Il friulano (furlan , lenghe furlane; marilenghe, "lingua madre") è una lingua romanza del gruppo retoromanzoFriulano, Enciclopedia Treccani.
Si è sviluppata a partire dal latino rustico aquileiese, mescolato a elementi celtici, a cui si sono poi aggiunti numerosi elementi slavi e germanici, in quanto i vari popoli di stirpe germanica (longobardi, goti, franchi, tedeschi) hanno dominato il Friuli per oltre 900 anni.
Già nel 1600, come dice Sergio Salvi, "(…) Era del resto opinione comune dei viaggiatori del tempo che il friulano fosse una sorta di francese oppure di spagnolo. Ma soltanto nel 1873, Ascoli dà forma compiutamente scientifica a queste opinioni diffuse."
Lo Stato italiano ha riconosciuto, nel 1999, la "minoranza linguistica storica friulana" e la sua lingua e cultura, con la legge 482/1999, articolo 2.
Storia Le origini della lingua friulana non sono chiarissime. La matrice preponderante alla base del friulano è quella "latina aquileiese"Dal sito istituzionale della Provincia di Udine – ORIGINI E SVILUPPO DELLA LINGUA FRIULANA - http://www.provincia.udine.it/il-friuli/lingua-1 “(...) L’origine storica della lingua friulana deve essere ricercata nella continuazione e nell’evoluzione del latino rustico aquileiese, mescolato ad elementi linguistici celtici della lingua parlata dagli abitanti autoctoni della regione. Per “latino aquileiese” deve intendersi non tanto quello della città, quanto quello della regione linguisticamente romanizzata, ovvero il latino corrente usato dai primi coloni Sanniti qui giunti dopo la deduzione della colonia di Aquileia (181 a.C.) che ben presto si intorbidì di elementi celtici nel vocabolario e nella fonetica. Nel contempo la popolazione celtica, certamente maggioritaria rispetto a quella romana, adottando la lingua dei dominatori, la parlò a modo suo, con proprie inflessioni e accenti e conservando molti termini del proprio linguaggio mancanti del corrispondente termine latino. Ad Aquileia, dunque, venne a formarsi una latinità assai caratteristica, che diede origine ad un linguaggio neolatino distinto (come a Spalato, Barcellona e Marsiglia), che si irradiò in tutta la regione orientale, influendo anche sulla stessa latinità danubiana. Si sa che già alla metà del IV secolo dopo Cristo la lingua del popolo aveva già una sua chiara individualità se, come ci ricorda S. Gerolamo, il vescovo di Aquileia Fortunaziano stese un commento ai vangeli in “lingua rustica” con lo scopo di farsi capire dal popolo che non comprendeva più il latino degli atti ufficiali. (...)”: il grande evento alla base della formazione della cultura e della lingua friulane fu infatti l'arrivo dei Romani, che nel 181 a.C. dopo aver affrontato e sconfitto i Taurisci (Plinio, Naturalis historia), che minacciavano gli alleati Veneti, e romanizzati i Carni, fondarono la prima colonia nella pianura friulana ad Aquileia, consentendo alla popolazione sconfitta, maggioritaria rispetto ai Romani, di continuare nella colonizzazione della circostante pianura il resto del Friuli era abitato dai Celti): da tale mescolanza di Romani e Carni si suppone possa essere derivato un latino volgare con influenze celtiche, alla base della successiva evoluzione della lingua friulana. Prima dell'arrivo dei Romani tutta la pianura friulana è stata abitata a partire dall'epoca preistorica e protostorica e di ciò ci sono importanti resti archeologici. In particolare vanno ricordati i numerosi castellieri e i tumuli, oggetto di numerose campagne archeologiche dall'Università degli Studi di Udine e che risultano essere tra i meglio conservati di tutta l'Italia nord-estI castellieri e i tumuli friulani - https://protostoria.uniud.it/Siti/Castellieri.htm, e la lunga storia della Aquilea preistorica; lo stesso nome "Aquileia" è ritenuto un nome indigeno confermato dai Romani.Origini del nome "Aquileia" - di Maurizio Puntin - università di Trieste - https://www.openstarts.units.it/bitstream/10077/16182/1/76_02.pdf
L'influenza fonetica e grammaticale del dialetto di tipo celtico parlato dei Carni sul latino aquileiese è però controversa, sia perché tale idioma originario fu trasmesso solo oralmente e oggi non è quasi per nulla noto, sia perché nelle epigrafi antiche ritrovate si riscontrano solo delle modifiche ad elementi fonetici e morfo-sintattici del latino comuni anche ad altre parti dell'impero, cosa che se pur non prova una corrispondenza diretta con l'idioma parlato, comunque rende difficile qualsiasi studio filologico del "proto-friulano" antecedente al medioevo. Inoltre l'unica prova diretta di substrato celtico, quella del lessico, dimostra che la componente celtica nel friulano odierno, benché di gran lunga superiore a quella ravvisabile nei dialetti galloitalici e in altre lingue neo-latine con substrato celtico (francese, gallo, arpitano), sia complessivamente limitata a toponimi, parole di senso geografico e nomi collegati all'agricoltura, ai monti e ai boschi, e comunque comparabile all'influsso lessicale ricevuto "per prestito" da lingue germaniche e non di molto superiore a quello delle lingue slave.
