che si è interessato di codice binario, bit e reti logiche in arte.

La sua ricerca artistica sperimentale comprende alcune migliaia di lavori, che contemplano la pittura, realizzata con eterogenee tecniche classiche e sperimentali, opere tridimensionali vicine alla scultura, sperimentazioni materiche, interessanti opere fotografiche, piccoli libretti a diffusione limitata, episodi classificabili come mail-art. È vasta e interessante anche la produzione dei testi teorici presentati autonomamente o in occasione di esposizioni personali. La sua ricerca nell'ambito dell'astrattismo e del secolare rapporto tra arte e pensiero scientifico ne fanno un artista interessante ed emblematico nella situazione culturale italiana della seconda metà del secolo scorso.

Particolarmente ricca di spunti è anche la ricerca fotografica che durerà fino a metà degli anni Ottanta, e che si svolge interna a quella pittorica. La produzione fotografica di Gianfranco Chiavacci comprende non solo riflessioni concettuali sui procedimenti fotografici ma anche ricerche sul movimento dell'oggetto nello spazio, sul colore e sulla definizione di tempo: tutto questo in sintonia con le riflessioni di quegli anni.

Biografia Il padre Attilio e la madre Virgiliana erano titolari di una sartoria a Cireglio, paese di montagna dove egli passa l'infanzia. È proprio grazie al lavoro del padre che si avvicina fin da subito all'idea di progettualità e di misura.

Nel 1944 la famiglia Chiavacci è costretta a lasciare la casa di Cireglio per i bombardamenti lungo la linea gotica; solo dopo la liberazione si trasferiscono nel quartiere di Porta al Borgo a Pistoia, dove Gianfranco frequenta l'istituto tecnico commerciale Filippo Pacini, diplomandosi in Ragioneria. Grazie alla formazione scolastica di tipo matematico, sviluppa un interesse per le discipline tecniche e scientifiche. Il 1º settembre 1956, appena diplomato, viene assunto alla Cassa di Risparmio di Pistoia.

Proprio in questo periodo inizia a sviluppare la passione per l'arte, visitando luoghi storici della città e programmando visite agli Uffizi.

Primi anni Le sue prime opere risalgono alla prima metà degli anni Cinquanta, rivelando l'attenzione dell'artista per il clima informale di quegli anni e per l'astrattismo internazionale, di cui viene a conoscenza tramite cataloghi e riviste. Successivamente, Gianfranco Chiavacci inizia ad interessarsi all'arte optical e programmata.

Da questo momento inizia a frequentare vari ambienti artistici toscani, entrando in contatto anche con Vasco Melani, direttore del Museo Civico pistoiese. A Firenze frequenta la Strozzina e la Galleria Numero, approfondendo in particolare l'arte astratta. Inoltre, già dal 1954, periodo in cui andava a trovare la sorella a Roma, vede le prime mostre d’arte contemporanea alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea: nel 1958 Jackson Pollock e poi Piet Mondrian.

Nello stesso anno, con un gesto plateale a segnare una svolta decisiva, l'artista decide di distruggere tutti i lavori precedenti, bruciandoli, per poter ricominciare da capo con un lavoro più maturo.

Anni Sessanta Nel 1962, per poter acquisire una formazione e le competenze necessarie nel mondo del lavoro, inizia a frequentare i corsi IBM per programmatore e operatore, prima a Milano e poi a Roma e Firenze. Scopre così il codice binario, la scheda perforata e il concetto di bit che lo introducono al pensiero scientifico, e che dettano i primi tentativi di mutare il linguaggio informatico in pittura.

A partire da questa illuminante esperienza, inizia ad avvicinarsi all'arte visuale e cinetica e ai suoi esponenti, conosciuti soprattutto alla galleria Numero di Fiamma Vigo a Firenze.

