La Gran Loggia d'Italia degli ALAM (Antichi Liberi Accettati Muratori), abbreviato in GLDI, è la più grande obbedienza massonica italiana mista (quindi con pari dignità per uomini e donne, sebbene a oggi non abbia mai avuto un gran maestro donna).

È stata fondata da un gruppo di appartenenti al rito scozzese antico e accettato, usciti dal Grande Oriente d'Italia nel 1908. Anche se la fondazione ufficiale avviene nel 1910 con la denominazione originaria di Serenissima Gran Loggia d'Italia, tradizionalmente la sua nascita viene collocata nel 1908, anno della scissione.

La sua sede storica fu in piazza del Gesù 47, a Roma; attualmente ha sede in Roma a Palazzo Vitelleschi, via San Nicola de' Cesarini 3.

Storia

Le origini Le origini della Gran Loggia d'Italia traggono le mosse dallo scisma dal Grande Oriente d'Italia (24 giugno 1908) di un notevole numero di massoni, appartenenti al rito scozzese antico e accettato, guidati dall'allora sovrano gran commendatore Saverio Fera.

Le ragioni dello scisma sono state essenzialmente di natura politica: il GOI, dopo l'elezione a gran maestro di Ettore Ferrari, perseguiva un orientamento di carattere radicale ed anticlericale mentre i fuoriusciti di piazza del Gesù avevano un approccio più conciliante con la Chiesa cattolica e, in genere, più conservatore. Il casus belli fu una proposta di censura, avanzata da Ettore Ferrari nel corso della gran loggia annuale del GOI, all'indirizzo di quei parlamentari aderenti alla massoneria che si erano rifiutati di votare alla Camera dei deputati la mozione del socialista gradualista Leonida Bissolati, anch'egli massone, volta ad abolire l'insegnamento della religione nella scuola elementare. Il sovrano gran commendatore in pectore del rito scozzese, Saverio Fera, forte oppositore della politicizzazione forzata perseguita da Ferrari all'interno dell'obbedienza, pose il veto formale contro la proposta di censura. La frattura che ne seguì all'interno dell'obbedienza fu insanabile, e il 26 giugno 1908, a seguito dell'elezione di Achille Ballori, membro del supremo consiglio vicino a Ferrari, a sovrano gran commendatore del rito scozzese, Saverio Fera dichiarò risolte le costituzioni del 1906 e sciolto il rapporto con Grande Oriente d'Italia. Il 13 luglio il gran maestro del GOI, Ettore Ferrari, espulse Fera e tutti i massoni del supremo consiglio a lui vicini. Solo nove logge del GOI seguirono Saverio Fera nella costituzione della Serenissima Gran Loggia d'Italia, ma nel giro di un anno la nuova obbedienza ne contava già cinquanta. Questa tendenza proseguì negli anni successivi, soprattutto al sud, dove la Gran Loggia d'Italia superò, per numero di aderenti, il Grande Oriente. Nel 1912 la Gran Loggia d'Italia ottenne, inoltre, il riconoscimento internazionale della conferenza mondiale dei supremi consigli di rito scozzese antico ed accettato, che ne accrebbe il prestigio e la credibilità in Italia. Saverio Fera, morì nel 1915; dopo la sua morte, anche a seguito della guerra ormai in corso, l'obbedienza pur continuando i suoi lavori, ebbe un periodo di passaggio tra vari gran maestri, fino al 1919, anno in cui venne eletto Raoul Vittorio Palermi, che rimase in carica fino al 1925.

Il primo dopoguerra e l'avvento del fascismo Il 29 dicembre 1915 morì Saverio Fera, fondatore della Gran Loggia, al quale successe Leonardo Ricciardini, affiancato da Raoul Palermi alla guida del supremo consiglio. La maestranza di Ricciardini fu funestata sia dagli eventi della prima guerra mondiale e dalla crisi che ne conseguì, sia per il rientro di numerose logge della nuova obbedienza all'interno del GOI. Nel 1918 la Gran Loggia d'Italia contava sessanta logge e 5.000 fratelli. Nello stesso anno, fu eletto gran maestro William Burguess che però rassegnò le dimissioni il 23 marzo 1919 spianando di fatto la strada per l'elezione di Raoul Palermi alla guida della Gran Loggia. Sotto la maestranza di Palermi l'obbedienza di piazza del Gesù conobbe una nuova crescita che la portò a contare 14.000 iscritti nel 1921.

