La collezione Aldobrandini è stata una collezione d'arte nata sul finire del Cinquecento e appartenuta alla famiglia romana di origini fiorentine-marchigiane degli Aldobrandini.
Costituitasi a seguito di un notevole lascito di opere provenienti dalla collezione d'Este di Ferrara, quella Aldobrandini è tra le prime collezioni d'arte a inaugurare la grande stagione del mecenatismo romano del Seicento. La figura di Pietro Aldobrandini, cardinal nipote di papa Clemente VIII, fu il perno attorno al quale ruotò l'intera raccolta.
La collezione durò relativamente poco, meno di un secolo, fino all'estinzione della linea maschile diretta della famiglia. Nel 1682 con il lascito post mortem di Olimpia Aldobrandini, ultima proprietaria della raccolta, questa con anche le proprietà familiari fu in gran parte divisa tra le collezioni Borghese e quelle Pamphilj, in quanto ereditata dai figli in prime e seconde nozze della stessa nobildonna..
Storia Cinquecento L'acquisizione della collezione d'Este (1598)
Nel 1598, sotto il pontificato di papa Clemente VIII, nato Ippolito Aldobrandini, avvenne la devoluzione di Ferrara allo Stato della Chiesa con il conseguente trasferimento della corte estense a Modena.
Molte opere presenti nelle residenze dei duchi di Ferrara furono quindi sequestrate illegalmente per confluire nella nascente collezione Aldobrandini. Tra queste vi furono anche quelle dei noti camerini d'alabastroGibellini C., Tiziano, Milano, 2003 di Alfonso I d'Este, dove pervennero in data 25 novembre 1598 le cinque tele con scene di baccanali: una di Giovanni Bellini, il Festino degli dei, tre di Tiziano, Bacco e Arianna, Baccanale degli Andrii e Baccanale con la festa di Venere, e una di Dosso Dossi mai più rintracciata.
Altre opere che entrarono nella collezione Aldobrandini furono invece donate per testamento dalla sorella del duca, Lucrezia d'Este (morta a febbraio del 1598), al legato pontificio e cardinal nipote Pietro Aldobrandini, tra cui figuravano per lo più dipinti di scuola ferrarese e veneta, tra cui di Dosso Dossi (Adorazione del Bambino), di Bassano (Annuncio ai pastori), di Garofalo (Sacra Famiglia con santi) e svariate copie di dipinti famosi, come quello della Maddalena di Tiziano delle collezioni urbinate (proveniente dalla collezione d'Este). Tra le opere che invece non giunsero all'Aldobrandini vi furono quelle commissionate dalla famiglia estense per le chiese locali.Gibellini C., cit., pag. 94.
Con questo nucleo di dipinti, portato già durante l'estate del 1598 a Roma, si avvia la stagione mecenatistica della famiglia Aldobrandini e, più in generale, assieme alle contemporanee Borghese e Giustiniani e ad altre cinquecentesche, la grande stagione del collezionismo romano del XVII secolo.
Seicento
Il trasferimento delle opere a Roma e la costruzione delle residenze familiari
Trasferite a Roma le opere estensi già nei primi del Seicento, le tele non trovarono collocazione immediata in una residenza familiare in quanto gli Aldobrandini non disponevano ancora di una dimora adatta (l'unica loro proprietà immobiliare era il costruendo palazzo, divenuto Chigi, nei pressi di Campo Marzio, i cui lavori furono poi interrotti prima del suo completamento).
Si suppone che i dipinti fossero nel palazzo Apostolico in Vaticano in attesa che fossero costruite le tre importanti edificazioni volute da Pietro Aldobrandini: la villa a Magnanapoli, quella a Frascati e il palazzo al Corso, acquistato dai Della Rovere, duchi di Urbino (che poi diverrà Doria Pamphilj). L'innalzamento della villa sul colle del Quirinale, a Magnanapoli, avvenne sui resti di costruzioni del II secolo d.C. La villa divenne un modello che si diffonderà da lì a breve nelle concezioni urbanistiche nobiliari romane, pensata infatti per ospitare al suo interno la ricca collezione di quadri del cardinale e nel contempo collocando all'esterno, lungo i viali di passeggio, i reperti di antichità che si rinvenivano durante gli scavi nelle proprietà di famiglia. La sobrietà della facciata, adorna del solo stemma di famiglia, nonché gli interni privi di affreschi o qualsiasi elemento decorativo, inducono a ritenere che l'edificio, appartenuto in passato anche alle famiglie Este e Vitelli, poi ricostruito orientando il corpo principale su via Panisperna, non venne utilizzato come dimora del cardinal nipote, ma bensì come mero "contenitore" di opere artistiche della collezione personale.