Intraprende così una sperimentazione artistica basata sul linguaggio binario degli elaborati elettronici, cui si affianca un pensiero teorico. Ciò trova applicazione già nei primi lavori del 1963, dove la binarietà viene definita dall'artista stesso come ‹‹logica a due stati›› e come un processo strumentale per creare e indagare il mondo formale attinente alla bidimensionalità. L’artista non usa mai la macchina informatica per la produzione delle opere ma solo la logica binaria a essa inerente come processo logico-esecutivo; quindi il suo interesse non è per la tecnica ma per il pensiero che la sostiene.

Da questo momento ha incontri determinanti per la produzione delle sue opere. Fondamentale è il rapporto di amicizia e collaborazione con il conterraneo Fernando Melani, conosciuto in occasione della sua personale al Circolo di Cultura a Pistoia e con il quale esordirà a Firenze nella galleria Flog nel 1965. A Pistoia frequenta anche Donatella Giuntoli e il critico Claudio Popovich, mentre a Firenze conosce Carlo Cioni, pittore astratto, Paolo Masi, l’architetto Micci, Giuseppe Chiari e François Morellet.

Il punto d’incontro era sempre la Galleria Numero di Fiamma Vigo, dove Gianfranco Chiavacci farà anche la sua prima mostra personale nel 1967.

Anni Settanta Negli anni Settanta inizia a frequentare la Galleria Sincron a Brescia e lo spazio Ti.Zero a Torino in occasioni espositive incentrate sui linguaggi artistico-tecnologici. In quest’ultima, nel 1973, Gianfranco Chiavacci tiene una mostra personale dove presenta ufficialmente la sua Binarietà, come lui stesso definirà “la grammatica con cui elaboro il mondo”, abbinando alla mostra un primo tentativo di fornire le corrette chiavi di lettura della sua ricerca artistica. Questo decennio si rivelerà particolarmente prolifico. Iniziate negli ultimi anni del decennio precedente, le ricerche fotografiche si intensificano fra il 1971 e il 1973 nel tentativo di utilizzare il mezzo fotografico in modo non convenzionale. Per Gianfranco Chiavacci la fotocamera non è altro che una macchina atta a registrare un fenomeno luminoso. Così la ricerca inizia proprio nel testare i limiti della macchina sottoponendola a degli input luminosi predefiniti dall'artista stesso. Ne scaturisce un vasto corpus di opere fotografiche astratte che sfoceranno negli anni successivi a una serie di sperimentazioni concettuali sul mezzo fotografico. In seguito a queste esperienze si consolida l'intuizione che la fotografia è tridimensionale, in quanto risultato dell'erosione di uno strato di gelatina di sali d’argento dovuto all'azione combinata di luce e agenti di sviluppo. Queste riflessioni, nel decennio successivo introdurranno, nella sua ricerca binaria, un ulteriore spunto di indagine. Parallelamente in pittura prosegue il periodo che l'artista stesso definisci "della certezza binaria" che pur con ripetuti tentativi di introdurvi delle variabili per testarne la solidità sembra resistere. Questa solidità teorica inizia ad incrinarsi con alcune opere del 1979, ma è nei decenni successivi che questo evolversi della ricerca darà ulteriori frutti.

Anni Ottanta Dalle riflessioni in fotografia la ricerca artistica di Chiavacci si arricchisce di una rinnovata sensibilità materica, che lo porterà a percepire la pittura come materia applicata su una superficie. Quel concetto di tridimensionalità fotografica, appena accennato sul finire del decennio precedente, porta alla realizzazione delle sculture fotografiche e alla tridimensionalità binaria, che caratterizzerà da ora in poi tutta la sua produzione artistica. Se gli anni settanta sono gli anni della certezza binaria, gli anni ottanta iniziano e il decennio successivo sono certamente gli anni della maturità. A partire dai primissimi anni di questo decennio scopre un nuovo materiale, l'impasto di segatura con colore e colla vinilica. Questa sorta di surrogato pittorico della gelatina fotografica diventerà per tutti gli anni ottanta l'elemento ricorrente della sua ricerca. Fra gli appunti dell'artista si fa un interessante parallelismo: “Viene avvertita immediatamente la congruenza di questo materiale (la segatura di legno, uniforme nella sua microdifformità, risultante da un processo di frantumazione, di dissoluzione della macrocorporeità, vera e propria grana, come la sabbia, ma prodotta in artificiale) con la binarietà, frantumazione controllata dello spazio bidimensionale. Va tuttavia precisato che l'uso di questo materiale inerte proviene dal lavoro e dalle ricerche eseguite a partire dal concetto di scultura fotografica.”