Il 19 maggio 1922 la Gran Loggia d'Italia fu invitata a Losanna alla conferenza mondiale dei supremi consigli di rito scozzese, a scapito del Grande Oriente d'Italia. Questo nuovo riconoscimento si tradusse in un vero e proprio trionfo per il Palermi il quale, galvanizzato dal successo ottenuto a Losanna, rimarcò il suo filo-fascismo plaudendo alla marcia su Roma e inviando un telegramma ufficiale con il quale augurava il successo al neonato governo Mussolini.

L'appoggio della comunione massonica di piazza del Gesù alla presa del potere da parte di Mussolini non fu una mera dichiarazione di cortesia. Lo storico statunitense Peter Tompkins nel volume “Dalle carte segrete del Duce”, (2001), ha evidenziato che tutti e quattro i “quadrumviri” della marcia su Roma (Italo Balbo, Michele Bianchi, Cesare Maria De Vecchi e Emilio De Bono) appartenevano alla Gran Loggia d'ItaliaAldo Alessandro Mola, Storia della massoneria italiana: dalle origini ai giorni nostri, Bompiani, Milano, 1992, pag. 505; alla stessa comunione appartenevano anche altri importanti gerarchi quali Arnaldo Mussolini, Roberto Farinacci, Amerigo Dumini, Cesare Rossi, Giacomo Acerbo, Giovanni MarinelliAldo Alessandro Mola, Storia della massoneria italiana: dalle origini ai giorni nostri, pag. 487 e Giuseppe BottaiM. Terzaghi, Fascismo e massoneria, Milano, 1950, pag. 42.. Tompkins ha appurato anche che 72 ore prima della marcia su Roma, alla stazione Termini, Mussolini si incontrò con Raoul Palermi, il quale si sarebbe messo a piena disposizione del futuro capo del GovernoAldo Alessandro Mola, Storia della massoneria italiana: dalle origini ai giorni nostri, pag. 507, impegnandosi ad influire sullo stesso Vittorio Emanuele III, che Tompkins definisce “massone segreto della loggia di Piazza del Gesù”Peter Tompkins, Dalle carte segrete del Duce, Tropea, Milano, 2001, pag. 69. Inoltre, Tompkins aderisce alla tesi secondo cui Giacomo Matteotti sarebbe stato assassinato, oltre che per l'incisiva denuncia delle irregolarità e delle violenze compiute dai fascisti nelle elezioni politiche del 1924, anche perché in possesso di documenti attestanti le tangenti versate dalla compagnia petrolifera Sinclair Oil Company ai ministri Gabriello Carnazza e Orso Maria Corbino, entrambi massoni di piazza del Gesù e allo stesso Benito MussoliniPeter Tompkins, cit., pag. 115.

Tuttavia, nonostante l'appoggio di Palermi, molti templi della Gran Loggia d'Italia furono devastati dagli squadristi fascisti. Il 23 novembre 1925, a seguito dell'ostracismo del regime e della nuova legislazione che vietava ogni forma di associazionismo massonico, la Gran Loggia d'Italia fu prima messa in sonno e poi sciolta un anno dopo. Raoul Palermi cercò di creare un surrogato della massoneria di piazza del Gesù, costituendo lOrdine nazionale di cultura e beneficenza San Giovanni di Scozia, ma la nuova associazione naufragò dopo pochi anni.

