La storia del pensiero economico è la disciplina che si occupa dello sviluppo dell'economia politica dalle origini ai giorni nostri, con le sue varie teorie o visioni del sistema economico. In prima approssimazione, si possono individuare le seguenti fasi: antichità classica (soprattutto nella Grecia antica) e Medioevo; la formazione degli stati nazionali e la nascita dell'economia politica in senso moderno; la rivoluzione industriale e l'economia classica; l'affermazione dell'economia di mercato e l'economia neoclassica; la Grande depressione del 1929 e l'economia keynesiana; approfondimenti e nuove proposte; la stagflazione e il monetarismo; sviluppi recenti. Gli storici del pensiero economico valutano in modi diversi sia le singole scuole, sia il loro succedersi. Vi è un punto di vista "cumulativo", secondo il quale si è avuto e continua un progressivo avvicinamento alla verità e, pertanto, la storia del pensiero economico deve essere «storia delle verità economiche».Maffeo Pantaleoni, «Dei criteri che devono informare la storia delle dottrine economiche», Giornale degli economisti, 4 novembre 1898, ristampato in M. Pantaleoni, Erotemi di economia, vol. I, Laterza, Bari, 1924, pp. 211-245. Vi è anche un punto di vista "competitivo", secondo il quale l'esistenza di diverse scuole mostra che sono possibili approcci diversi allo studio dei fenomeni economici, nessuno dei quali nettamente preferibile agli altri.Appraising economic theories. Studies in the methodology of research programs, a cura di N. de Marchi e M. Blaug, Edward Elgar, Aldershot, 1991. Qualsiasi teoria economica, quindi, può essere criticata o perché migliorata da altre successive, o perché basata su un approccio non condiviso da altre. La sintetica esposizione che segue è ricca di riferimenti ad altre voci, alle quali si rinvia per approfondimenti e valutazioni critiche. Le varie correnti di pensiero della storia economica hanno influenzato profondamente le relative politiche economiche adottate dai vari Stati nazionali nel corso della storia moderna e contemporanea.
Antichità e Medioevo
Il termine economia deriva dal greco - oikos - ("casa", inteso anche come "beni di famiglia") e - nomos - (norma, legge) e denotava, in origine, le regole per la buona amministrazione della casa. Diversi autori dell'antichità trattarono comunque argomenti inerenti all'economia in senso più ampio.
Concetti di economia sono ravvisabili, ad esempio, nelle opere di Esiodo (VIII secolo a.C. – VII secolo a.C.), Teogonia e Le opere e i giorni. In Teogonia, nel racconto del Mito di Pandora, tra i mali che vengono liberati dal vaso di Pandora vi è anche la scarsità. Senza la scarsità non vi sarebbero neppure lo scambio e i prezzi. In Le opere e i giorni, con riferimento alla gestione di un'impresa agricola, compare il concetto di efficienza.
Senofonte (430 a.C. circa – 355 a.C. circa), in contrasto con Platone (427 a.C. – 347 a.C.), nella sua opera Economico sottolinea l'importanza dell'aspetto economico, non solo con riferimento alla gestione familiare, ma estendendo tale concetto ad entità collettive quali l'esercito e lo stato. Egli aveva inoltre capito che la suddivisione del lavoro nei campi portava ad un incremento della produttività dei terreni.
Aristotele (384 a.C. - 322 a.C.) si occupò dello scambio suddividendolo in "naturale" e "non naturale", dove il primo riguardava la soddisfazione dei bisogni umani primari, e quindi fisicamente limitati, mentre il secondo aveva una funzione finanziaria e quindi carattere potenzialmente illimitato. Aristotele esprimeva un giudizio etico, considerando giusto il commercio e l'uso della moneta solo se riferiti all'ambito "naturale" della soddisfazione dei bisogni primari.
