Biografia Di famiglia ebraica di origine livornese, da più generazioni insediata in Tunisia, è stato protagonista della Resistenza antifascista. Nacque a Rue d’Alger, a Tunisi, all’interno della comunità italiana di Tunisia. Poco dopo la nascita la famiglia si trasferì in Rue de Naples.

Le famiglie paterna e materna, di tradizione sefardita, si erano stabilite a Livorno dopo l'espulsione degli ebrei dalla Spagna nel XV secolo. Nella prima metà dell’Ottocento, per convinzioni massoniche e filo-risorgimentali, avevano lasciato il Granducato per la Tunisia, dove si andava formando una delle più numerose collettività europee del paese. Alla gratitudine della famiglia verso i Savoia — che con lo Statuto Albertino del 1848 avevano avviato l’emancipazione dei sudditi di religione ebraica — Valenzi ricollegava la scelta dei nomi di casa: il suo, quello del padre Amedeo, quello della madre Pia, quello dello zio Carlo Alberto.

Il suo cognome era in realtà Valensi, fu storpiato per errore in “Valenzi” da un impiegato del comune di Napoli nel 1944 come da lui stesso raccontato.

Frequentò il Liceo per italiani “Vittorio Emanuele II” dove strinse amicizia in particolare con Loris Gallico, amico col quale si unirà alla Resistenza negli anni della guerra e del governo fantoccio di Vichy.

Frequentò dal 1928 la facoltà di legge all’Università “La Sapienza” di Roma, fino al 1930 quando il governo francese stabilì che in Tunisia fossero validi solamente i titoli di laurea conseguiti in Francia. Non completò gli studi e non conseguì più la laurea.

Intanto nel 1931 partecipò alla prima mostra d’arte. Fu proprio in quegli anni che l’interesse per l’arte, in particolare per la pittura, crebbe e diventò una presenza stabile nella sua vita, anche grazie alla conoscenza di pittori già affermati come Moses Levy e Antonio Corpora. La mostra, condivisa proprio con Corpora, si tenne a Tunisi nella sede della società “Dante Alighieri”; il ricavato delle vendite gli consentì di tornare a Roma.

A Roma aprì uno studio in via Margutta. La miseria della capitale e le violenze del fascismo fecero crescere in lui un forte sentimento antifascista. In questo periodo romano importante l’amicizia con Carlo Levi e altri intellettuali tra cui anche Alberto Moravia e Fausto Pirandello. Non iscritto al partito fascista e non potendo lavorare, fu costretto a rientrare a Tunisi.

Nel dicembre del 1939 si sposò con Litza Cittanova (1917-2006) da cui ha avuto due figli: Marco, nato nel 1941, e Lucia, nata nel 1952. Si erano ritrovati a Parigi, dove lei studiava alla Sorbona; anche Litza era una militante comunista.

Maurizio Valenzi ricoprì dal 1975 al 1983 la carica di Sindaco della città di Napoli e dal 1980 al 1983 rivestì la carica di Commissario Straordinario per la Ricostruzione, in seguito al terremoto che colpì la città di Napoli il 23 Novembre del 1980. Dal 1984 al 1989 è stato parlamentare europeo.

Dal 2009, la Fondazione Valenzi si occupa della gestione e della promozione dell’eredità culturale e artistica di Maurizio Valenzi.

La militanza antifascista Nel 1934 aderì con un gruppo di italiani al Partito Comunista Tunisino. Nelle sue memorie colloca proprio in quell’anno la scelta del comunismo, maturata con Loris Gallico dopo un lungo confronto con i militanti comunisti ebrei e arabi di Tunisi, in un ambiente familiare ostile alla presenza francese.

Con l’amico Loris Gallico redasse il settimanale L’Italiano di Tunisi — fondato dai due a proprie spese e organo della Lega italiana dei diritti dell’uomo. Tra i vari episodi di scontro con la presenza fascista nella colonia, la sera del 13 febbraio 1937, si recarono al cinema Midi-Minuit con l’intento di fischiare Ciano di cui si proiettavano le imprese in un filmato a cura dell’Istituto Luce. All’uscita dalla sala il gruppo fu aggredito da squadristi e ne seguì una rissa; per quell’episodio Valenzi fu processato e condannato in contumacia a cinque anni di carcere, notizia che apprese soltanto anni dopo, arrivando in Italia.

