La collezione Rospigliosi è stata una collezione d'arte nata a Roma nel Seicento e appartenuta alla famiglia di origini pistoiesi dei Rospigliosi.

Avviata da Giulio Rospigliosi, futuro papa Clemente IX, la collezione fu smembrata in gran parte tra il XIX e il XX secolo. La componente superstite, composta da circa 100 dipinti, tra cui alcuni di Luca Giordano, Antoon van Dyck, Mattia Preti, Carlo Maratta, Sebastiano Conca, Claude Lorrain e Guercino, è conservata nel romano palazzo Pallavicini Rospigliosi ed è di proprietà della Coldiretti. Un altro notevole blocco di dipinti invece confluì nel Novecento nel Museo di Roma a palazzo Braschi, mentre ancora un altro entrò per lasciti ereditari nella collezione Pallavicini, famiglia di origini genovesi con cui quella Rospigliosi ne condivise dal Settecento l'edificio romano di rappresentanza e con cui è stata legata da un rapporto di parentela e da altri vincoli che a più riprese hanno intrecciato le vicissitudini dei due casati e di conseguenza delle due collezioni d'arte.

Non accessibile al pubblico, la collezione costituisce una delle più importanti raccolte d'arte di proprietà privata a Roma dopo quelle delle famiglie Pallavicini (custodita nello stesso palazzo), Colonna e Doria-Pamphilij.

Storia Seicento Gli inizi di Giulio Rospigliosi La famiglia Rospigliosi era originaria di Pistoia; la personalità di spicco fu quella di Giulio, mandato a Roma presso il Collegio Romano nel 1614 a studiare dal padre gesuita e parente Matteo Rospigliosi. Terminati gli studi religiosi Giulio andò a frequentare, dal 1619 al 1623, teologia e filosofia sacra a Pisa.

L'ascesa sociale negli ambienti aristocratici romani avvenne in concomitanza con la nomina papale di Urbano VIII Barberini, in quanto Giulio era stato già dai primi anni scolastici romani, ma anche durante l'università pisana, amico e frequentatore dei nipoti del papa, Francesco e Antonio Barberini. Nominato cardinale nel 1623 quest'ultimo, Giulio Rospigliosi iniziò ad assumere un ruolo di satellite della cerchia pontificia, divenendo un eccellente letterato e librettista ufficiale (tra il 1632 e il 1556) degli spettacoli del teatro di casa Barberini (annesso al palazzo alle Quattro Fontane), riuscendo a frequentare gli alti ambienti di corte e le più note accademie culturali del tempo..

La nascita della collezione d'arte

A partire dal 1630 in poi, merito anche delle frequentazioni della corte barberina, si avvia l'attività di collezionista d'arte di Giulio, che determinerà il nucleo più antico della collezione Rospigliosi.

Come avvenne per altre famiglie (ad esempio Marcello e Giulio Cesare Sacchetti, Cassiano Del Pozzo o Ascanio Filomarino) anche nel caso dei Rospigliosi le preferenze artistiche seguivano quelle dettate dai gusti dei Barberini: quindi vertendo su autori della cerchia di Pietro da Cortona, Andrea Sacchi e Giovan Francesco Romanelli, con una prevalenza delle pitture a tema sacro.

Nella corrispondenza tra Giulio e il fratello Camillo Domenico, che risiedeva a Pistoia, si evince che il cardinale da Roma inviava opere per le dimore familiari in territorio toscano.. In talune occasioni avvennero inoltre direttamente le commissioni per opere pubbliche della città toscana, su tutte quelle a Giacinto Gimignani, pittore locale che diverrà protetto di Giulio, assieme al figlio Ludovico, di cui il cardinale sarà padrino nel 1643.. L'artista esegui nel 1634 la pala dellAdorazione dei magi per la chiesa di Propaganda Fide a Roma, la pala di San Rocco del 1636 per il duomo di Pistoia e il San Sebastiano curato dalle pie donne del 1642 per la chiesa di San Domenico sempre a Pistoia. Giulio assunse più in generale un ruolo di collante tra i pittori di formazione pistoiese e Roma, inserendo gli artisti toscani in diverse più ampie commesse romane, come avvenne per Orazio Fidani, Francesco di Alessandro Leoncini e il miniaturista Bartolomeo Poggi, al quale chiese di realizzare l'albero genealogico della famiglia Barberini.