Le riflessioni di Aristotele vennero riprese dalla Scolastica, in particolar modo con Tommaso d'Aquino (1225-1274). Nel medioevo prevalse quindi il dibattito teologico su argomenti quali l'usura (i prestiti ad interesse) e la giusta ricompensa del venditore. Più tardi (XVI secolo) gli insegnamenti di Tommaso d'Aquino vennero ripresi e sviluppati dalla scuola di Salamanca.
Il protestantesimo, per parte sua, contribuì con una prima formulazione del libero scambio, più tardi compiutamente formulato in termini normativi da Hugo de Groot o Ugo Grozio (1583-1645).
Nel Medioevo anche gli arabi si occuparono di economia. In particolare, Ibn Khaldun di Tunisi (1332-1406) scrisse di teoria politica ed economica nei suoi Prolegomena, mostrando, ad esempio, come la densità della popolazione fosse collegata alla divisione del lavoro, che produceva crescita economica, causa a sua volta dell'aumento della popolazione e cioè della creazione di un circolo virtuoso. Khaldun introdusse anche il concetto oggi noto come curva di Laffer-Khaldun (ossia della funzione a forma di u rovesciata che pone in relazione il gettito fiscale con le aliquote).
Gli albori del Pensiero economico moderno
Non è possibile indicare con esattezza quando, o ad opera di chi, nacque l'economia politica in senso moderno.Joseph Schumpeter, Storia dell'analisi economica, Bollati Boringhieri, Torino, 1990, pag. 12: «solo il pregiudizio o l'ignoranza possono spiegare affermazioni come queste: che A. Smith o F. Quesnay o W. Petty o chiunque altro hanno "fondato" tale scienza».
Con la formazione degli Stati nazionali si ebbe infatti un graduale affrancamento della politica dall'etica, ben espresso da Niccolò Machiavelli (1469-1527) nella sua Opera Il Principe: non ci si chiedeva più se l'agire politico fosse "giusto", ma solo se fosse idoneo al conseguimento dell'unico fine politico, il mantenimento dello Stato. Fu questo il contesto in cui presero forma le prime riflessioni economiche in senso moderno, caratterizzate dalla ricerca della via migliore per assicurare la floridezza degli Stati.
I mercantilisti (XVI-XVIII secolo), ad esempio, sostennero che, per conseguire potere economico e politico, lo Stato doveva agire in modo da assicurarsi un saldo positivo della bilancia commerciale, incentivando le esportazioni e limitando le importazioni, in quanto ciò avrebbe provocato un aumento della disponibilità dei metalli preziosi usati nei pagamenti internazionali.Sembra sia stato un mercantilista, Antoine de Montchrétien, il primo autore di un libro intitolato Trattato di economia politica (1615); cfr. Joseph Schumpeter, op. cit., pag. 203. Tale impostazione presupponeva una concezione della ricchezza come stock, come un "fondo" dato e immutabile (incarnato dai metalli preziosi), e che quindi la ricchezza di un Paese non potesse aumentare se non a scapito di un altro.Luigi Pasinetti, Lezioni di teoria della produzione, Il Mulino, Bologna, 1981, pag. 5; Dominick Salvatore, Economia internazionale. Teorie e politiche del commercio internazionale, ETAS, Milano, 2002, pag. 34.
Contestualmente, William Petty (1623-1687) contrapponeva al metodo logico-deduttivo della Scolastica una «aritmetica politica» basata sulla misurazione quantitativa dei fenomeni rilevanti ai fini della potenza dell'Inghilterra (popolazione, produzione, prelievo fiscale, spesa pubblica).
Le politiche mercantiliste vennero adottate in Francia da Jean-Baptiste Colbert (1619-1683), con scarso successo. François Quesnay (1694-1774), anticipato per molti aspetti da Richard Cantillon (1680-1734), si contrappose espressamente a Colbert e richiamò l'attenzione sui rapporti tra città e campagna, tra commercio ed agricoltura; insieme ai suoi seguaci, i fisiocratici, propose che la Francia privilegiasse l'agricoltura rispetto al commercio internazionale. Ciò comportava anche l'abolizione delle pratiche protezionistiche tipiche del mercantilismo; i fisiocratici furono i primi a designare con l'espressione laissez-faire il principio cardine del liberismo.
