Ero e Leandro sono i protagonisti di una struggente storia d'amore elaborata da due autori classici: Publio Ovidio Nasone, poeta latino del I secolo, e Museo Grammatico, autore greco del V/VI secolo. L'amore appassionato fra i due e il tragico epilogo della vicenda hanno nel tempo ispirato vari autori i quali hanno rivisitato il mito arricchendolo via via di pathos, levigandone le vicende e accrescendone il dramma. In tempi e luoghi diversi, Bernardo Tasso e Christopher Marlowe hanno entrambi esaltato in un poemetto l'amore della giovane coppia.

Si racconta che Lord Byron abbia voluto provare sulla propria persona la veridicità della storia attraversando da solo, a nuoto e di notte, l'Ellesponto.

Franz Liszt e Robert Schumann sono tra i compositori che hanno dato veste musicale al mito.

Leggenda Ero e Leandro sono due giovani innamorati e bellissimi che vivono sulle sponde opposte di uno stretto braccio di mare, attraversato da correnti fortissime e da moltissime navi. L'opposizione delle famiglie al loro amore e la distanza non li scoraggia: Leandro, forte della sua gioventù intrepida e del suo amore, ogni notte si tuffa nelle acque inquiete e pericolose per raggiungere di nascosto l'amata. Ero, consapevole dei pericoli che Leandro corre per lei attraversando le terribili acque agitate, l'attende alla finestra della sua casa affacciata sullo stretto con una candela accesa in mano, affinché la luce possa far da guida all'amante indicandogli la rotta da seguire.

Una notte però la fiamma improvvisamente si spegne e, prima che Ero se ne accorga, Leandro smarrito perde la via nell'impetuoso mare e, stremato, vi trova la morte.

La versione di Ovidio La storia d'amore, con la prova di coraggio e fedeltà costante, e l'attesa reiterata e speranzosa della giovane amante ha ispirato Ovidio, che include Ero e Leandro tra le coppie celebrate nelle sue Eroidi e rintraccia nella tragica vicenda temi cari alla sua poetica (l'attesa, l'amore fedele, la speranza vacillante di chi non si crede più amata).

Le lettere dedicate alla coppia sono la XVIII (Leandro a Ero) e la XIX (Ero a Leandro).

Lettera XVIII Leandro descrive con vivide immagini il suo amore assoluto e devoto per Ero. Dice Leandro alla giovane amata che traversando il mare egli è nello stesso tempo atleta e naufrago:

L'arrivo del maltempo, le tempeste sul mare, rendono impossibile la traversata; l'angosciata costatazione che occorrerà aspettare del tempo per rivedersi offre l'occasione ad Ovidio per inserire, nel contesto di questa storia d'amore travagliata, un'altra vicenda: l'allusione ad Elle e Frisso, elegante citazione mitologica, evoca già un destino di morte e annientamento:

Leandro, con commozione, sfoga la sua frustrazione per la distanza che lo separa da Ero e per il mare in tempesta; promette, infine, di raggiungere presto l'amata, anche a costo di morire:

Lettera XIX La risposta di Ero a Leandro apre una porta sulla vita in tempi passati, sulle differenti occupazioni in cui sono impegnati uomini e donne, guardando ogni cosa da una delicata prospettiva giovane ed innamorata, molto femminile:

La ragazza, turbata e in ansia per l'assenza dell'amato, anche se da lui ha ricevuto conferme e promesse d'amore, vacilla e si abbandona ad un accenno di gelosia: che l’indugio di Leandro sia dovuto a un’altra causa?

La lettera si chiude con un presagio di morte, che Ero ipotizza sia determinata dal tradimento di lui, spingendo, di fatto, con la sua insistita impazienza, Leandro tra i flutti in tempesta, mandandolo incontro a un triste destino.

Il testo di Museo La fortuna del mito si deve soprattutto a un poemetto in esametri di Museo Grammatico, del V o VI secolo dopo Cristo. Il poemetto, intitolato , ha le caratteristiche formali di un epillio ellenistico, lungo 343 esametri, dedicato ai due giovani amanti, ma appare influenzato anche da trame e peripezie proprie del romanzo greco. Decisiva per la divulgazione della favola antica in età umanistica fu la stampa dell'idillio di Museo nel 1495 ad opera di Aldo Manuzio, a cui seguì, per cura dello stesso, la traduzione latina con testo a fronte tra il 1495 e il 1497; le edizioni aldine ebbero lunga fortuna e furono ristampate più volte con pochi ritocchi e costituirono un testo di riferimento per edizioni successive.

