La storia della Sicilia nel Regno d'Italia riguarda gli eventi in cui è stata coinvolta la Sicilia nel periodo compreso dalla spedizione dei Mille e l'annessione al neonato Regno d'Italia (1861) fino alla nascita della Repubblica Italiana nel 1946.

La spedizione dei Mille

La sera del 5 maggio 1860, dallo scoglio di Quarto (Genova), partì la spedizione dei Mille, comandata da Giuseppe Garibaldi, sui vaporetti Lombardo e Piemonte.

La mattina dell'11 maggio i componenti della spedizione sbarcarono nel porto di Marsala senza incontrare alcuna resistenza borbonica, anche per la presenza di due navi da guerra inglesi al largo. Il 14 maggio 1860 Giuseppe Garibaldi, a Salemi, si autoproclamò dittatore della Sicilia in nome di Vittorio Emanuele II di Savoia.

I Mille di Garibaldi, affiancati da un numero imprecisato di volontari locali (definiti dagli storici, "picciotti") sconfissero le truppe borboniche nella battaglia di Calatafimi (15 maggio). Intanto a Palermo scoppiava una violenta rivolta, che agevolò Garibaldi nella conquista della città in quanto i battaglioni borbonici si trovarono a combattere su due fronti: contro gli insorti siciliani nel centro abitato e dalle navi ancorate al porto di Palermo. Il 2 giugno Garibaldi costituì un governo provvisorio a Palermo.

Il 20 luglio i Mille sconfissero definitivamente i Borboni nella battaglia di Milazzo e, nei giorni successivi, ottennero la resa di Messina; era così aperta la strada per continuare, nel continente, la guerra contro il regno borbonico. Molti siciliani si arruolarono nell'Esercito meridionale di Garibaldi. La Sicilia, conquistata per intero, era pronta per l'annessione al Regno di Sardegna.

Il plebiscito e l'unione al Regno d'Italia

Nei primi mesi il governo della Sicilia fu di tipo autoritario, affidato a un "prodittatore"; il primo, nominato da Garibaldi, fu Agostino Depretis (20 luglio-14 settembre) e d'intesa con Cavour, dal 17 settembre al 21 ottobre, Antonio Mordini. Il 21 ottobre 1860 si svolse il Plebiscito delle province siciliane del 1860 per "decidere" l'annessione al costituendo Regno d'Italia. In Sicilia, su 2.232.000 abitanti, gli aventi diritto al voto, solo maschi e limitati per ceto, erano circa 575.000. Di questi si presentarono a votare in 432.720 (il 75,2% degli aventi diritto); di questi 432.053 si dichiararono favorevoli e solo 667 contrari. La quasi unanimità ottenuta dai favorevoli all'annessione, con un esiguo numero di contrari ed un numero irrisorio di astenuti, che venne peraltro riscontrata in tutti i plebisciti svolti nei vari stati preunitari, ha indotto vari storiografi e ricercatori, a sollevare dubbi sulla regolarità delle operazioni elettorali. In particolare dall'analisi delle modalità di voto e dei risultati plebiscitari delle province siciliane, emergono i casi di Palermo (36.000 favorevoli e 20 contrari), dove furono autorizzati a votare anche cittadini sprovvisti di certificato, poiché "smarrito"; Messina (24.000 contro 8); Alcamo (3.000 contro 14); Girgenti (2.500 contro 70); Siracusa, dove si votò senza che fossero state redatte le liste elettorali; e Caltanissetta, dove il governatore proibì qualsiasi propaganda in senso contrario.. Dall'altro lato la Corte di giustizia non tenne conto "dei due verbali di Ustica e Mandanici, per avere quelle popolazioni votato il Sì per acclamazione, senza distinzione di età e di sesso; dei risultati del battaglione dei Cacciatori dell’Etna, per aver votato numero duecentotrentasei individui pel Sì e del battaglione Siculo Colina, per avere i duecento individui che votarono pel Sì, entrambi con formula errata...".