Nel 1937, all’epoca del governo del Fronte Popolare, era a Parigi per collegare il gruppo dei comunisti tunisini al Centro Estero del Partito Comunista Italiano e lavorò nella redazione della Voce degli Italiani diretta da Giuseppe Di Vittorio. Vi rimase fino all’autunno: il 20 settembre 1937 l’amministratore de L’Italiano di Tunisi, un falegname siciliano, Giuseppe Miceli, venne ucciso nella sede del giornale da un gruppo armato sbarcato dalla nave scuola Amerigo Vespucci, e il partito — che aveva respinto la richiesta di Valenzi di andare a combattere in Spagna — lo rimandò in Tunisia per riorganizzare il gruppo dei comunisti.

Nel 1938, con lo pseudonimo di Andrea Mortara, firmò per l’Unione degli Italiani contro il razzismo l’opuscolo Ebrei italiani di fronte al “razzismo”, che interpretava le leggi razziali come il prezzo pagato dal fascismo all’alleanza con la Germania nazista, come diversivo rispetto ai problemi reali del paese e preparazione alla guerra. Alcune copie furono affidate ai pescatori italiani che facevano la spola con la Sicilia, nella speranza di farlo circolare clandestinamente in Italia.

Nel 1938 era intanto sbarcato a Tunisi Velio Spano e nel febbraio 1939 vi giunse Amendola. Fra il 1938 e il 1939 viene pubblicato Il Giornale di Tunisi, finanziato da esponenti della collettività ebraica italiana allontanatisi dal fascismo dopo le leggi razziali; la direzione fu affidata a Giorgio Amendola, che i finanziatori accettarono anche dopo che questi ebbe dichiarato apertamente la propria appartenenza al partito comunista. Il giornale fu soppresso dalle autorità francesi nell’agosto 1939, in seguito al patto tedesco-sovietico.

Dopo l’entrata in guerra dell’Italia, nel giugno 1940, fu internato dai francesi con gli altri italiani di Tunisia nel campo di Sbeitla, ai margini del deserto, per poco più di un mese.

Arrestato dal regime fascista di Vichy il 28 novembre 1941 come “sospetto”, con l’accusa fra l’altro di aver preparato un sabotaggio nell’arsenale militare di Biserta, fu detenuto nella fortezza di Sidi Kassem, in un campo sui monti del Kef e poi nel carcere di Biserta, dove subì gli interrogatori con l’elettricità; per sottrarsi alle torture arrivò a ferirsi volontariamente per ottenere il ricovero in ospedale. Davanti al tribunale marittimo di Biserta l’accusa chiese per lui la pena di morte; fu condannato ai lavori forzati a vita e trasferito in Algeria, prima a Costantina e poi a Lambèse.

Dal luglio al novembre 1942 fu in carcere anche la moglie Litza, accusata di avere diffuso clandestinamente il giornale L’Avenir de la Tunisie e di aver preso parte alla campagna contro la tortura.

Maurizio Valenzi, liberato dagli alleati nel marzo 1943, venne inviato dal PCI a Napoli, per preparare l’arrivo di Palmiro Togliatti dall’Unione Sovietica. Raggiunse la città nel gennaio 1944. Gli inglesi del Psychological Warfare Branch impegnarono i prigionieri liberati in appelli radiofonici rivolti ai soldati italiani perché cessassero di combattere a fianco dei tedeschi. Valenzi partì per l’Italia alla fine di gennaio 1944, atterrando in Puglia e proseguendo in treno: arrivò alla stazione di Napoli il 21 gennaio.

Al numero 11 di via Broggia a Napoli venne organizzato un appartamento per i comunisti che arrivavano da varie località; là venne ospitato Togliatti e Maurizio Valenzi visse da vicino quella che verrà chiamata la svolta di Salerno. L’alloggio era stato trovato da René MacKey, ufficiale dei servizi britannici e vecchio amico dagli anni tunisini. Il partito affidò a Valenzi il compito di condividere l’appartamento con il segretario del PCI e di occuparsi della sua sicurezza. Togliatti giunse alla federazione del PCI  di via San Potito il 27 marzo 1944, tenne l’11 aprile al Teatro Modernissimo il discorso che aprì la svolta e rimase a Napoli poco più di cento giorni. Maurizio Valenzi rimase a Napoli anche dopo questo periodo lavorando sempre come funzionario di partito, insieme a leader del PCI come Mario Palermo e Giorgio Napolitano.