Dopo l'invocazione alla Musa, Museo entra nel vivo della vicenda presentando i due giovani protagonisti; sappiamo così che Ero è di Sesto e Leandro è di Abido:

Leandro, vista Ero durante una festa, se ne innamora follemente; la ragazza è sacerdotessa di Afrodite e inizialmente è ritrosa e resiste all'amore, tuttavia Leandro insiste e non demorde, nonostante le resistenze, ed Ero, alla fine, cede all'amore per il ragazzo:

Il giovane Leandro, che viveva ad Abido, amava Ero, sacerdotessa di Afrodite a Sesto, sulla costa opposta, e attraversava lo stretto ellespontino a nuoto ogni sera per incontrare la sua amata. Ero, per aiutarlo a orientarsi, accendeva una lucerna. Una notte una tempesta spense la lucerna e Leandro, disorientato, morì tra i flutti. All'alba Ero vide il corpo senza vita dell'amato sulla spiaggia e, affranta dal dolore, si uccise gettandosi da una torre.

Altre narrazioni del mito Il geografo greco Strabone conosce la storia dei due amanti poiché chiama «torre di Ero» un'antica torre ai suoi tempi visibile nella città di Sesto (XIII 22: ), probabilmente un faro che dava la rotta ai naviganti negli attraversamenti notturni dell’Ellesponto. La leggenda era così celebre da essere raffigurata sulle monete locali di Sesto e Abido; il mito è anche presente su alcune pitture parietali pompeiane (Casa dei Vettii). Virgilio allude alla leggenda in un passo del III libro delle Georgiche (III, 219-282). Una fonte ignota di età ellenistica aveva narrato la leggenda, come testimoniano i trimetri giambici sopravvissuti e custoditi nel Papiro di Ossirinco 864 e gli esametri del Papiro Rylands 486. Fabio Planciade Fulgenzio (V-VI secolo), nella Fabula Ero et Leandri, presenta il mito in una luce negativa, vedendovi un’allegoria dei pericoli dell’amore sensuale: «Amor cum periculo sepe concordat et dum ad illud solum notat quod diligit, numquam uidet quod expedit». Fulg., Mit. III, 4, Fabii Planciadis Fulgentii V. C. Opera, a cura di R. Helm . Questa condanna morale della passione che sconvolge l’animo dei giovani amanti si ritrova nella narrazione dei tre Mitografi Vaticani (IX-XII sec.) Vedi Le premier mythographe du Vatican, a cura di N. Zorzetti, trad. fr. di J. Berlioz, Parigi 1995, VII-XLIV. Un significativo adattamento in versi della storia di Ero e Leandro è dell’abate Baudri di Bourgueil (1046-1130) la cui opera poetica comprende 256 componimenti e che, in uno dei suoi poemi più lunghi, il c. 154, traspone liberamente in distici elegiaci l'antico mito. L’autore vi introduce, fra l’altro, una significativa variante del mito, attribuendo alla gelosa Ero lo spegnimento della lampada: «Extinctis facibus ad limina uirgo recedit / Nec superexpectat, qui properans aderat» (vv. 1179-1180). Petrarca paragona i due amanti infelici ad altri in Trionfi II, v. 21: «Leandro in mare et Ero a la finestra». Dante Alighieri cita il mito nel XXVIII Canto del Purgatorio: Dante, andando incontro a Matelda, la trova al di là di un corso d'acqua ed è indispettito per non potersi avvicinare allo stesso modo, egli dice, di Leandro, impossibilitato a raggiungere Ero a causa delle condizioni proibitive del mareDante Alighieri, XXVIII Canto del Purgatorio.. La fortuna della favola di Ero e Leandro crebbe a partire dalla prima metà del '300 e fino alla metà del secolo successivo grazie alla diffusione di Ovidio: il fiorentino Filippo Ceffi volgarizzò le Heroides; il veneziano Giovan Girolamo Nadal nell'ultimo quarto del '300 compose la Leandreide, lungo poema in terzine in cui la vicenda dei due amanti diviene pretesto per parlare di