Alla data del 1603 fu deposta l'ultima pietra del cantiere del palazzo e nel contempo redatto il primo inventario della collezione Aldobrandini, che registrava al momento circa 399 quadri, e riguardava tutti i beni mobili del cardinale, comprese le sculture, argenteria, mobili, armi, ecc.) anche se il nucleo di oggetti che maggiormente interessano il mondo dell'arte è stato quello dei dipinti
I lavori di costruzione della villa di Frascati videro il completamento in anni immediatamente successivi a quelli del palazzo sul Quirinale; la sua realizzazione, fatta su un terreno di proprietà dello zio papa Clemente VIII ottenuto come ricompensa per aver riportato la città di Ferrara tra i possedimenti della Chiesa, avvenne con la direzione del cantiere da parte dell'architetto Giacomo della Porta (già attivo in casa Aldobrandini in quanto chiamato a riorganizzare alcune sale di un altro edificio di proprietà familiare, ossia di quello che a piazza Colonna a Roma diverrà poi nel 1659 palazzo Chigi) alla cui morte, nel 1602, subentrarono gli architetti Carlo Maderno e Giovanni Fontana. Il sontuoso aspetto della villa, in linea con le residenze "fuori porta" della nobiltà romana del Cinque-Seicento, ricco al suo interno anche di cicli di affreschi a tema paesaggistico, fu pensato come luogo "museale" in città e per ospitare personaggi di rilievo.
Contestualmente a questi primi due cantieri, avvenne poi il rifacimento pressoché totale del palazzo su via del Corso, dove furono innalzate per l'occasione nuovi bracci dell'edificio, nei cui appartamenti troveranno, a partire dal 1654, stabile dimora Olimpia Aldobrandini (nipote di Pietro) assieme al marito in seconde nozze Camillo Francesco Pamphilj.
Con la realizzazione delle residenze familiari, in particolare con quella di Magnanapoli, dov'era gran parte della collezione, questa diventa accessibile ai forestieri a partire dai primi anni del 1610. In questo senso la serie estense dei Baccanali di Tiziano e Bellini, apprezzate e invidiate da tutto l'ambiente artistico e culturale che stabiliranno il nuovo modello pittorico per le pitture paesaggiste a tema mitologico degli anni a venire.
Le commesse del cardinale Pietro Aldobrandini
In occasione di una visita da parte di Pietro Aldobrandini della galleria Farnese del Carracci in Campo de' Fiori, il cardinale apprezzò l'operato del pittore bolognese al punto da avviare un rapporto di collaborazione immediata, chiedendogli la realizzazione di diverse opere per la propria collezione. Dopo la richiesta di un quadretto ritraente il Domine, quo vadis?, nel 1601, pagato 200 scudi, sempre nei primissimi anni del Seicento Annibale Carracci ricevette l'incarico di realizzare sei dipinti per decorare le pareti interne della cappella privata del palazzo Aldobrandini al Corso, le cosiddette Lunette Aldobrandini.
