Inici, o anche InichiQuinternus antiquus feudorum et bonorum feudalium aut membrorum Regie Curie cum nominibus et cognominibus baronum et feudatariorum infra scripta et notata possidencium tempore serenissimi et illustrissimi regis et principis domini regis Friderici tercii regis Sicilie, in manoscritto I.B.3, cc. 337-247, della Biblioteca della Società Siciliana per la Storia Patria di Palermo o InithiNomina et Cognomina baronum et feudatariorum ac quantitas pecuniae quae anno quolibet pervenit et pervenire potest eis, ex subscriptis feudis eorum. Tempore Regis Friderici secundi, vulgo tercij nuncupati, in manoscritto Qq D 88 della Biblioteca Comunale di Palermo, è una località nel comune di Castellammare del Golfo. Già feudo del Vallo di Mazara, dall'inizio del XVI secolo fu baronia feudale della famiglia Sanclemente. Nel 1535 vi transitò l’imperatore Carlo V di ritorno dalla spedizione di Tunisi, che fu accolto per una notte nel castello di Inici, ospite di don Giovanni Sanclemente, suo compagno d’armi in Africa. Nel feudo di Inici venne edificato nel XVI secolo il santuario della Madonna della Mendola, del quale oggi restano solo tracce delle fondamenta. La località comprende il monte Inici, seconda vetta più alta del Libero Consorzio Comunale di Trapani, dopo monte Sparagio.
Geografia Il feudo raggiungeva un'estensione di 974 salmePari a 3262 ettari, 21 are e 82 centiare (cfr. Buscaino, p. 135), comprendeva nove màrcatiCon questo termine in Sicilia veniva anticamente definito il terreno recintato con abitazione destinato al pascolo degli animali al suo interno ed era baronia feudale, “territorio nel territorio” sottoposto alla giurisdizione della città regia di Monte San GiulianoVincenzo Adragna, Il castello di Inici, in Trapani - Rassegna mensile della Provincia, 1973, n. 198, p. 4; il territorio era:
I nove “màrcati" tra di loro confinanti erano: il màrcato della Montagna, della Chiana, di Miselli, della Balata d'Inici, di Pocorobba (o Pocoroba), della Noce, di Fontanelli, della Pecoreria e di Abbatello.. Quello di Inici, fino al XVII secolo, era uno dei tre uliveti che si trovavano nell'Agro ericino. In inverno, nel feudo di Inici, si raccoglieva la neve nelle fosse, per servirsene nei mesi estivi..
Storia Origini Dal I al V secolo In prossimità della via Valeria che raggiungeva Lilibeum e Drepanum, dopo la stazione di Aquae Segestanae, sorgono, sulle falde del Monte Inici, distinti insediamenti rurali, attestati da materiale ceramico e da altri reperti (nel pianoro prossimo al luogo su cui sorgerà il castello). Sono abitati rurali dipendenti da Segesta..
Alto medioevo Dal V secolo all'827 Decadono i centri rurali, Segesta perde gradualmente importanza strategica. Nasce l’esigenza di centri fortificati in cui accorrere in occasione di pericolo. Un centro religioso sorge nella zona in epoca bizantina, con una chiesa dedicata a Santa Irene, probabilmente sede di fondazione monastica basiliana.
Dall'827 al 1071 Nel periodo arabo si rinnova la coltura della terra, anche in seguito allo stanziamento di nuovi gruppi etnici provenienti dall’Africa settentrionale. Il territorio si organizza in casali: uno dei casali è casale Innici. La presenza araba nella zona è attestata dalla toponomastica e dalla trasformazione del nome Sancta Irini in Scianti Irini.
Basso medioevo Dal 1071 al 1198 In pieno periodo normanno, nel diploma di fondazione del vescovado di Mazara di papa Pasquale II nel 1100, si indica anche la terra di Calathameth, che viene quasi ad assumere il ruolo prima esercitato da Segesta nella vallata. Nel suo viaggio ai tempi di Guglielmo I di Sicilia, Idrisi parla della vitalità agricola di questo territorio ubertoso. Egualmente entusiasta della fertilità del territorio è Ibn Jubayr, che negli anni del regno di Guglielmo II di Sicilia, attraversando la strada che da Alcamo conduce a Trapani così la descrive: “[…] noi percorrevamo un seguito non interrotto di villaggi e masserie e vedevamo terreni coltivati o seminati che mai ci erano occorsi terreni così fertili e così vasti […]”.