Per la propria dimora di pistoiese Giulio chiese la realizzazione di un'opera a Pietro da Cortona nel 1637, ma a causa dei troppi impegni dell'artista, all'epoca preso dalla volta della Divina provvidenza Barberini prima e dai cicli di palazzo Pitti a Firenze poi, la tela richiesta non venne mai eseguita. Allo stesso anno invece risale un carico di opere che Giulio manda al fratello, fra cui alcune di Giacinto Gimignani, una serie con le Quattro stagioni di Cesare da Sesto, nature morte di Giovanni Ferri e Mario de' Fiori e numerose copie di autori di ambito romano, come Guercino, Reni, da Cortona, Carracci e Domenichino..

Se la famiglia al seguito del cardinale era stanziata nel palazzo Fiano al Corso, presso San Lorenzo in Lucina, in fitto dalle sorelle Olimpia e Ippolita Ludovisi,. il cardinale stesso svolgeva invece la propria vita presso il palazzo del Vaticano di San Pietro. Ivi era custodita la sua raccolta pittorica, che poi veniva spostata di volta in volta nelle occasioni estive quando Giulio si trasferiva nella residenza del Quirinale, tuttavia già nel 1635 si documenta una lettera di Giulio al fratello Camillo, nella quale spiegava la sua intenzione di iniziare a lasciare qualche quadro fisso alla residenza "al Giardino" (quindi al Quirinale), in quanto l'andirivieni continuo delle opere ne causava il loro deterioramento..

I sodalizi con Nicolas Poussin e Claude Lorrain

Il sodalizio più importante che il cardinale ebbe in qualità di collezionista d'arte fu con Nicolas Poussin, che negli inventari Rospigliosi compare con otto opere: la Danza della vita (custodita a Londra nella collezione Wallace), la Verità scoperta dal Tempo (perduta, nota solo tramite incisioni o copie), la Sacra Famiglia con elefante (collezione privata), la Sacra Famiglia nel Tempio (probabilmente identificata con quella al Museo Condé di Chantilly), tutte queste realizzate tra il 1638 e il 1640, poi altre due eseguite intorno al 1656, quali la Santa Francesca Romana che prega per la Vergine di allontanare la peste (custodita al Louvre di Parigi) e la Morte di Zenobia (custodita all'Ermitage di San Pietroburgo), mentre ancora altre due risultano inventariate nel 1713 ma mai rintracciate.

Il Rospigliosi ebbe un importante rapporto di amicizia anche con un altro pittore francese, Claude Lorrain, paesaggista molto in voga negli ambienti nobiliari romani del tempo, col quale instaurò un rapporto di lavoro avviato negli anni trenta e durato fino ai sessanta del secolo. Al 1663 risale un testamento dell'artista col quale lascia al cardinale due disegni a sua scelta «in cambio dei buoni consigli che sempre mi ha dato» (e nella collezione ne compaiono almeno altri quattro, confluiti tutti in quella Pallavicini)..

La nomina papale come Clemente IX Nel 1644 il prelato pistoiese era partito per la nunziatura a Madrid con due nipoti al seguito, Giacomo (anch'esso figura colta e attento collezionista) e Felice; la custodia della collezione fu quindi affidata al suo aiutante canonico Fedeli. Al ritorno a Roma di Giulio il pontificato Barberini era già terminato in favore di quello nuovo retto da Innocenzo X Pamphilj.. La carriera ecclesiastica ebbe quindi una frenata in quanto risentì anch'essa del cambio di guida clericale, visto che, di fatto, il nuovo pontefice era in rapporti di conflittualità con i Barberini, con cui invece il Rospigliosi ne aveva di ottimi. Tuttavia alla morte improvvisa di Innocenzo X nel 1655, il nuovo pontificato di Alessandro VII Chigi giocò nuovamente in favore di Giulio, allorché avvenne nello stesso anno la sua nomina a cardinale.

