Masotti, Umberto Pasella, Cesare e Romualdo Rossi, Angelo Oliviero Olivetti ed altri esponenti del sindacalismo rivoluzionario, che si ritroveranno in parte nei Fascio rivoluzionario d'azione internazionalista.

La polizia identificò Corridoni a causa di un articolo pubblicato da un giornale socialista, obbligandolo a fuggire prima a Milano e poi a Zurigo.

Nel biennio 1909-1910 gli fu possibile rientrare nel modenese grazie ad una nuova amnistia e divenne direttore della Camera del lavoro di San Felice sul Panaro, tentando una improbabile sintesi fra le posizioni rivoluzionarie e quelle riformiste del proletariato socialista, pur propendendo per le posizioni rivoluzionarie. L'operazione non riuscì e Corridoni venne emarginato dal movimento sindacale, in cui prevalse l'ala riformista.

Dopo un altro arresto (Corridoni fu arrestato come "agitatore" circa trenta volte nella sua pur breve vita), fondò Bandiera Rossa, giornale poco fortunato, per poi passare a collaborare con due testate dirette da Edmondo Rossoni, l'una evoluzione dell'altra: Bandiera Proletaria e Bandiera del Popolo, la cui stessa nomenclatura indica uno spostamento dalle posizioni di lotta di classe marxiane a posizioni più mediate in riferimento ad essa.

Un sindacalista rivoluzionario avverso ai conflitti coloniali Sconfitto nel tentativo di innescare principi rivoluzionari nel sindacato, si trasferì a Milano da dove, nel 1911-1912, riprese il tentativo di introdurre nel sindacato il metodo organizzativo basato sull'unità produttiva e sul ruolo qualificato dell'addetto. Secondo il suo pensiero, questo metodo avrebbe portato a nuovi tipi di relazioni industriali, ma nel contempo avrebbe introdotto un principio interclassista dal punto di vista politico. Nonostante tale metodo non avesse fatto proseliti, Corridoni fu riconosciuto come uno dei capi del sindacalismo rivoluzionario di Milano. Corridoni commentò amaramente:

Al tempo della guerra italo-turca Corridoni prese posizioni nettamente contrarie al conflitto. La sua avversione non va ricercata però in motivazioni strettamente ideologiche quanto nell'inutilità che vedeva, per le sorti del paese, nel conflitto stesso: nel 1911, alla vigilia della spedizione, nell'opuscolo Le rovine del neoimperialismo Italico poneva in essere un'analisi comparata della situazione economica italiana e sondava con sagacia i rischi e le scarse opportunità che un tale impegno comportava. Nei fatti gli era impossibile, per operai e masse lavoratrici, vedere alcun miglioramento della condizione sociale che fosse proporzionato a quanto richiesto in termini di sacrifici dallo sforzo bellico. In questo senso è già possibile intravedere un primo abbozzo dell'eclettismo del sindacalista marchigiano in riferimento a quella che doveva essere l'azione propriamente intesa "di classe" e che troverà sintesi in Sindacalismo e Repubblica: non una contrapposizione frontale (se non nel momento dello scontro che si esplica nella forma dello sciopero), quanto piuttosto un criticismo propositivo volto a ciò che verrà in seguito definito Produttivismo Nazionale.

La nascita dell'Unione Sindacale Italiana

In seguito una nuova ondata di scioperi che si innescarono ovunque in Italia, riportò in auge la componente rivoluzionaria del sindacalismo socialista portandone alla dirigenza diversi esponenti e Benito Mussolini alla direzione dellAvanti!. Nel novembre 1912 Corridoni prese parte a Modena al congresso istitutivo dell'Unione Sindacale Italiana (USI), scissione della Confederazione Generale del Lavoro (CGdL), il sindacato confederale legato fortemente al partito socialista. Tutta una serie di personaggi di spicco passarono all'USI, dai fratelli De Ambris a Giuseppe Di Vittorio.

L'USI ebbe numerose adesioni a livello nazionale, in particolare a Genova, dove le camere del lavoro più importanti, come quella di Sestri Ponente, passarono in gran parte dai confederali all'USI. Nell'aprile 1913 nacque a Milano, su ispirazione di Corridoni, l'Unione Sindacale Milanese (USM), autonoma ma associata all'USI, della quale divenne responsabile. Con la stretta collaborazione dei fratelli De Ambris, egli organizzò una serie di scioperi ed ottenne l'adesione al sindacato USM dei sindacati metallurgici, dei gassisti, dei lavoratori del vestiario, dei tappezzieri di carta e dei decoratori.