Dal 1198 al 1266 In epoca sveva gli abitanti per lo più arabi della zona, ridotti, come altrove in Sicilia, dallo stato di contadini liberi e piccoli possidenti in quello di servi, prima si ribellano fuggendo sulle montagne ed abbandonando i casali, poi si scontrano con la monarchia di Federico II rimanendo sconfitti. Il casale Innici viene abbandonato. Il nuovo stato di cose e l'assenza di manodopera agricola determinò il passaggio da una agricoltura intensiva, con frutteti e colture specializzate, ad una estensiva con vaste aree destinate al pascolo e alla cerealicoltura.
Il casale Innici è uno dei casali abbandonati dalle popolazioni per lo più saracene e concessi da Federico II all'universitas di Monte San Giuliano. Il privilegio, che secondo alcuni storici è un falso, con il quale si intendeva legittimare il possesso de facto di un vasto territorio da parte di Erice, ha conferma nel 1392 da re Martino e dalla regina Maria..
Il XIII e il XIV secolo Il primo ad avere in potere il territorio di Inici fu Nicola (o Nicoletto) Asmundo, abitante di Calatafimi, falconiere dell’imperatore Federico II.
L’8 marzo 1234 Gilberto Abate, tramite il fratello, il dominus Enrico Abate, abitante a Trapani, acquistò per 1750 tarì dal dominus Nicoletto Asmundo e dalla moglie Margherita, col consenso di Benedetto loro figlio minorenne, il territorio con terre lavorative, selva e foresta denominato Inichi, nel tenimento di Calatafimi.
Il figlio di Gilberto, Palmerio Abate, nel 1278-1279 era titolare di imprecisati beni feudali in Sicilia. Morì nell’estate 1300 in seguito alle ferite riportate nella battaglia di Ponza.
Gli successe il fratello miles Riccardo Abate, e a Riccardo successe suo figlio Nicola. La descrizione dei beni feudali posseduti da Nicola Abate si ricava dalla Descriptio feudorum del 1335: «Nicolaus Abbas miles pro Asinello, Chifalo, Carino, Rochis terre Chiminne, Terrasinis, casalibus Cudie, Inichi, Umris, Symenis unc. 600». Nicola Abate quindi ricavava 600 onze di reddito da Isnello (Asinello), da Cefalà, da Carini, dal tenimento delle Rocche in territorio di Ciminna, da Terrasini, dai casali di Cudia, Inici, Umri - ora Ummari - e Simeni (due tenimenti che si trovavano in vicinanza di Inici).
Filippa De Milite, moglie di Nicola Abate, nel testamento del 5 febbraio 1348 disponeva delle terre di Inici, Racanzili e Bonagia. Risulta morta il 13 gennaio 1349..
Durante il dominio degli Abbate, su Inici gli abitanti di Monte San Giuliano mantengono alcuni diritti: quello di far legna, andare a caccia e portare al pascolo il bestiame nelle terre incolte. Sorge probabilmente in questo periodo la torre e il primo nucleo fortificato.
Età moderna Il XV e il XVI secolo
Dal 1380 è titolare di Inici Simone I La Mannina (o Lamagnina)., il quale trasmetterà il territorio ai suoi eredi. Nella Recentio pheudorum del 1408 Inici appartiene infatti agli heredes Simoni Lamagnina, tra i quali figura Andrea, padre di altro Simone. I La Mannina, nobile famiglia di Monte San Giuliano, erano imparentati con i Chiaramonte, dai quali ereditarono il patronato della cappella di san Nicolò nel Duomo di Erice, poi passato ai baroni Sanclemente.