Annibale, tuttavia, delegò questo cantiere alla bottega probabilmente a causa dell'insorgere nel 1605 della malattia che lo afflisse negli ultimi anni della sua vita, ma forse anche perché in quegli anni, essendo pittore di corte di casa Farnese, non poteva figurare a busta paga di un'altra famiglia (a maggior ragione gli Aldobrandini che, nonostante il matrimonio di Margherita Aldobrandini con Ranuccio I Farnese, erano in rapporti freddi con i Farnese, ancorché papa Clemente VIII richiese la copertura nel 1593 delle nudità di due sculture facenti parte del monumento funebre a Paolo III nella basilica di San Pietro). Ad ogni modo, dopo che Annibale realizzò le prime due lunette (il Paesaggio con la fuga in Egitto e quello con la sepoltura di Cristo), la prosecuzione di questa impresa decorativa fu merito soprattutto di Francesco Albani che sostituì il maestro nella titolarità delle opere, compiendo quindi il Paesaggio con l'Assunzione della Vergine, il Paesaggio con la Visitazione (assieme a Sisto Badalocchio), il Paesaggio con l'adorazione dei Pastori (seppur solo in qualità di supervisore, poiché materialmente la scena la realizzò il Badalocchio) e il Paesaggio con l'Adorazione dei Magi (assieme a Giovanni Lanfranco e al Badalocchio). Albani fu il destinatario dell'ultimo pagamento ricevuto per il ciclo, avvenuto in un momento in cui Annibale Carracci era già morto da alcuni anni..
Un viaggio fatto a Venezia da Pietro Aldobrandini ai primi del secolo, al cui seguito andò in qualità di consulente d'arte per gli acquisti il Cavalier d'Arpino, consentì l'immissione nella collezione di alcune opere locali, tra cui, verosimilmente,Infatti non è citata tra le opere provenienti dalla collezione d'Este. anche la Salomè con la testa del Battista di Tiziano (oggi alla Galleria Doria Pamphilj di Roma). Il Cavalier d'Arpino consacrò sotto il pontificato di Clemente VIII la propria affermazione professionale divenendo uno dei pittori più conosciuti e richiesti a Roma, specialmente per le grandi imprese decorative. Fu particolarmente apprezzato dagli Aldobrandini al punto da diventarne pittore di casa: a lui furono infatti affidati i due dipinti nella cappella gentilizia della chiesa di Santa Maria in Via a RomaAngeli, cit.; TCI cit. nonché i cicli di affreschi a tema biblico nella villa Aldobrandini di Frascati. Durante l'arcivescovato di Pietro a Ravenna, nel 1604, questi fece invece incetta di opere di matrice emiliana che vedeva di volta in volta nei mercati d'arte o nelle collezioni private del territorio, e più nello specifico a Bologna, come avvenne per il Noli me tangere del Correggio, dove l'Aldobrandini sborsò una cifra altissima per prelevarla dalla collezione Ercolani dov'era. L'avvicinamento alla pittura emiliana vide l'apice l'anno seguente, quando commissionò a Guido Reni l'opera pubblica della Crocifissione di San Pietro da destinare alla chiesa di San Paolo alle Tre Fontane a Roma, pagata 100 ducati in due tranche, una metà a titolo di acconto sborsata il 27 novembre del 1604 e una seconda a saldo il 31 agosto 1605.
Intorno al 1606, quando Caravaggio era fuggito da Roma in cerca di protezione nei feudi Colonna, il cardinale commissiona al pittore il San Francesco in meditazione, che fu donato nel 1609 alla chiesa di San Pietro a Carpineto Romano.Maurizio Marini, Michelangelo Merisi, cit., ed 2001, p.564; Rossella Vodret, Caravaggio a Roma, Silvana editoriale, Milano, 2010, p. 138.
Al 1617 circa risalgono invece le commesse al Domenichino della Caccia di Diana e della Sibilla Cumana, che, tuttavia, non entrarono mai a far parte concretamente del catalogo Aldobrandini, in quanto vennero immediatamente sottratte dal cardinale Scipione Borghese, nipote di papa Paolo V, in carica già dal 1605, dopo aver trattenuto forzatamente il pittore in carcere.. Il Domenichino fu chiamato a corte dal cardinale Pietro intorno al 1616-1618 anche per realizzare alcuni cicli di affreschi a tema paesaggista e mitologico riprendenti le storie di Apollo tratte da Le Metamorfosi di Ovidio nella stanza omonima della villa Aldobrandini di Frascati (di cui otto staccati e conservati oggi alla National Gallery di Londra, mentre due restano ancora in situ), nel cui cantiere lavorò anche il Pomarancio, che intanto decorò altre sale. Sempre per il cardinale e sempre nel 1617 Domenichino realizza per il soffitto della chiesa di Santa Maria in Trastevere la tela dellAssunta, collocata al centro della volta cassettonata, di cui l'artista ne fu anche esecutore del progetto.