Furono anni di intensa collaborazione coi De Ambris quelli fra il 1913-1914, in cui venne appoggiato nella sua azione dall'allora direttore dellAvanti!, Benito Mussolini. Ritornò nuovamente in carcere quale autore dell'opuscolo Riflessioni sul sabotaggio; uscito dal carcere ritrovò l'USM fortemente indebolita ed attaccò Mussolini tramite articoli su L'Internazionale per sopravvenuti dissensi, fino alla "Settimana rossa" di Ancona del 1914, dopo la quale, vista la sua notorietà di infaticabile agitatore e trascinatore, venne attaccato vivacemente dal Corriere della Sera.

I venti di guerra che soffiavano in Europa furono spunto per una nuova agitazione sindacale. Il pretesto fu fornito dalla vicenda di un soldato, Augusto Masetti, che, per non partire per la guerra in Libia che ancora si trascinava, aveva sparato contro un proprio ufficiale. Il soldato Antonio Moroni, fedele al proprio credo antimilitarista, era stato mandato alla Compagnia di Disciplina dalla quale scriveva regolarmente a Corridoni. Il 6 giugno 1914 a un comizio pro Masetti e Moroni. Corridoni prese la parola:

Un altro di questi comizi si tenne ad Ancona il 7 giugno 1914, al termine del quale si verificarono aspri scontri con la polizia che diedero vita alla cosiddetta Settimana rossa. Negli stessi giorni Corridoni si trovava a Milano, dove tenne un comizio all'Arena Civica davanti a circa 100.000 operai, a cui presero parte anche Mussolini e Gibelli. Al termine della manifestazione, la folla intenzionata a raggiungere piazza del Duomo fu fronteggiata dalla polizia: ne nacquero scontri, nel corso dei quali furono feriti sia Corridoni che Mussolini. Quest'ultimo grazie all'intervento di altri partecipanti tra cui Amilcare De Ambris fu messo in salvo, mentre Corridoni fu nuovamente arrestato. Mentre scontava la pena in carcere nel frattempo in Europa scoppiò la prima guerra mondiale.

La conversione all'interventismo

Scarcerato il 5 settembre 1914, Corridoni concluse il percorso che lo portò ad un interventismo di stampo sindacalista rivoluzionario, già intrapreso nel periodo di detenzione, rinnegando molte delle sue precedenti idee contro la guerra; fu accanto ad altre personalità interventiste come Benito Mussolini, Gabriele D'Annunzio, Filippo Tommaso Marinetti, Cesare Battisti, Giovanni Papini, Enrico Corradini, Alceste de Ambris, Leonida Bissolati.

Riprese a pubblicare Avanguardia, che con la sua incarcerazione aveva sospeso la sua attività, e sul primo numero pubblicò un articolo in cui manifestava la sua adesione all'interventismo stesso.

Motivò la conversione all'interventismo anche col prendere atto che i proletari europei credevano prima nella Patria che nell'Internazionalismo.

Il 23 settembre Corridoni, al termine di un nuovo comizio fu accusato dai vecchi compagni di essere un “venduto” a causa della sua posizione interventista. Ad essi rispose: "Chi fa mercato di sé non lo fa per morire, ma per vivere. Siete voi disposti a dare la vita per la vostra idea, come io sono pronto a gettarla per la mia?". Ai primi di ottobre fondò i Fasci rivoluzionari d'azione internazionalista insieme a Decio Bacchi, Ugo Clerici, Alceste de Ambris, Amilcare De Ambris, Giovanni Marinelli, Attilio Deffenu, Aurelio Galassi, Angelo Oliviero Olivetti, Decio Papa, Cesare Rossi, Silvio Rossi, Sincero Rugarli, Libero Tancredi, Luigi Razza. Michele Bianchi fu nominato segretario. Questa svolta era basata sull'ipotesi che una sconfitta delle potenze reazionarie e retrograde, per lui rappresentate dagli Imperi centrali, avrebbe aperto nuove dinamiche per uno sbocco rivoluzionario.

Intanto il 14 novembre 1914 uscì il primo numero de Il Popolo d'Italia, fondato da Benito Mussolini. Nel contempo, su iniziativa di Mussolini, nacque il Fascio d'azione rivoluzionaria, gruppo che rinserrò ed organizzò i ranghi dell'interventismo di sinistra ed evoluzione del Fascio rivoluzionario d'azione internazionalista: le personalità sindacaliste rivoluzionarie e di sinistra si accodavano così alla campagna sostenuta dalla borghesia italiana, e diretta dalle colonne del Corriere della Sera, volta ad orientare verso la partecipazione alla guerra le masse operaie e gli intellettuali.

Lo sciopero dei gassisti milanesi