Simone II La Mannina, proprietario di Inici nella prima metà del XV secolo, sposò la nobildonna trapanese Costanza Naso Sieri Pepoli e, nel 1442, acquistò la tonnara di Scopello per 40 onze. Fu senatore di Trapani nel 1428-1429 e nel 1432-1433, venendo in seguito nominato capitano di giustizia di Monte San Giuliano nel 1434 e ancora nel 1437Vito Carvini, “Capitani, giurati, segreti, patrizi, sindaci, giudici di Monte San Giuliano”, copia e correzioni del can. Antonio Amico, 1929, ms. Biblioteca comunale di Erice “Antonio Cordici”, pag. 7. Alla sua morte, nel 1453, gli succedette la figlia Bartolomea, la quale aveva sposato il nobile spagnolo don Giovanni Sanclemente, regio cavaliere e regio consiliario, discendente dai Santcliment di Barcellona, il quale aveva combattuto con Alfonso V d'Aragona in Corsica e a Napoli e più volte ricoperto la carica di capitano giustiziere a Salemi, Sciacca e Trapani.
Don Giovanni Sanclemente e donna Bartolomea La Mannina ebbero Simone, con il quale il territorio di Inici venne elevato a baronia feudale. Don Simone Sanclemente fu infatti investito del territorio di Inici col titolo di barone nel 1507, per lettere di investitura date nel Castelnuovo di Napoli a 22 febbraio IV indizione dello stesso anno dal re Ferdinando il Cattolico..
Nel 1535 l’imperatore Carlo V dormì per una notte nel castello di Inici, ospite di don Giovanni Sanclemente (figlio di Simone), il quale era stato suo compagno d’armi a Tunisi. La sosta di Carlo V nel feudo dei Sanclemente è tramandata della storiografia: giunto nella campagna di Inici, l’imperatore si sedette a riposare sotto un albero di ulivo e si dissetò ad una fonte di acqua corrente non distante: quell’albero, che spicca tra gli altri per la grossezza del tronco, nella cui corteccia l’imperatore incise una croce che, crescendo l’albero, crebbe con esso, fu rinominato ulivo dell’imperatore; quella fonte fontana dell’imperatoreGioacchino di Marzo, Dizionario topografico della Sicilia di Vito Amico, tradotto dal latino e continuato sino ai nostri giorni, seconda edizione, volume II, Palermo 1859, p. 603. L’episodio è scolpito nei versi del poeta alcamese Sebastiano Bagolino, che celebra l’episodio con un carmen ricompreso nel tomo II dei suoi poetici componimenti latini:
Il 22 settembre 1548, Giovanni Mastrandrea, notabile alcamese, acquistò da don Giuseppe Sanclemente il màrcato della Chiana d’Inici e, vent’anni più tardi, il 22 settembre 1568, i Sanclemente vendettero il territorio di Inici agli eredi di Giovanni Mastrandrea, per circa 11.000 onzePietro Maria Rocca, Di una nota del cav. Giuseppe Triolo Galifi relativa al soggiorno in Alcamo dell’imperatore Carlo V nel 1535, in Archivio Storico Siciliano, nuova serie, anno XXXVI, Palermo, 1911, pp. 452-455.
Qualche anno dopo Inici tornò in potere dei Sanclemente, e da costoro fu donato in parte al monastero di sant’Andrea, in parte al collegio dei gesuiti di Trapani.
Fu donna Francesca Sanclemente la quale, premorendo, nel 1590, alla madre Allegranza e non avendo figli, lasciò con il suo testamento i propri beni in usufrutto all’anziana nobildonna, con l’obbligo di assegnarli, alla morte, ad un monastero, detto precedentemente di sant’Andrea, che si sarebbe dovuto intitolare alla Beata Vergine Maria del Santissimo Rosario, e di destinare le case dove ella abitava alla costruzione del nuovo complesso monastico e della chiesa, dove si sarebbero dovuti erigere tre altari. La madre Allegranza reclamerà però per sé la legittima e, pertanto, la quota della baronia di Inici e della tonnara di Scopello che verrà assegnata a tale monastero, sarà di un terzo. I restanti due terzi, donna Allegranza li assegnò, con il suo testamento del 1597, al collegio dei Gesuiti di Trapani...
Il XVII e il XVIII secolo Accettata la donazione di donna Allegranza Sanclemente, in virtù del suo testamento del 1597, il Collegio si affrettò a prendere possesso del territorio di Inici. E poiché in quegli stessi giorni anche il monastero del Santissimo Rosario sotto il titolo di sant’Andrea sosteneva di avere diritto all’eredità della baronessa, procedeva anch'esso pochi giorni dopo alla presa di possesso..