Alcuni studiosi ipotizzarono che il friulano fosse conseguenza di migrazioni di popolazioni dell'Impero, costrette ad abbandonare le regioni orientali come la Pannonia (e si spiegherebbe comunque il sostrato celtico, poiché la Pannonia era abitata da tribù Galliche) a causa della pressione e del movimento di genti barbariche come i Longobardi: fatto evidentemente non escludibile neppure come evento collaterale, ma che comunque non chiarisce l'eventuale influsso di un substrato linguistico sul friulano medioevale e moderno.
Tuttavia se la prova linguistica diretta manca, a supporto della tesi di una derivazione dell'ethnos friulano dalla romanizzazione del popolo carnico/celtico vi sono numerosi elementi del folclore, della tradizione e dell'ambito magico e religioso, sia antichi che moderni, di stampo inconfutabilmente celtico-alpino, elementi diffusi in buona sostanza proprio sullo stesso territorio storicamente accertato come friulanofono.
Interessante inoltre anche il fatto che l'antico confine etnico tra popolazioni venetiche e quelle dei carni romanizzati, imposto dal dominio romano e attestato dalle fonti antiche, fu (a partire dalle prealpi) il corso del fiume Livenza (in latino Liquentia), lo stesso elemento geografico che ancora in epoche recenti delimitava in pianura la zona di confine tra area friulanofona e area venetofona (avanzata estesamente verso est a scapito del friulano solo a cavallo del 1800 per l'effetto congiunto di colonizzazioni di aree scarsamente abitate e della venetizzazione delle grandi città); stesso confine inoltre che secondo alcuni segnerebbe ancora oggi, su basi etnologiche più generali, il punto di transizione tra cultura veneta e friulana. Tutto ciò fa supporre che una certa differenziazione tra le parlate a ridosso di questa zona esista da lungo tempo e possa avere una matrice pre-latina, .
Se le origini antiche della lingua e il substrato pre-latino sono questione controversa, un largo consenso è stato tuttavia raggiunto sul periodo di formazione del friulano, che si fa risalire attorno all'anno 1000, in contemporanea con gli altri volgari romanzi; anche se ci sono delle testimonianze più antiche: San Gerolamo afferma che, per farsi capire dal suo popolo, il vescovo di Aquileia Fortunaziano compose un commento ai Vangeli in lingua rustica. I primi termini in friulano appaiono in atti amministrativi del XIII secolo, ma solo a partire dal Trecento i documenti si fanno più numerosi e, oltre a qualche documento commerciale, appaiono le prime testimonianze letterarie, quali i Frammenti letterari e altri testi, tutti originari di Cividale, divenuta ormai il centro più importante del Friuli. Interessante notare come secondo uno studioso, il Giovan Battista Pellegrini, dall'analisi della ballata Soneto furlan, il verso 'ce fastu' rimanderebbe all'espressione citata da Dante nel De vulgari eloquentia XI,6 per caratterizzare la parlata aquileiese ([...] Aquilegienses et Ystrianos cribremus, qui Ces fas tu? crudeliter accentuando eructuant).
La teoria della questione ladina La teoria dell'unità ladina si deve al più importante glottologo italiano del XIX secolo, Graziadio Isaia Ascoli, nativo di Gorizia. Egli sostenne che un tempo queste parlate andavano da Muggia e forse dalla parte settentrionale dell'Istria fino alla Svizzera. Sicuramente, fino alla prima età moderna erano ancora di dialetto friulano Trieste, Tolmino e Adria. La continuità fu poi interrotta durante la storia, e rimasero le tre isole attuali: romancio, ladino (da non confondersi con la lingua parlata dagli ebrei spagnoli) e friulano, la più vasta. Questa ipotesi fu corretta e precisata successivamente da altri studiosi; in particolare Giuseppe Francescato.
Il maggior oppositore alla teoria dell'Ascoli è stato il linguista trentino Carlo Battisti (1882-1977) che espresse le sue teorie anti-Ascoli (unità ladina) in un periodo storico in cui il nazionalismo italiano stava cercando di dimostrare l'italianità di territori che l'Italia voleva conquistare a nord-est e che fino al 1918 hanno fatto parte dell'Impero asburgico.Carlo Battisti, linguista di confine, "Rivista italiana di dialettologia" 40 (2016), pp. 19-71 di Serenella Baggio: pag. 21 “(...) Battisti, fece dell'italianità una bandiera” (...) “io non ho la competenza tecnica per stabilire chi avesse ragione (rimane in me l’impressione che Battisti e Salvioni, per negare l’autonomia ladina, ricorressero, strumentalmente, a quegli argomenti dissolutori delle unità linguistiche in genere, di stampo gilliéroniano, che essi in altra sede avversavano); dico solo che il Merlo, in un momento in cui l’affermazione dell’italianità del ladino contribuiva a giustificare l’annessione dell’Alto Adige, anteponeva nettamente al nazionalismo quella che a lui sembrava la verità scientifica” (Timpanaro 1980: 65).” https://www.academia.edu/34857267/Carlo_Battisti_linguista_di_confine_Rivista_italiana_di_dialettologia_40_2016_pp._19-71?email_work_card=view-paper