Dall'Unità d'Italia alla fine dell'Ottocento Delusioni e reazioni

Le classi più povere i braccianti e i contadini avevano accolto i Mille con la speranza che il nuovo ordinamento avrebbe assicurato la distribuzione delle terre dei latifondi. Garibaldi aveva presto disposto l'abolizione della tassa sul macinato e la ripartizione delle terre demaniali per lo più in mano a baroni e ricchi borghesi ma ciò aveva provocato allarme tra le classi agiate presto dispostesi a divenire opportunisticamente "unitarie".Il romanzo Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa fornisce una ben congegnata illustrazione dei fatti. Oltre alla mancata distribuzione delle terre promessa da Garibaldi.. vennero però introdotte le imposte imposte sul sale e sul macinato. (che colpiva i prodotti basilari, come il pane e la pasta, che costituivano l'alimentazione delle masse più povere); venne inoltre attuata la coscrizione obbligatoria che, nel Regno di Sicilia, non era tradizionalmente applicata in quanto una società di braccianti e contadini, in cui il numero di braccia era quello che faceva la quantità del raccolto, e quindi anche del reddito, togliere alle famiglie soggetti giovani e in pieno vigore per il lungo servizio militare avrebbe ridotto in miseria molte di queste. Ciò ebbe come risultato l'aumento di renitenti e disertori che, dandosi alla macchia, finivano con l'unirsi alle file del brigantaggio per sopravvivere. Perfino la distribuzione delle terre del latifondo e dei feudi ecclesiastici, iniziata nel 1861 si rivelò disastrosa; gli assegnatari, troppo miseri, finivano con l'indebitarsi per acquistare le sementi e poi costretti a svendere le terre stesse a causa dei debiti; tutto questo sortì l'effetto di ricostituire i latifondi, i cui nuovi proprietari e acquirenti li ottenevano a prezzi stracciati... Il Conte Camillo Benso di Cavour, senza tener conto delle differenti e radicali differenze sociali ed economiche, estese alla Sicilia le leggi e i regolamenti in vigore nel Regno di Sardegna. Venne del tutto ignorato che la Sicilia, sotto i Borboni, godesse di apposite leggi speciali e di una certa forma di autonomia ottenute anche a seguito di precedenti sommosse popolari..

L'infiltrazione opportunista della mafia nella nuova amministrazione La nuova struttura amministrativa della regione, divisa in 24 piccoli distretti, ciascuno affidato ad un governatore con il compito di riorganizzare l'amministrazione e l'ordine pubblico, ebbe l'effetto paradossale di favorire la corruzione; la creazione di ben quattro nuovi organismi di polizia, per lo più svincolati dal territorio controllato, provocò la perdita del controllo del territorio e, giocoforza, favorì l'estensione della guerra tra le bande criminali.. La mafia esisteva da molto tempo prima ma non era strutturata come singolo organismo bensì costituita da "cosche" in perenne lizza tra loro per il controllo e l'espansione della loro influenza territoriale. ma è in questo periodo che compare in maniera evidente il termine mafia. Il termine diviene di pubblico dominio nel 1862 quando viene rappresentata la commedia dal titolo I mafiusi de la Vicaria di Giuseppe Rizzotto, ambientata nel carcere della Vicaria di Palermo..

La mafia, da alcuni chiamata anche "maffia" (che tuttavia secondo il Correnti è un termine più toscano che siciliano deriva dal toscano, dove esiste da secoli nella forma con due -f-: e così fu introdotta dopo l'unità. In toscano essa significa "miseria", oppure "ostentazione vistosa, spocchia"...) esisteva già da tempo; secondo alcuni dalla dominazione araba, secondo altri dal periodo spagnolo e dell'Inquisizione e, secondo altri studiosi, addirittura dal periodo della dominazione romana per il controllo del "granaio di Roma" e dei suoi schiavi... Nel 1865 il termine compare ufficialmente nel rapporto del delegato di Pubblica sicurezza di Carini per definire quale "delitto di mafia" l'imputazione di un delitto commesso..