Queste speculazioni sulla tridimensionalità binaria e fotografica trovano il ricongiungimento nel Primo elaborato con plasticità binaria del 1984. Dal suo diario di lavoro del 5 gennaio scrive a proposito di quest’opera: “L'attenzione allo spessore, già quello della gelatina sensibile di un negativo fotografico, sta fruttificando. Trovare lo spessore, il sopra/sotto della spazialità binaria. Ho riflettuto oggi su un aspetto del mio lavoro, che, pur mutate le referenze, penso sia comune a tutti gli sperimentatori autentici: la Binarietà è la sintassi con la quale elaboro il mondo.“

E ancora dal suo diario di lavoro del 25 gennaio 1984: “Ho terminato l'opera. Sono abbastanza soddisfatto. Ho raggiunto un grado di complessità dinamica. L'opera ha una certa aria di 'classicità'. Equilibrio laborioso? Terminato questo devo finire la scultura binaria. Poi mi dedicherò alla fotografia.”

Anni Novanta Gli anni Novanta sono segnati da significative partecipazioni espositive: a Pistoia è presente nel 1990 alla mostra Occasioni e labirinti, nelle Sale affrescate del Palazzo Comunale, e nel 1997 partecipa a Proiezione d’arte, alla Fortezza di Santa Barbara. Nel 1994 a Perugia presenta la personale Limiti presso Opera. Nel 1995 e nel 1997 apre il proprio studio al pubblico mostrando il lavoro degli ultimi anni nella sua complessità e presentando l'opera Progetto Fenoma Umano, che nasce dall'idea di fare, come Dulbecco per il Progetto Genoma Umano che indica l'elemento di base dei processi fenomenici, una serie di trenta piccole opere su cartoncino in cui viene esplicitato l'uso dei materiali utilizzati durante il lavoro di una vita.

Anni duemila Nel 2001 e 2004 è presente alle mostre Abitanti e Sonde organizzate a Palazzo Fabroni a Pistoia e nel 2011 inizia la collaborazione con la Galleria Die Mauer di Prato, con la personale 1970 presso Lato di Luca Gambacorti. Dal 2018 la sua ricerca arriva negli Stati Uniti grazie alla collaborazione con la Sous Les Etoiles Gallery di New York.

La binarietà Chiavacci ha fortunatamente lasciato numerose testimonianze scritte delle sue teorie, consapevole che in futuro i suoi scritti sarebbero stati utili per comprendere l'elaborazione del suo lavoro. La prima impostazione della sua ricerca sperimentale sulla binarietà risale al 1963, ma il punto di arrivo si ha nel 1980 quando decide di lasciare una traccia del suo approfondimento teorico in uno scritto intitolato La binarietà e lo spazio bidimensionale: analisi di una ricerca sperimentale in arte. Successivamente, nel settembre del 1993, l'artista decide di arricchire le teorie esposte nel primo saggio con un nuovo scritto intitolato Evoluzione della binarietà, dove analizza il proseguimento del suo lavoro dal 1979 al 1993. Quest’ultimo testo dattiloscritto esiste solo in tre esemplari, di cui uno appartenente a Bruno Corà, ed è completo di fotografie in bianco e nero.

La genesi delle sue teorie sta nella convinzione che un lavoro artistico non possa essere soltanto visivo, ma abbia la necessità di essere ‘letto’. Citando dal suo Diario di Lavoro: «La lettura conduce alla scoperta delle zone genetiche e dei frutti, conduce all’assaporamento dei miracoli ed alla desolante solitudine del deserto, del non essere, nel possibile essere non attualizzato».