Iperinflazione, in economia, indica una situazione di inflazione particolarmente elevata tanto da indurre i consumatori a usare valuta estera; secondo i principi contabili internazionali (IAS 29) si parla di iperinflazione quando uno Stato tende a fissare i prezzi in valuta estera e quando il livello dei prezzi è raddoppiato nell'arco di un triennio. Principale causa dell'iperinflazione è un aumento persistente della quantità di moneta, eccessivo rispetto alla crescita del PIL.
Storia
La storia conosce molti casi di iperinflazione: ad Atene al termine della guerra del Peloponneso (404 a.C.), nella Roma antica sotto i regni di numerosi imperatori, da Caracalla (212 d.C.) a Diocleziano (280 d.C.), nelle colonie americane sotto il Congresso Continentale nel 1781, in Francia dal 1790 al 1796, in Germania, in Austria, in Ungheria, in Polonia e in Russia dopo la prima guerra mondiale, e in alcuni Paesi dell'America Latina oggi, i più noti dei quali sono: il Brasile che - tra il 1970 e il 1990 ufficialmente adottò una serie pressoché interminabile di valute (cruzeiro, cruzeiro nuovo, cruzado, secondo cruzado, nuovamente cruzeiro, poi il cruzeiro real e infine, dal 1994, il real); la Colombia - che ricevette dal famigerato narcotrafficante Pablo Escobar la proposta di vedersi saldati tutti i debiti coi proventi del narcotraffico in cambio dell'impunità dei cartelli colombiani della cocaina; l'Argentina che ufficialmente non rimborsò più gli investitori stranieri titolari delle proprie obbligazioni nel 2002 e la Bolivia dove il prezzo dell'acqua potabile è salito alle stelle da quando - nel 2000 - il governo vendette i diritti di sfruttamento alle compagnie statunitensi.
Un discorso a parte meritano le economie dei paesi belligeranti, specialmente se occupati da una potenza straniera: la Germania, nei paesi invasi durante la seconda guerra mondiale, non si limitava soltanto a imporre ai Paesi sconfitti le spese per il mantenimento del proprio esercito (alimenti, carburante, vestiario, ecc.) e le riparazioni di guerra, ma imponeva anche il cosiddetto "marco d'occupazione", ovvero un cambio artificiale della propria moneta ipervalutata rispetto a quelle dei Paesi sconfitti (che, di conseguenza, venivano ipersvalutate): fu così che alla Repubblica Sociale Italiana dell'ex alleato Benito Mussolini, Adolf Hitler impose un'indennità annuale di 15 miliardi di lire (valore del 1943), e una rapina di ogni prodotto industriale (bellico in primis) e agricolo che contribuì a provocare un'inflazione in Italia del 450% annua, in cambio della rinuncia ad imporre in Italia il marco d'occupazione (che in Italia non esistette). Una delle iperinflazioni più spettacolari nella storia e anche quella per cui si verificarono le statistiche più adeguate si è verificata in Germania negli anni dal 1919 alla fine del 1923. Infine, un caso particolare è quello dell'Argentina del periodo della dittatura dei generali (1976 - 1983), dove la già grave situazione economica ereditata dai militari (nel 1974 l'inflazione passò in un semestre dal 24,2% al 182,8%), arrivò al 444,1% al momento del golpe militare il 23 marzo 1976. Una politica ultraliberista la ridusse al 164,7% nel 1982 alla vigilia della Guerra delle Falklands per riesplodere l'anno successivo al termine della guerra al 343,3%.
Nell'Impero Romano Uno dei casi storicamente più studiati d'iperinflazione fu quello che travagliò l'impero romano dal 160 d.C. fino alla sua caduta. L'espansione militare ininterrotta di Roma a partire dalle guerre condotte sotto il re, Tullio Ostilio, per il predominio sul Lazio, che vide nel 673 a.C. la presa di Alba Longa si concluse alla morte dell'imperatore Traiano nel 117 d.C.. A quel tempo, il dominio di Roma i estendeva su quasi 6 milioni di km², dall'attuale Portogallo, al Sahara Spagnolo, al Sudan settentrionale, alla Crimea, all'Azerbaigian, al Kuwait, alla parte superiore dell'Arabia Saudita. La conquista di tutti questi territori generava grandi ricchezze, sia in termini di tassazione, che di spoliazione dei popoli sottomessi. Con l'imperatore Adriano si giunse a stimare che, al di là dei confini di Roma, non ci fossero territori utili allo sfruttamento minerario da cui ottenere metalli preziosi, per cui non sarebbe valsa la pena la loro conquista, nel senso che l'occupazione militare di tali lande sarebbe costata molto di più del beneficio che se ne sarebbe potuto trarrePeter Heather, La Caduta dell'Impero Romano: Una storia nuova, Garzanti, 2008, p. 338 ISBN 9788811680901. Infatti, erano tre le voci dell'erario che maggiormente incidevano come "spese non decurtabili", ovvero le donazioni gratuite di denaro alla plebe per evitare rivolte, le spese per la macchina burocratica e le spese militari (che, a partire dal 200 d.C. assorbivano il 60% delle finanze statali), cosicché l'occupazione di nuovi territori avrebbe inevitabilmente incrementato i costi burocratici, amministrativi e militari Bertrand Lançon, La caduta dell'impero romano: Una storia infinita, 21 Editore, 2021, p. 154 ISBN 9788899470432. L'esercito imperiale era composto