poesia e di Ovidio; il senese Domenico da Monticchiello riprese il volgarizzamento di Ceffi dandogli nuova veste metrica. Tra gli epigoni del Mitografo, il benedettino Pierre Bersuire (ca. 1290-1362), nel XV libro del Reductorium morale, quell’Ovidius moralizatus che influenzò il capolavoro di Chaucer, i Canterbury Tales, ed ebbe una larga circolazione nei monasteri, propone una lettura allegorica e una cristianizzazione del mito. La sua interpretazione vede in Leandro il genere umano, nella città il mondo, nel mare la vita mortale, nella lanterna il paradiso, in Ero la sapienza divina. L’amore tra i due giovani viene spiegato come un anelito di Ero (= sapienza divina) verso Leandro (= genere umano) che porta la prima a condividere il destino mortale del secondo. Successivamente, Bersuire si spinge fino a una interpretazione tipologica del mito ed afferma che Leandro prefigura il Cristo che si è incarnato ed ha accettato di morire per amore dell’umanità. L'Ovide moralisé, volgarizzamento in medio francese delle Metamorfosi di Ovidio, realizzato nel XIV secolo da autore anonimo. Bernardo Tasso dedica alla Favola di Leandro e d'Ero un poemetto in endecasillabi, all'interno del Terzo libro de gli amori (1537); per ammissione del suo stesso autore, la scrittura era stata mediata da una traduzione latina ed era frutto di una particolare simbiosi con il testo di partenza. Garcilaso de la Vega nel sonetto 29 cita la storia di Ero e Leandro. L'avventura amorosa di Ero e Leandro, il topos degli ostacoli, umani e naturali, che impediscono agli amanti di riunirsi, hanno ispirato anche la novellistica volgare, dove l'insegnamento è che la passione d'amore, se non trova giusti confini, può rovinare e portare alla morte; in Le Piacevoli notti di Giovan Francesco Straparola, del 1550, è raccontata una novella i cui protagonisti, pur nell'inversione dei ruoli, ricordano la favola di Museo: Malgherita di notte a nuoto si recava presso l'amante Teodoro guidata da una fiaccola posta sugli scogli; una notte i fratelli della donna, per ostacolare la relazione tra i due, con uno stratagemma le fecero perdere l'orientamento mentre nuotava e la ragazza annegò; il suo corpo, spinto dalle onde sulla scogliera, fu sepolto da Teodoro. Christopher Marlowe scrisse un poemetto Hero and Leander pubblicato nel 1598. Il mastro calzolaio e poeta Hans Sachs (1494-1576), protagonista dell’opera di Richard Wagner Die Meistersinger von Nürnberg (1862-1867), ha letto il mito di Ero e Leandro in chiave morale nella sua Historia. Die unglückhafft lieb Leandri mit fraw Ehron (1541), segnando l’inizio della fortuna di Museo nel Rinascimento. Juan Pérez de Moya (1513-1596), il letterato e matematico autore di un importante trattato spagnolo di mitologia classica, la Philosophia secreta, del 1585, racconta di Ero e Leandro nel V libro (cap. 9) che «Contiene fábulas para exortar a los hombres huyr de los vicios y seguir la virtud». Gabriel Bocángel y Unzueta (1603-1658), uno dei maggiori esponenti del Barocco spagnolo, pubblica il suo poema Hero y Leandro a Madrid nel 1627. Il poeta dà vita ad un sottile gioco intertestuale fra tre precedenti versioni del mito (le Heroides di Ovidio, l’epillio di Museo e la Historia di Boscán), a cui sovrappone la storia di Didone nell’Eneide. Vedi Isabel Torres, « A Small Boat », 154. Lope de Vega all'inizio del secondo atto de El caballero de Olmedo (1620) paragona alle vicissitudini amorose di Leandro i continui viaggi da Olmedo a Medina che il protagonista, Don Alonso, intraprende per far visita alla sua amata Doña Inés.