Il nuovo ceto politico si rese presto conto della necessità di scendere a patti di mutuo interesse con il mafioso locale per potere avere un controllo effettivo sul territorio: questi infatti era in grado di risolvere problemi che i funzionari venuti dal nord Italia non riuscivano ad inquadrare anche a causa della diffidenza della gente stessa nei confronti di uno stato considerato "straniero"; sopperendo, col suo paternalismo interessato, a risolvere problemi che lo Stato, agli occhi del popolano più misero, accentuava..

La relazione presentata da Romualdo Bonfadini nel 1876 al termine dei lavori della commissione parlamentare confermò anche se in maniera piuttosto blanda l'esistenza della mafia e delle sue relazioni con la politica e i notabili..

Più incisiva e dettagliata fu l'inchiesta "La Sicilia nel 1876" sulle Condizioni politiche e amministrative dell'isola dei futuri parlamentari Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino, pubblicata nel 1877, che descrisse la realtà socioeconomica e lo stato di estrema miseria, di analfabetismo e di violenza in cui si permaneva nell'isola, in particolare i contadini. La mafia venne descritta come "un'accozzaglia di briganti, di malandrini, di facinorosi, spesso alleati con i ricchi proprietari terrieri, che trae forza dalla violenza e dal delitto".

La Sicilia tra rivolte, brigantaggio e legge marziale

Già nell'agosto 1860 erano nati i primi malcontenti, con i fatti di Bronte, duramente repressi da Bixio. Nel corso del 1862 i parlamentari eletti alla Camera del Regno, a Torino, dichiaravano chiaramente la loro contrarietà all'abolizione delle antiche leggi e istituzioni della Sicilia.. Anche la Chiesa alimentava il malcontento trovando forza negli atteggiamenti anticlericali delle "nuove" autorità e nella politica degli espropri attuata dalle nuove autorità.. I conservatori nostalgici dei Borboni tessevano trame segrete di opposizione e rivolta; perfino alcuni parlamentari siciliani nel 1862 avevano intrapreso trattative con l'ex sovrano tradendo il loro mandato..

L'applicazione nel 1861 della legge sulla coscrizione obbligatoria fu la causa più grande di malcontento in tutta l'isola. La leva tra 1861 e 1863 produsse più di renitenti e disertori che si diedero alla macchia ingrossando le bande di briganti. Il governo fece approvare la cosiddetta "Legge Pica" (legge 15 agosto 1863, n. 1409) per reprimere il brigantaggio e il pericoloso fenomeno della criminalità camorristica mentre venne approntato un esercito di circa uomini. La Sicilia si trovò così sotto la legge marziale del generale Giuseppe Govone, con pieni poteri e la facoltà di fucilare la gente sul posto. Venne preferita infatti la repressione sommaria e dura, arrestando la gente senza processo ed usando anche la tortura per vincere l'omertà.. Le repressioni non colpivano selettivamente ma anche la semplice renitenza alla leva provocava durissime ritorsioni contro la popolazione e interi villaggi venivano privati dell'acqua potabile. Anche la città di Licata venne tagliata l'acqua in piena estate.. Scrive il Correnti nella sua Storia della Sicilia che ad un giovane sarto palermitano, Antonio Cappello, sordomuto dalla nascita, vennero inferte 154 bruciature con ferri roventi perché ritenuto simulatore dagli ufficiali della visita di leva.. Alla fine del periodo si contavano oltre 2500 morti e la condanna di quasi tremila banditi..

Ciò che di fatto mancava alla Sicilia allora, come anche nel passato, era una classe borghese colta e “illuminata” che sapesse cogliere le occasioni migliori; al suo posto invece c'era una classe politica fatta di opportunisti e "nuovi ricchi" al servizio dei notabili alleati a quella parte di aristocrazia siciliana, che viveva sperperando le rendite del latifondo.