Soprattutto, Quesnay pose al centro della riflessione economica non più una ricchezza (stock) data e immutabile, ma un reddito (flusso) in grado di aumentare la ricchezza; sosteneva, inoltre, che solo l'agricoltura (più in generale il settore primario) può dare vita ad un surplus (l'eccedenza del raccolto sulle sementi, i minerali estratti dalle miniere ecc.), mentre artigianato e commercio possono solo trasformare e trasportare alimenti, materie prime e prodotti finiti. Per illustrare le sue tesi, Quesnay costruì un Tableau économique in cui esaminava la circolazione del surplus (detto «prodotto netto») fra tre classi sociali (la classe dei proprietari terrieri, la classe degli addetti al settore primario, detta «produttiva», la classe di artigiani, commercianti e altri prestatori di servizi, detta «sterile») che costituì il primo modello di sistema economico ed ha poi ispirato gli schemi di riproduzione di Karl Marx e le tavole input-output di Wassily Leontief.
L'economia politica classica
Con Adam Smith iniziò l'economia classica. In Smith, come poi in Ricardo, rimaneva dominante il tema della prosperità dello Stato, con particolare attenzione alla politica fiscale: il libro V della Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni (1776), di Smith è dedicato al «reddito del sovrano o della repubblica» e si articola in tre capitoli sulle spese, le loro fonti (imposte e tasse) e i debiti pubblici; l'opera principale di Ricardo si intitola Principi di economia politica e dell'imposta (1817). L'analisi economica, inoltre, si basava sull'esame degli interessi e del comportamento di tre classi sociali: i proprietari terrieri, i capitalisti (o imprenditori) ed i lavoratori.
Adam Smith
Adam Smith (1723-1790) completò la svolta inaugurata da Quesnay (dalla ricchezza al reddito di una nazione) ponendo fin dall'inizio al centro dell'attenzione il reddito procapite, che faceva dipendere sia dalla produttività del lavoro, sia dalla quota dei lavoratori produttivi sul totale della popolazione. Per Smith era produttivo il lavoro che produce beni, non erano produttivi il commercio e gli altri servizi. Differenziandosi da Quesnay, affermò che anche la trasformazione di materie prime produce un surplus, in quanto crea «valori d'uso» prima inesistenti. Cercò inoltre di determinare il «valore di scambio» (il prezzo) di un bene sulla base del tempo di lavoro necessario a produrlo; ciò sia nel senso più immediato («lavoro contenuto»), sia in un senso meno diretto (il valore di un bene pari al «lavoro comandato», cioè al tempo di lavoro richiesto per produrre altri beni con cui esso può essere scambiato).
Smith, inoltre, seguì e sviluppò le tesi di Quesnay in materia di libero commercio; non solo criticò, come lui, le posizioni mercantiliste, ma sostenne che il singolo, perseguendo liberamente il proprio personale interesse, opera in modo utile all'intera società come se fosse indotto a ciò da una «mano invisibile». Pur affermando la necessità di un intervento dello Stato in alcuni settori, quali l'istruzione primaria, sostenne che, in generale, è preferibile la ricerca privata dell'interesse personale a regolamentazioni quali premi alle esportazioni o restrizioni alle importazioni.
Ricardo, Malthus e Say
In un'epoca caratterizzata sia dal pieno affermarsi della rivoluzione industriale, sia dalla scarsità e dal conseguente alto prezzo del grano indotti dalle guerre napoleoniche, Ricardo sosteneva che la necessità di produrre grano utilizzando terre via via meno fertili ne avrebbe aumentato il prezzo e, con ciò, i salari a detrimento dei profitti. All'epoca, infatti, i salari assicuravano solo la semplice sussistenza dei lavoratori e non potevano quindi scendere sotto un livello minimo, determinato in buona parte (circa metà, secondo i calcoli di Ricardo) dal prezzo del grano.