A proposito di Palermi, Valentino di Fabio, gran maestro della federazione italiana Le Droit Humain avrebbe poi scritto in una sua relazione del 1946 al supremo consiglio di Parigi e pubblicata l'anno successivo: "Tenne a battesimo il fascismo, non già per consigliarlo, ma con la speranza di distruggere tutte le altre istituzioni concorrenti e rimanere solo. Abolì il segreto, cambiò la formula del giuramento, fece ammissioni in massa, vendette gradi, finse riunioni del supremo consiglio non mai tenute; gabellò come regolarmente prese alcune sue deliberazioni e dichiarazioni di principio, in circolari di devozione al fascismo, di riconoscimento delle sue gerarchie, presentò una serie di provvedimenti che ottennero persino il consenso di Mussolini, ma provocarono ribellioni aperte di logge e di altissimi gradi, uno dei quali nel marzo 1923 scrisse testualmente: «La nostra famiglia si disgrega non già per l'opposizione al fascismo, ma per l'azione del Palermi. Egli ha tradito gli ideali supremi. Il rito e le logge sono in piena ribellione contro l'inaudita viltà e malafede di quest'uomo». Insomma ridusse la Massoneria a una sezione di partito politico - scrive ancora Di Fabio - e avendo le sue logge subito destino comune, simulò il suicidio, e in seguito secondo voci sempre più insistenti e distinte fu accusato di essere entrato a servizio di spionaggio politico (OVRA). I più non ci credemmo. Ripugnava alla nostra coscienza. E quando con orrore leggemmo il nome con la sua qualità e l'attribuzioni nella lista resa ufficialmente pubblica cercammo invano tutte le ragioni per scagionarlo. E ancor oggi che per dovere di storico imparziale debbo parlarne, mi si stringe il cuore".

Per quanto riguarda gli eventi del 25 luglio 1943, relativi alla messa in minoranza di Mussolini nel Gran consiglio del fascismo e il suo successivo arresto, sarebbe stato determinante – secondo Tompkins – il vincolo massonico derivante dall'iniziazione alla Gran Loggia d'Italia, che legava ancora dodici dei diciannove consiglieri contrari a MussoliniPeter Tompkins, cit., pag. 299: non a caso la vicenda si concluse con il conferimento dell'incarico di capo del governo al massone non dichiarato Pietro BadoglioPeter Tompkins, cit., pag. 69La rivista ufficiale del Grande Oriente d'Italia, Rivista Massonica, in un numero del 1976, (a pag. 247), conferma l'affiliazione di Badoglio ad una loggia del Grande Oriente d'Italia., da parte del massone segreto di piazza del Gesù Vittorio Emanuele III.

Il secondo dopoguerra e la difficile rinascita La massoneria di piazza del Gesù si risvegliò dal lungo sonno del ventennio il 4 dicembre 1943 quando, in casa di Salvatore Farina, fu ricostituito il supremo consiglio del rito scozzese antico e accettato per l'Italia, a capo del quale fu eletto l'avvocato Carlo De Cantellis, mentre Farina fu nominato luogotenente. Il 4 giugno 1944, a seguito della liberazione di Roma da parte degli alleati, il supremo consiglio si dimise su spinta dell'ex gran maestro Raoul Palermi. Successivamente alle vicissitudini del supremo consiglio, De Cantellis entrò in aperta polemica con Palermi, fondando un suo gruppo. Nei mesi successivi la Gran Loggia di piazza del Gesù venne funestata da una serie di scissioni e ricongiungimenti, polemiche e accuse che ne logorarono il già esiguo tessuto sociale.

Palermi respinse sdegnato ogni accusa, autodefinendosi "martire della patria", "antifascista" e "partigiano". Nel 1946, a seguito del ritiro dell'ultraottantenne Palermi, venne eletto alla guida dell'obbedienza Pietro Di Giunta il quale, a causa di gravi problemi di salute, cedette il comando della Gran Loggia prima a Prodam e in seguito a Giulio Cesare Terzani. La maestranza di Terzani durò fino al 1949, quando Domenico Franzoni venne eletto sovrano gran commendatore, mentre Ernesto Villa fu nominato gran maestro. È importante evidenziare come, all'indomani della seconda guerra mondiale, la Gran Loggia d'Italia si ritrovò a dover affrontare da sola la propria ricostituzione, con tutte le problematiche economiche ed organizzative che ne conseguirono. L'aperto filo-fascismo espresso dall'allora gran maestro, Raoul Palermi, impedì all'obbedienza di piazza del Gesù di agganciarsi alla massoneria statunitense, che preferì sostenere il Grande Oriente d'Italia.