In quegli anni presiedette il primo congresso della federazione comunista napoletana, collaborò all’edizione meridionale de l’Unità e al quotidiano La Voce, e seguì per il partito i lavori del Comitato di Liberazione Nazionale cittadino: nel dicembre 1944 toccò a lui annunciare, a nome del PCI, la rinuncia a insistere sulla candidatura comunista a sindaco, osteggiata dal comando alleato, aprendo la strada all’elezione di Gennaro Fermariello.

L'attività politica nel dopoguerra

Nel 1952 venne eletto consigliere provinciale. Si era già candidato, senza essere eletto, alle elezioni politiche del 1948.

Fu senatore eletto nel PCI per tre legislature dal 1953 al 1968; in particolare venne nominato segretario alla Presidenza del Senato e in un altro periodo vicepresidente della Commissione Esteri. Fu eletto per la prima volta nel collegio di Pozzuoli e riconfermato nel 1958 e nel 1963; fu poi segretario del gruppo comunista al Senato, presieduto da Umberto Terracini.

In quegli stessi anni ricoprì diversi altri ruoli istituzionali e di partito, diventando vicepresidente della Commissione di Vigilanza sulla RAI, segretario del Gruppo Comunista al Senato e membro della Commissione Centrale di Controllo del PCI.

Nel dicembre 1956 fu tra i dirigenti napoletani che, insieme a Mario Palermo e Clemente Maglietta, dichiararono di dissentire dall’espulsione dal PCI di Eugenio Reale, che si era scontrato con Togliatti. Valenzi assunse una posizione pubblicamente critica nei confronti dell’Unione Sovietica in occasione dell’invasione della Cecoslovacchia del 1968 e tornò sul caso Reale nel 1986 e nel 1996, sostenendo che quella espulsione era stata ingiusta.

Non ricandidato al Senato nel 1968, aveva allora cinquantanove anni e svolto tre legislature. Consigliere comunale a Napoli dal 1970 al 1975, fu capogruppo del PCI. Aveva ripreso a dipingere e si impegnava nell’amministrazione cittadina: un passaggio che Amendola avrebbe definito un «errore provvidenziale», perché aprì la strada alla sua elezione a sindaco.

Il cenacolo di Villa Lucia Nel secondo dopoguerra Valenzi fu impegnato nella riorganizzazione del Partito Comunista Italiano a Napoli, dedicandosi all'attività della Federazione cittadina in un periodo segnato dalla rinascita culturale della città dopo la caduta del fascismo: proprio in quegli anni entrò in contatto con il vivace cenacolo artistico e intellettuale che si raccoglieva attorno al pittore comunista Paolo Ricci, prima nello studio di quest'ultimo a Villa Lucia, al Vomero, e poi nelle riunioni conviviali alla trattoria Sica, tra piazza Vanvitelli e la stazione della Funicolare, un ambiente che riuniva, tra gli altri, Carlo Bernari, Guglielmo Peirce, Antonio D'Ambrosio, Alfonso Gatto, Sergio Ortolani, Emilio De Feo, Eduardo De Filippo, Peppino e Titina De Filippo, Raffaele Viviani, Totò, Nino Taranto, Vasco Pratolini, Renato Guttuso, Antonello Trombadori, Domenico Rea, Gaetano Macchiaroli, Gino Doria, Riccardo Ricciardi, Gaspare Casella, Armando Curcio, Giorgio Amendola, Emilio Sereni, Mario Alicata, Giorgio Napolitano, Gerardo Chiaromonte, Curzio Malaparte, Anna Maria Ortese, Raffaele La Capria, Francesco Rosi e Giuseppe Patroni Griffi; e in cui la sua formazione di pittore, oltre che di dirigente politico, lo rese naturalmente a proprio agio, testimoniando quel legame tra impegno politico e vita artistica che avrebbe caratterizzato la sua intera figura pubblica.

Sindaco di Napoli (1975-1983)