Nel 1667 un incendio nel palazzo del Belvedere al Vaticano mise a repentaglio la collezione pittorica; così negli anni successivi Giulio trasferì quasi tutta la sua raccolta, fatta eccezione per una quindicina di dipinti, nella residenza di Pistoia, presso il fratello. Nello stesso anno il cardinale raggiunse l'apice del successo giacché egli stesso fu proclamato papa col nome di Clemente IX; egli lasciò tutti i suoi averi accumulati anteriormente la nomina al fratello Camillo, pertanto negli anni successivi, gran parte della collezione, che era già stata trasferita nella città toscana di origine, subì le prime dismissioni..

Contestualmente alla nomina papale, Giulio avviò diversi progetti pubblici che vedevano, ove più e ove meno, la figura di Gian Lorenzo Bernini in un ruolo centrale.. Oltre alle decorazioni ad affresco delle sale rosse del palazzo del Quirinale, dove fu coinvolto negli interventi Giovan Francesco Grimaldi, furono avviati altre grandi opere: fu realizzata dal Bernini la cappella San Domenico nella chiesa di Santa Sabina sull'Aventino a Roma, al quale fu poi richiesto il disegno anche dell'altare maggiore della chiesa di Sant'Ignazio a Pistoia mentre per la cappella di famiglia della stessa chiesa fu chiesta a Pietro da Cortona lApparizione di Cristo a sant'Ignazio;. sempre allo scultore-architetto, furono poi commissionate altri due progetti cruciali nella gestione politica di Giulio, una vedeva la realizzazione di un'opera privata, ossia l'edificazione di una sontuosa dimora di rappresentanza della famiglia, sita alle porte di Pistoia, nel comune di Lamporecchio, i cui disegni preparatori interessavano sia il fabbricato che la fontana esterna, l'altra era un'opera pubblica, probabilmente la più importante di quel giro di anni a Roma, quale la realizzazione degli Angeli recanti i simboli della Passione di Cristo da porre sul ponte Sant'Angelo a Roma.

Il Bernini disegnò le dieci sculture da porre sui piedistalli del ponte dietro un compenso di 10.000 scudi; la commessa avvenne nel 1667 e fu terminata già nel settembre del 1669. Tuttavia il papa vedendo de visu le uniche due opere realizzate direttamente dallo scultore, prese la storica decisione di non collocarle all'aperto assieme alle altre, in quanto "troppo belle» per essere esposte alle intemperie. Le copie delle due sculture (l'Angelo con la corona e quello con il cartiglio) vennero quindi delegate a due collaboratori del Bernini, mentre quelle originali vennero tenute dal papa e donate in punto di morte al cardinal-nipote Giacomo Rospigliosi (tuttavia cinquant'anni dopo le due statue confluirono nella chiesa di Sant'Andrea delle Fratte per lascito di Prospero Bernini, nipote di Gian Lorenzo, dove sono tuttora).

La fine dell'era di Giulio (1669) Il pontificato di Clemente IX fu relativamente breve, durò circa tre anni, fino alla morte del papa, che avvenne a dicembre del 1669, pertanto questi non riuscì a vedere concluse quasi nulla delle sue grandi commesse: delle statue di ponte Sant'Angelo ne mancava solo una alla conclusione, mentre la villa Rospigliosi vide la sua realizzazione qualche mese dopo la morte di Giulio.

Le iniziative della famiglia (sia a Roma che a Pistoia) cessarono dopo gli anni del pontificato, infatti il clima euforico nel quale i Rospigliosi operavano si bloccò, tant'è che anche lo stesso monumento funebre a Clemente IX in Santa Maria Maggiore fu realizzato in veste più modesta rispetto alle reali possibilità, compiuto non direttamente dal Bernini, per suo stesso stupore, ma bensì da Carlo Rainaldi con statue di Domenico Guidi (il papa), Cosimo Fancelli (la Fede) ed Ercole Ferrata (la Carità)..