da professionisti pagati in oro, posto interamente a carico dell'erario, mentre l'esercito repubblicano era composto da contadini e plebei, con costo d'arruolamento molto contenuto (vitto, alloggio e armi). La sostanziale differenza tra l'esercito imperiale e la sua controparte repubblicana, era che l'esercito repubblicano si dimostrava più fedele al proprio generale che non allo Stato, perché unicamente da lui dipendevano la spartizione del bottino e l'ottenimento di terre coltivabili a fine campagna, come hanno dimostrato le marce su Roma compiute da Silla nel 88 a.C., da Giulio Cesare nel 49 a.C. e da Ottaviano Augusto nel 43 a.C., mentre l'esercito imperiale aveva maggior disciplina e costi molto maggiori, anche se non era stato completamente eliminato il rapporto affaristico che legava il generale alle proprie truppe, in quanto, mentre durante il periodo repubblicano era il generale a favorire l'arricchimento delle sue truppe, nell'impero erano le ribellioni dei militari ad innescare guerre civili facendo eleggere al trono imperiale il proprio generale come usurpatore, in cambio di ricche prebendePeter Heather, La Caduta dell'Impero Romano: Una storia nuova, Garzanti, 2008, pp. 51-69 ISBN 9788811680901. La stabilizzazione delle frontiere e la cessazione delle guerre espansive a partire dal 120 d.C. fece chiudere l'economia romana su sé stessa, e le spese pubbliche, in assenza di proventi esterni da campagne militari aggressive, provocò un progressivo incremento del deficit di bilancio tanto che, nel 167 d.C., l'imperatore Antonino Pio dovette alienare parte del tesoro della famiglia imperiale a titolo di contribuzione personale atta a coprire parte delle spese della campagna militare contro i MarcomanniAntonio Baldini, L'Impero Romano e la sua fine, Il Mulino, 2008, pp. 23-39 ISBN 9788815125668. Oltre all'imposizione di nuove tasse, il progressivo esaurirsi delle miniere ispaniche e daciche provocò un costante decremento del titolo argenteo del denario, che passò dal 95% sotto Augusto all'85% sotto Traiano, e dal 75% sotto Marco Aurelio al 5% sotto Caracalla, per approdare, sotto Diocleziano a una moneta costituita per il 98% di bronzo e da un sottile placcatura argentea, tanto che nessuno lo accettava come mezzo di pagamento e, nelle campagne, si era ritornati al baratto. L'inflazione era salita ad oltre il 1.000% e l'estremo tentativo di Diocleziano di calmierare i prezzi con un editto, nel 301 d.C. fu pressoché ignorato in quanto si era sviluppato il mercato neroBryan Ward Perkins, La caduta di Roma e la fine della civiltà, Laterza, 2010, pp. 176-191 ISBN 9788842092308. Il secolo successivo, fino al fatidico 476 d.C. le spese militari continuarono incessantemente ad aumentare e le monete auree erano corrisposte unicamente ai militari a mo' di stipendio mensile, e comunque, anche queste erano diminuite continuamente in termini di titolo, perché agli 8 g d'oro presente nell'Aureo di Augusto, si era passati ai 7,3 g sotto Caligola, ai 7,20 g sotto Nerone, ai 7,11 g sotto Domiziano, ai 6,5 g sotto Commodo, ai 6,1 g sotto Eliogabalo, per esser sostituito con il solido da Costantino nel 309 d.C. che conteneva 4,3 g d'oro e dal Tremisse sotto Onorio, nel 411 d.C., che ne conteneva solo 1,5 g.
Nella Repubblica di Weimar
Già allo scoppio della prima guerra mondiale, nel 1914, per fronteggiare l'immane sforzo bellico, la Germania abolì la convertibilità aurea del marco; la popolazione ritirò dalla banca del Reich monete d'oro per un valore di 100 milioni di marchi. Di conseguenza, quest'ultima sospese l'incasso di banconote e monete divisionali. Il governo perseguì la via del finanziamento statale incrementando la stampa di banconote. Fino al termine del conflitto, la quantità del denaro in circolazione era quintuplicata, mentre la quota delle monete era scesa allo 0,5%. I costi estremamente elevati del conflitto, dell'ordine di 164 miliardi di marchi, furono sostenuti soprattutto da diverse forme di prestiti obbligazionari e solo in minima parte da imposte belliche e aumenti delle tasse. L'idea era, una volta usciti vittoriosi, di ripagare i debiti a spese dei vinti, ma il conflitto vide la Germania uscire sconfitta. Tra il 1871 e il 1913 l'inflazione tedesca aveva mostrato un andamento molto contenuto e a tratti addirittura negativo, negli anni della prima guerra mondiale l'inflazione annua salì invece in media al 28,3% e i prezzi, nel solo 1919, aumentarono del 60%, mentre nel 1920 l'incremento fu del 240%. Nel 1923, a causa anche dell’invasione franco - belga della Ruhr, salì tra il 15 e il 40% al giorno. Come una bomba ad orologeria, gli squilibri finanziari derivanti dalle immense necessità di spesa dello Stato per ragioni di guerra esplosero dopo un lustro in tutta la loro drammaticità. Nel periodo direttamente successivo, cioè tra il 1919 e il 1923, l'inflazione raggiunse il 662,6% annuo. Nel biennio tra 1921 e 1923 si scatenò la vera "iperinflazione di Weimar". Durante la sua fase finale, nel novembre 1923, il marco valeva un bilionesimo [1/1.000.000.000.000] di quanto valesse nel 1914.